EUTANASIA/ Il caso di Ancona e la strategia di Cappato per condizionare il Parlamento

- Paola Binetti

Usare la drammatica esposizione mediatica del dolore e della sofferenza per mettere in moto iter legislativi pro eutanasia. Una lunga storia che si ripete…

Cappato e Mina Welby
Mina Welby e Marco Cappato davanti al Parlamento (LaPresse)

Chissà se al paziente di Ancona di cui tanto si sente parlare in questi giorni sono state offerte cure palliative di grado e di qualità proporzionali alla sua condizione, come vorrebbe la legge 38 e come suggerisce perfino la sentenza della Corte costituzionale che ha permesso a Marco Cappato di essere assolto dal reato di istigazione e accompagnamento al suicidio.

Non si ferma la crociata per l’eutanasia che Marco Cappato ha intrapreso già da qualche anno per accompagnare, ma probabilmente anche per consigliare e per persuadere, persone in oggettive condizioni critiche. La sua opzione davanti al dolore e alla sofferenza, soprattutto quando si accompagnano ad una certa perdita di autonomia, è semplice e lineare: meglio morire, possibilmente senza altre sofferenze aggiuntive. Non si conosce di nessun caso che Marco Cappato abbia invece accompagnato nel lungo e ben più complesso iter di chi accetta la propria vita con le sue difficoltà scoprendo che può avere un senso e un significato ancora pieno. D’altra parte, è facile immaginare che chi contatta Marco Cappato per avere qualche informazione in più, sulle possibilità di anticipare la propria morte, lo fa avendo già riflettuto sulla ipotesi dell’eutanasia. Ormai lui e Mina Welby sono diventati i simboli viventi di una morte che si avvicina al letto del paziente, con l’obiettivo di sciogliere eventuali nodi e anticipare il decesso.

Fatti vecchi e fatti attuali

Marco Cappato ha saputo intravvedere fin dal primo momento tutte le crepe insite nella cosiddetta legge sulle Dat e si è mosso di conseguenza. In un certo senso ne ha addirittura anticipato l’evoluzione, facendo leva sulla drammatica vicenda di Dj Fabo, che ha accompagnato a morire in Svizzera con grande clamore mediatico.

La legge 219 del 2016 contiene Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, è così mal fatta da essere indicata dalla stessa Corte costituzionale come una legge che contiene in sé l’apertura stessa ad una opzione eutanasica. Anche se la sentenza della Corte non parla mai di eutanasia, perché un anno fa questa era una parola che istintivamente la maggioranza degli italiani avrebbe rifiutato. Parla invece di suicidio assistito, con quella eleganza nel maquillage linguistico per cui si mette l’accento sul fatto che l’iniziativa sia tutta del soggetto che intende suicidarsi, mentre l’altro è lì accanto a lui solo per assisterlo nel caso dovessero sorgere delle difficoltà o delle complicanze. E il ruolo che Cappato ha scelto per sé, anche in quest’ultimo recente caso di Ancona, è quello di accompagnatore.

In realtà il suo è un accompagnamento che sa di morte da molto lontano; una morte particolare come è quella che si raffigura nell’eutanasia, senza alcuna remora ad utilizzare un termine che suscita ancora dubbi e perplessità nel cuore e nella mente di molta gente. Ma eutanasia nel progetto Cappato significa libertà di scegliere la morte quando e come si vuole; è una affermazione di potere sulla morte, una sorta di addomesticamento che apparentemente si configura come una vittoria sulla morte, ma che in realtà sconfigge definitivamente l’uomo che sceglie di morire, non riuscendo più a vivere e a fronteggiare il dolore e la sofferenza. Cappato in realtà sta portando avanti da tempo questa sua personale battaglia: introdurre l’eutanasia nell’ordinamento giuridico italiano.

Del caso di Ancona non sappiamo molto, solo che si tratta di una persona di 43 anni divenuta tetraplegica dopo un incidente. Una persona che merita tutta l’umana comprensione di cui siamo capaci e che ha diritto ad avere dalla sua Asl tutta l’assistenza sanitaria di cui ha bisogno con tutti quei presidi medici e tecnico-scientifici che dovrebbero aiutarlo a fronteggiare una condizione che per lui, e probabilmente per la sua famiglia, è diventata con il tempo davvero difficile. Si tratta di una persona che vorrebbe porre fine alla sua vita, perché molto probabilmente qualcosa si è spezzato in lui. Deve essere venuta meno la speranza che la sua situazione possa migliorare; forse sono aumentati tutti i sintomi di dolore e sofferenza che da anni gli fanno sperimentare la perdita della sua autonomia. E ha deciso di dire basta.

