EVERGRANDE/ Il rischio crac che svela il circolo perverso del debito cinese

- int. Francesco Sisci

Il tonfo nella Borsa di Hong Kong del secondo gruppo immobiliare cinese, Evergrande, fa esplodere questioni interne alla Cina irrisolte da decenni

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LaPresse

Il colosso dell’immobiliare cinese Evergrande Group, il secondo per dimensioni, rischia la bancarotta: ieri il titolo ha perso l’8,6% alla borsa di Hong Kong. Il possibile crac spaventa la Cina e non solo. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Francesco Sisci, giornalista, sinologo, già inviate de La Stampa a Pechino, attualmente opinionista per tv europee e americane.

Da dove cominciamo?

Ovviamente dai debiti. La Evergrande ha un debito di 300 miliardi di dollari che non riesce a ripagare e che ha tentato di calmierare cedendo appartamenti ancora non finiti.

Cosa dice il governo?

È un problema. Se il governo lascia fallire la società, dà un messaggio giusto al mercato: non ci sarà sempre lo Stato a ripianare i debiti. Aziende, attente, siate responsabili. Ma così facendo farà tremare milioni di risparmiatori, che perderanno moltissimo, e getterà ombre sulla Borsa, dove non è chiaro quali aziende siano buone e quali meno.

Se invece il governo salva l’azienda e i risparmiatori?

In questo caso dà un messaggio di irresponsabilità al mercato: alla fine, qualunque cosa facciano, tutti vengono salvati. 

Come si è arrivati a questo punto?

Dietro questo episodio c’è una catena di questioni irrisolte da decenni. Innanzitutto la scarsa trasparenza del mercato cinese. In particolare nell’immobiliare, dove i rapporti tra azienda e amministrazioni locali sono cementati da decenni di corruzione. E poi c’è il mercato immobiliare cinese, che è estremamente distorto.

Cosa significa?

Negli ultimi decenni la Cina ha costruito più di tutto il mondo messo insieme. Ormai in teoria i cinesi hanno più spazi per vivere di tanti paesi sviluppati. Il problema è che questi spazi sono distribuiti in maniera non sana e con prezzi alterati. Nelle province c’è un eccesso di proprietà immobiliari invendute, mentre nelle grandi città i governi cercano di controllare l’impennata dei prezzi restringendo il mercato delle case e limitandolo solo ai residenti. E anch’essi hanno dei limiti. Inoltre da almeno vent’anni le amministrazioni locali traggono dalle vendite dei terreni per immobili almeno il 50% dei loro introiti fiscali.

Tutto questo che cos’ha comportato?

Si è creato un circolo perverso tra amministrazioni locali e immobiliaristi che pompano i prezzi delle case oltre ogni richiesta del mercato, facendo poi pressioni sul sistema bancario locale che presta garantito e pressato dalle stesse amministrazioni locali e dalle grandi aziende con forti agganci politici sul posto. 

Possibile che il governo centrale non faccia nulla?

Dovrebbe e potrebbe intervenire. In due modi. Da una parte finanziando diversamente le amministrazioni locali, dall’altra riducendone drasticamente i poteri. Ma questo incontrerebbe fortissime resistenze. Altro problema sono poi le aziende immobiliari parzialmente private, e partecipate in realtà da amministrazioni varie dello Stato.

Cosa fanno?

Fanno lobby sul governo centrale per allargare i loro margini di manovra. 

Quanto può durare la dinamica che ha descritto?

La situazione si regge fin quando il mercato cresce, ma ormai il mercato è più che saturo e quindi la bolla sta scoppiando.

Si sente di fare previsioni?

Questa bolla avrà un impatto in teoria limitato all’estero. Il renminbi non è pienamente convertibile e quindi non ci sarà una fuga di capitali dalla borsa di Shanghai, ma 300 miliardi rimangono una cifra molto importante, anche perché l’economia cinese è molto meno solida di quanto possa apparire.

Sotto quale profilo?

In questi ultimi 15 anni le amministrazioni locali hanno accumulato migliaia di miliardi di dollari di debiti che non sono stati pienamente contabilizzati. Secondo alcune stime, la Cina potrebbe avere debiti per oltre 40mila miliardi di dollari, circa quattro volte il suo Pil. Questa montagna di debiti si regge su varie gambe non tutte solidissime.

Quali sono?

La prima è quella del surplus commerciale, che fornisce la valuta per finanziare le importazioni. Una seconda gamba sono gli alti tassi di interesse imposti dalle banche sui prestiti, sostenuti poi da uno spread molto alto fra tasso sui depositi, che rimane basso, e tasso su prestiti. I cinesi sono grandi risparmiatori e quindi sostengono i vari debiti. Ma dietro i 300 miliardi di Evergrande ci sono ancora centinaia se non migliaia di miliardi di altre aziende parastatali che non funzionano più semplicemente perché il boom dell’immobiliare è finito. 

C’è una soluzione?

Occorrerebbe rimettere mano a tutto il sistema, riformare profondamente le imprese di Stato. Ma una riforma delle imprese di Stato era stata tentata nel 2013-14 ed è fallita proprio per la resistenza delle imprese di Stato. D’altro canto il partito non si fida delle imprese private e quindi non è chiaro come si potrà uscire da questa situazione. 

Però una via d’uscita va trovata. E Pechino ha certamente le mani libere.

Questo è vero. Il governo cinese è pieno di risorse e tirerà fuori un coniglio dal cappello. Certo questo coniglio dovrà vivere in una condizione comunque deteriorata all’interno e sempre più difficile all’esterno.

(Marco Tedesco)

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