TURCHIA & MERCATI/ La bomba nell’Ue innescata da Trump

- Paolo Annoni

Trump ha disposto nuove sanzioni contro la Turchia e ci sono state serie ripercussioni sui mercati. Conseguenze potrebbero essercene anche per il futuro dell’Europa. PAOLO ANNONI

donald_trump_15_davos_lapresse_2018
Donald Trump (LaPresse)

Le nuove “sanzioni” americane contro la Turchia ieri si sono fatte sentire “sui mercati”: la lira turca è crollata con un tonfo che a un certo punto sfiorava il 20%; i mercati europei hanno “mollato” mentre si facevano i conti dell’esposizione delle banche europee verso la Turchia in una classifica per ora dominata dalle banche francesi. La Turchia è solo l’ultima puntata di una serie che dura da diversi mesi. Nelle ultime settimane si è assistito a un’ondata di sanzioni che ha toccato Iran e Russia sempre su iniziativa americana. 

Su questa vicenda ci sembra che spesso manchi una prospettiva “europea” o italiana. La questione è in realtà abbastanza semplice: le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro l’Iran e contro la Russia piuttosto che Turchia, giuste o sbagliate che siano, impattano negativamente l’Europa e l’Italia in particolare molto più che l’America che le detta. I rapporti commerciali tra Russia ed Europa o tra Turchia ed Europa sono di molto più stretti di quelli con gli Stati Uniti; la titubanza e la ritrosia europea sono comprensibili quando si fanno i conti sulla dimensione dei rapporti commerciali e sui danni causati. Le ragioni “etiche” o politiche che giustificherebbero queste sanzioni per noi europei non coincidono con gli interessi economici mentre per gli Stati Uniti l’aspetto economico è sostanzialmente inesistente. 

Si pensi, per esempio, al caso italiano: l’Italia era tra i maggiori partner commerciali mondiali di Russia, Iran e Siria e sono molti gli investimenti italiani in Turchia. I recenti sviluppi geopolitici, giusti o sbagliati che siano, non ci hanno aiutato particolarmente. Stesso discorso vale per quanto successo in Libia. Su questa questione si può aggiungere una valutazione che sappiamo essere assolutamente scorretta. Noi, come privati cittadini, non abbiamo modo di fare una verifica approfondita delle accuse che ad esempio Russia e Stati Uniti si rivolgono. In ultima analisi possiamo fidarci solo di quello che l’intelligence ci dice. È una fonte di informazioni che però non è affidabile al 100%. Certamente parteggiamo convintamente per i sistemi democratici, ma questo non può impedire critiche o analisi senza pregiudizi. In questo spazio di incertezza rischia di infilarsi di tutto. 

Facciamo solo questo esempio. La manipolazione di profili Twitter o Facebook per influenzare l’opinione pubblica e in ultima analisi l’esito elettorale oggi non viene presa come argomento solo per spiegare il successo di candidati populisti/sovranisti di destra come Trump. Oggi si dice che per favorire la “destra” queste manipolazioni mirerebbero anche a supportare candidati democratici non allineati o minoritari o troppo “estremisti” (Bernie Sanders per fare un esempio) per ostacolare i candidati con “più chance” tra i democratici; quelli, potremmo dire, dell’establishment. Se questa è la prospettiva di un’interpretazione che non riusciamo a verificare si genera uno scenario senza alcuna trasparenza in cui lo spettro del nemico, che sicuramente c’è, rischia di venire usato per fini opachi e molto poco nobili. La destabilizzazione che si genera danneggia noi europei molto di più che gli americani.

Quello che manca è una prospettiva e una posizione europea sia sul tema delle sanzioni, sia su quello dei dazi. La fragilità politica europea, le divisioni tra Paesi membri a cui non si è mai posto rimedio rafforzando le istituzioni democratiche dell’Unione impediscono che l’Europa abbia una posizione “originale” su questi temi. Il modello economico europeo e tedesco non aiuta. La Germania e con lei l’Europa oggi è ricattabile perché ha costruito un modello basato sulle esportazioni che oggi mostra tutti i suoi limiti. La Germania è “colpevole” perché negli ultimi anni non ha mai speso, nemmeno per se stessa, il suo surplus commerciale e statale per evitare di diminuire la competitività delle proprie esportazioni tenendo bassi cambio e salari. 

Difendere il surplus commerciale europeo dagli attacchi americani, giusti o sbagliati che siano, è complicato se non impossibile. Gli ultimi sviluppi aggiungono spinte centrifughe in Europa perché si rischia di incentivare dinamiche in cui i singoli stati membri tentano di “salvarsi” da un ambiente esterno più ostile a discapito degli altri in uno scenario da “si salvi chi può” in cui scompare una prospettiva comune e la solidarietà tra Paesi membri necessaria per mantenere in vita il progetto a prescindere da qualsiasi valutazione su colpe e meriti. 

Per noi “europei” non è consigliabile rinunciare a qualsiasi velleità di un’analisi originale su quello che accade perché il rischio è mettere in moto dinamiche e forze che non controlliamo e che rischiano di danneggiare enormemente l’interesse dei singoli membri e di tutta l’Unione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori