MORTI IN VENEZUELA/ Cronaca di un Paese “in guerra” con la democrazia

- Arturo Illia

Non si fermano gli scontri nelle strade di Caracas e delle altre città venezuelane, dove ci sono stati dei morti. Il Paese sta vivendo un momento molto difficile, come spiega ARTURO ILLIA

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Nicolas Maduro

“Ormai abbiamo passato la linea rossa” afferma Luis Florido, rappresentante del Movimento Voluntad Popular che ha per leader Leopoldo Lopes, arrestato ieri perché accusato di essere il responsabile dei disordini e che rischia 10 anni di carcere. Ma anche ieri nella sola Caracas più di un milione di persone ha protestato nelle strade e diverse centinaia di migliaia in tutto il Paese. Le truppe paramilitari create da Maduro irrompono sui cortei sparando e si contano già 20 morti e moltissimi feriti, tra cui un parroco, Padre Palmar, che mentre inginocchiato e con un braccio rotto cercava di aiutare un ferito, veniva colpito da un proiettile partito dai membri di questa polizia paramilitare a bordo di una motocicletta. Stessa storia, ma con altro doloroso finale, quella della modella Genesis Carmona, uccisa mentre manifestava pacificamente nelle strade di Valencia, una città situata a 170 km da Caracas, contro l’arresto di Leopoldo Lopes.

Il Presidente Maduro, in una manifestazione pubblica in cui si è anche improvvisato intervistatore, circondato da un gruppo non nutrito di persone (lo si è capito dal taglio molto ristretto della visuale della ripresa), ha continuato ad attaccare i “fascisti” che destabilizzano un potere eletto democraticamente dal popolo. Nonostante proprio il risultato delle elezioni sia sempre stato messo in dubbio, anche una conferma della visione presidenziale presuppone un fatto inequivocabile, ossia che la costituzione Bolivariana (creata da Chavez) prevede un’ampia partecipazione politica e una libertà di espressione che sono l’esatto contrario della repressione che viene continuamente messa in atto dall’attuale potere. Che difatti continua, con gli elogi alle squadre paramilitari che, da lui create, difendono la Rivoluzione (naturalmente i morti si devono ai seguaci di Lopes, secondo la delirante ricostruzione di Maduro). Ed ecco l’annuncio ad hoc: se non ritratterà con un comunicato i propri servizi che, secondo il Presidente “incitano alla guerra”, il canale televisivo americano CNN sarà chiuso.

Ed ecco che, come già scritto in precedenza, Maduro si improvvisa giornalista intervistando i conducenti di due autobus colpiti da pietre lanciate dai manifestanti, secondo la ricostruzione presidenziale ovviamente confermata sul posto. Ormai è il caos totale in un Paese dove l’inflazione galoppante ha svuotato i supermercati, non solo di carta igienica come poco tempo fa ma sopratutto di alimenti: la crisi ha anche bloccato gran parte dell’attività degli ospedali per mancanza di medicinali.

Le manifestazioni continuano in tutto il Paese e la situazione, se non risolta mediante una pacificazione e un dialogo immediati, porterà a un’escalation di violenza davvero deprecabile in una nazione ricchissima, mentre gran parte dei paesi latinoamericani stanno vivendo una stabilità sia economica che politica davvero invidiabile perché hanno trasformato il demonio che sia in Venezuela che in Argentina viene combattuto, il capitalismo e il libero mercato, in un alleato che lo Stato accetta ma controlla costantemente senza per questo ricorrere a misure draconiane e totalmente demagogiche che hanno ridotto da anni due paesi ricchissimi in una situazione di povertà estrema. Ambedue però con un indice di corruzione tra i più alti del mondo, segno che di nazionalpopolare c’è proprio poco.

L’Argentina è difatti l’unico Paese in cui si registrano manifestazioni di solidarietà (a dir la verità poco partecipate) con il regime venezuelano: anzi durante una di esse il politico ultra-kirchnerista Raul D’Elia (un personaggio dal passato alquanto torbido divenuto deputato) ha addirittura paventato come la fucilazione di Lopes sia l’unica soluzione della crisi. Quando si dice la democrazia…

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