GUERRA IN LIBIA/ La trasferta a Tunisi fa vacillare la linea Conte

- Souad Sbai

Ieri a Tunisi si è svolto un vertice intergovernativo, dove si è parlato anche di Libia. Salvini sembra pensarla diversamente da Conte

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

30 aprile, 2019. L’esecutivo italiano si è recato in blocco a Tunisi per un atteso vertice intergovernativo. Varie tematiche sono state al centro dei colloqui, a partire dall’economia. La Tunisia è il secondo partner commerciale dell’Italia nel Mediterraneo e il business Forum che si è svolto parallelamente agli incontri istituzionali ha avuto l’obiettivo di rafforzare ulteriormente le relazioni commerciali. In una fase di grande sofferenza per la stagnante economia tunisina, con la disoccupazione salita al 15% che colpisce soprattutto l’ampia fascia giovanile, è interesse dell’Italia sostenere il Paese dal punto di vista economico per scongiurare ricadute sulla stabilità interna, ancora fragile a otto anni dalla caduta del regime di Bouteflika con cui è stato dato il via alla cosiddetta Primavera Araba.

La Tunisia è riuscita finora a evitare di cadere nella trappola dei Fratelli Musulmani e del loro volto politico, il partito Ennhada, grazie all’argine posto alle loro ambizioni di potere dal partito Nidaa Tounes del presidente Essebsi. Recentemente, tuttavia, la Tunisia è stata attraversata da manifestazioni di protesta contro l’aumento dell’Iva e dei prezzi di beni e servizi essenziali. È stata la componente giovanile, frustrata da una situazione in via di crescente deterioramento, ad animare le contestazioni, in alcuni casi sfociate in scontri con le forze di polizia. Il disagio della nuova generazione non è diverso da quello che aveva innescato i moti popolari nel 2011 e a beneficiarne sono oggi l’immigrazione clandestina e la diffusione dell’estremismo. Non a caso, il più alto numero di migranti giunto in Italia quest’anno è proveniente dalla Tunisia, che detiene un altro record: quello di essere il Paese da cui è partito il più alto numero di foreign fighters che si sono uniti a Isis e altri gruppi jihadisti in Siria e Iraq (circa 3 mila). Il confine meridionale con la Libia è inoltre un rifugio per trafficanti e terroristi.

Nella conferenza stampa con il premier italiano Giuseppe Conte, il primo ministro tunisino, Youssef Chahed, si è detto preoccupato per l’escalation militare del conflitto libico perché potrebbe ripercuotersi al di là dei 500 km di confine. D’altro canto, Chahed non ha riferito del pressing che Qatar e Turchia, i grandi sponsor dei Fratelli Musulmani a livello mondiale, continuano a esercitare nei confronti della presidenza e del governo tunisini attraverso Ennhada e il suo leader, Rachid Ghannouchi, come riporta la stampa araba. La linea del jihad Doha-Istanbul vorrebbe infatti utilizzare nuovamente la Tunisia come un avamposto verso la Libia per rifornire di armi e uomini le milizie dei Fratelli Musulmani che sostengono il governo Sarraj a Tripoli.

Essebsi ha formalmente condannato l’offensiva di Haftar sulla capitale, invocando un immediato cessate il fuoco e ribadendo la necessità di tornare al tavolo negoziale nell’ambito delle Nazioni Unite, ma al contempo ha opposto un secco rifiuto ai piani di Qatar e Turchia, a differenza del pieno sostegno fornito all’alleanza islamista in Libia dal suo predecessore, il Fratello Musulmano Moncef Marzouki. Essebsi, che in passato ha ricevuto personalmente il Generale Haftar a Tunisi, ha rafforzato le relazioni con i paesi del cosiddetto Quartetto contro il terrorismo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein), collocando saldamente la Tunisia all’interno del mondo arabo moderato che si contrappone all’alleanza islamista tra Qatar, Turchia e Fratelli Musulmani, causa principale della destabilizzazione della Libia. Una posizione questa diversa da quella assunta dall’Italia, che nel quadrante libico ha riposto la salvaguardia dei propri interessi nazionali nel campo islamista.

Il “né con Sarraj, né con Haftar”, pronunciato qualche giorno fa a Pechino dal premier Conte, è stato il primo segnale di una possibile svolta verso l’adozione di una nuova linea da parte dell’esecutivo, improntata a un maggiore equilibrio. Tale linea è stata confermata da Conte nella conferenza stampa successiva all’incontro con Essebsi e prende atto dei più recenti sviluppi avvenuti in Libia. Haftar probabilmente non riuscirà a completare la presa militare di Tripoli ed è sicuramente auspicabile un cessate il fuoco che ponga fine agli scontri visto l’incrementarsi del numero di vittime, feriti e sfollati. Ma il vincitore politico del conflitto è lui, il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico, e di ciò l’Italia ha cominciato a prendere atto, sebbene la compagine governativa non sia ancora riuscita a trovare una convergenza sulle iniziative da intraprendere.

Le divisioni che stanno lacerando l’esecutivo sul fronte interno, dove tiene banco il caso Siri, si sono infatti allargate alla politica estera e di sicurezza. Ne è la prova il controcanto del ministro dell’interno Salvini a sostegno di Sarraj riportato in un fiero tweet del numero due del consiglio presidenziale libico, Ahmed Maitig, in corrispondenza della conferenza stampa tra Essebsi e Conte. Maitig è l’uomo forte di Misurata vicino ai Fratelli Musulmani e alle milizie islamiste armate dal Qatar e alla Turchia di Erdogan, con cui il leader della Lega ha recentemente rinsaldato il proprio asse personale nel corso di un vertice a Roma.

Che Conte e Salvini abbiano espresso posizioni differenti su un tema così delicato, dopo aver effettuato insieme il viaggio aereo verso Tunisi, è a dir poco sconcertante. Gli italiani sono abituati a governi frammentati e poco coesi al loro interno, e le messinscene di quello attuale fanno ormai parte del loro quotidiano, come il viaggio d’andata in solitaria di Di Maio nella capitale tunisina, effettuato per evitare il confronto-scontro con Salvini sulla permanenza al governo del sottosegretario ai Trasporti indagato per corruzione. Tuttavia, l’esecutivo in carica sta disintegrando in maniera sfacciata e indifferente anche la minima parvenza di unità d’azione e d’intenti richiesta in materia di sicurezza nazionale e politica estera.

Mentre brilla, e non certo di luce, la totale inconsistenza del titolare della Farnesina Moavero, non si può non rilevare come Salvini, invece di cercare un minimo comune denominatore con Conte, come sarebbe stato suo dovere istituzionale fare, abbia continuato a giocare nel dossier libico una partita personale, ma per conto di chi? Di quale agenda? Non sembra certo di quella italiana e per gli interessi dell’Italia. Questi, ora più mai, si dirigono verso una ricucitura e un rilancio delle relazioni con Haftar, in un ruolo di mediazione con Sarraj che potrebbe risultare di fondamentale importanza per il raggiungimento di un cessate il fuoco e di un accordo di pace. Perché allora tanta risolutezza da parte del leader della Lega nel riconfermare la linea pro-Qatar in Libia, malgrado si sia già dimostrata totalmente fallimentare per l’Italia e osteggiata anche dalla Tunisia? Gli interessi di sicurezza e della politica estera italiana non coincidono con gli interessi del leader della Lega?

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