A questo punto, in linea con la sentenza della Corte costituzionale l’azienda sanitaria, prima di permettere il suo suicidio assistito, deve verificare le sue condizioni. E deve farlo in attuazione, per la prima volta, della sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato/Dj Fabo. La decisione, che ha come è facile immaginare una portata storica, è stata presa dal Tribunale civile di Ancona, circa dieci mesi fa quando il paziente aveva fatto richiesta per accedere al suicidio assistito. Dopo un primo diniego, è arrivata l’apertura. Non è un via libera, ma si garantisce all’uomo il diritto alla valutazione delle sue condizioni in vista di un eventuale suicidio assistito.

Le condizioni poste dalla sentenza della Corte costituzionale

L’azienda sanitaria, applicando una sorta di protocollo descritto nella sentenza  242/19 della Consulta, deve valutare se il “reclamante sia persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili”; “se lo stesso sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; “se le modalità, la metodica e il farmaco (Tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi) prescelti siano idonei a garantirgli la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile (rispetto all’alternativa del rifiuto delle cure con sedazione profonda continuativa, e ad ogni altra soluzione in concreto praticabile, compresa la somministrazione di un farmaco diverso)”.  Perché, se non ci fossero tutte queste condizioni qualora qualcuno gli fornisse un certo aiuto, compirebbe un reato ai sensi dell’articolo 580 del codice penale relativo al suicidio assistito.

Sulla base di questa norma del codice, subito dopo la morte di Fabo, Cappato si era autodenunciato; il tribunale invece di prendere una decisione nei suoi confronti aveva rivolto il quesito alla Corte costituzionale, che aveva puntualizzato una serie di circostanze in base alle quali non sarebbe potuto essere condannato. E di fatto venne assolto. Su questo stesso modello di comportamento, per cui era stato assolto, oggi Cappato solleva il caso della persona di Ancona che desidera morire; una persona che cerca aiuto proprio nelle persone che della liberalizzazione dell’eutanasia hanno fatto la loro personale crociata di morte. Ovviamente declinandola all’insegna della libertà e della liberazione dal dolore e dalla sofferenza.

Ciò che come sempre lascia perplessi in queste iniziative di cui Cappato si fa capofila è la singolare coincidenza con due fatti inequivocabili: alla Camera dei deputati è iniziato il dibattito sulla legge sull’eutanasia e lo stesso Cappato si è fatto protagonista di una iniziativa di raccolta firme per presentare una legge, sempre sull’eutanasia, di iniziativa popolare. Non a caso il provvedimento del Tribunale civile di Ancona arriva alla vigilia della presentazione a Roma del referendum per ottenere la legalizzazione dell’eutanasia. E’ l’Associazione Luca Coscioni, di cui Cappato è presidente, che ne dà notizia, e che intende raccogliere 500mila firme tra luglio e settembre. Una coincidenza che sul piano mediatico suscita dubbi e perplessità, compreso quella di una possibile strumentalizzazione.

Non sarebbe la prima volta, anzi ormai è un classico che si ripete ogni volta, in cui si fa leva sull’empatia naturale con cui ognuno di noi prova ad immaginare la condizione di un uomo che è da dieci anni tetraplegico, per ottenere lo spostamento della volontà popolare, cominciando dallo stesso Parlamento, verso una normativa che in altre condizioni sarebbe stata respinta.

In conclusione

Solo per memoria storica ricordo che, quando iniziò in Parlamento il dibattito sul testamento biologico, c’erano molti disegni di legge presentati da diversi parlamentari e in quella occasione si esclusero tutti quelli che esplicitamente parlavano dell’eutanasia e ne chiedevano anche allora la legalizzazione. Furono esclusi perché sembrava chiaro che altrimenti la legge non sarebbe mai passata. Successivamente il dibattito venne pilotato in modo che di emendamento in emendamento emergesse un testo sufficientemente ambiguo da far affermare alla Consulta che si trattava di un testo che implicitamente apriva all’eutanasia. Per questo la Corte costituzionale, pubblicando la sua sentenza, ha enunciato una serie di paletti per evitare, o forse dovremmo dire ridurne, l’abuso potenziale, come sta accadendo in Olanda, in Belgio e in altri paesi in cui l’eutanasia è legge già da alcuni anni e dove abbiamo visto applicarla a persone con insufficienti capacità di intendere e volere e perfino a minorenni.

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