FABIOLA/ Il film sulla fede disposta al martirio

- Gianni Foresti

Il film diretto da Alessandro Blasetti tratto dal romanzo di Wiseman fu il primo kolossal prodotto dopo la rinascita di Cinecittà

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Una scena del film

Il film che vi propongo oggi è Fabiola (1949) con la regia di Alessandro Blasetti. È tratto dal romanzo “Fabiola o la Chiesa delle catacombe” del Cardinale Nicholas Patrick Wiseman che nacque nel 1802 e fu arcivescovo di Westminster, contribuendo alla conversione di John Henry Newman dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Prima di vedere il film vi consiglio la lettura del libro (bellissimo) in cui la certezza della fede in Dio dei primi cristiani arriva con letizia fino al martirio.

Siamo a Roma nel IV secolo e i cristiani sono perseguitati in maniera perpetua. Si ritrovano a pregare nelle catacombe o nelle case private. Molti schiavi, patrizi, centurioni hanno aderito al cristianesimo.
Vi si narra di Agnese, Sebastiano, Pancrazio, Tarcisio, Cecilia, figure cristiane, che girano attorno alla vita della patrizia colta e intelligente Fabiola. Subiranno il martirio divenendo i Santi delle Catacombe. Uomini, donne e fanciulli animati dalla scoperta della fede in Cristo Crocefisso. Verranno dati in pasto alle fiere nel Colosseo per tener vivo lo spirito pagano del popolo. Affronteranno il martirio lieti e sereni, certi del Paradiso. Uomini e donne senza ma o però, figure certe e coraggiose.

Per i romani, gli schiavi cristiani erano i migliori lavoratori, i più servizievoli, senza fini secondari. Vivevano per un Altro, lavoravano per un Altro, desideravano morire per un Altro. Questi erano i primi martiri cristiani, quelli che pregavano nelle catacombe. E che vivevano la sofferenza di Cristo.

Parliamo ora del film che fu il primo kolossal prodotto dopo la rinascita di Cinecittà e che spianò la strada ai futuri Quo Vadis, ecc. Fu fortemente voluto dal Vaticano (che investì pare 600 milioni di lire) e fu distribuito in tutto il mondo con un discreto successo al botteghino. Nel 1949 fu il primo film italiano più visto. La sceneggiatura a più mani si ispira in maniera molto libera al romanzo del Cardinale Wiseman.

Rhual è un fisicato gallo che parte per Roma con il decurione Quadrato, interpretato da un energico Gino Cervi. Il giovane diventa gladiatore per il senatore Fabio Severo, padre della bellissima Fabiola che si innamora di Rhual. Durante una festa Fabio Severo viene ucciso tramite la longa manos del proconsole Manlio Valerio (un Paolo Stoppa cattivissimo) e dal laido senatore Fulvio. Una delle schiave, Sira, la preferita di Fabiola, incolpa gli schiavi cristiani che con un editto dell’imperatore verranno rinchiusi nelle prigioni.

Entra in gioco la figura del centurione Sebastiano, anch’egli cristiano, che con la sua carità colpisce e stravolge la vita della serva Sira. C’è anche il piccolo Tarcisio che all’inizio della persecuzione viene ucciso pur di non farsi strappare dal petto l’ostia consacrata. Nel processo contro i cristiani Sira ritratterà le accuse, ma essi verranno mandati a morte nel circo dell’arena del Colosseo tra le bestie feroci, primo tra tutti Sebastiano. Si uniranno ai cristiani anche Quadrato, Sira e Fabiola.

Rhual combatterà contro i gladiatori senza ucciderne alcuno in nome della non violenza cristiana. Si scoprirà che l’assassino è Corvino, figlio dell’educatore cristiano Massenzio. Il film termina con l’arrivo delle truppe di Costantino che salvano i cristiani.

La pellicola non fu accolta benissimo dai critici, leggete anche gli articoli odierni e resterete fulminati, ma su questo non c’è nessun dubbio visto la cappa anticristiana che avvolge i nostri mass media che ormai mettono in prima pagina solo i preti pedofili (l’1% rispetto alla situazione generale) rispetto alle continue morti violente dei cristiani nel mondo. Sicuramente il romanzo di Wiseman ha un altro spessore e consistenza, ma questo film fa molto riflettere. Guardate in particolare la figura del Centurione Sebastiano, del piccolo Tarcisio, della schiava Risa e anche del padre di Fabiola, Fabio Severo che, in punto di morte urla “Cristo, Cristo, Cristo”, come a dire che il suo idolo pagano (Giove) non avesse nessuna forza contro l’avvento del cristianesimo.

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