FCA-RENAULT/ I veri obiettivi di un compromesso al ribasso

- Franco Oppedisano

La fusione tra Fca e Renault non è la miglior soluzione possibile per i due gruppi. Che però sembrano avere un interesse comune

Mike Manley, Fca
Mike Manley (LaPresse)

Si farà perché conviene a tutti. Ma è un compromesso al ribasso, non la migliore soluzione possibile. E non è detto che funzioni. Le questioni geopolitiche, gli interessi degli azionisti di riferimento, le soluzioni dei problemi industriali hanno partorito, dopo un lungo travaglio, una fusione che assomiglia un po’ alla commedia con Ezio Greggio e Renato Pozzetto in cui una persona in carrozzina e un cieco si mettevano insieme per superare le proprie disabilità. Certo i loro handicap restavano, ma un po’ si compensavano. Solo un po’. Fca e Renault convolano a nozze non in una buona forma e con il partner che sono riusciti a trovare.

Renault capitalizza poco più del valore della sua partecipazione in Nissan (43,4%), lo scorso anno ha registrato un calo sia del fatturato che dei margini ed è alle prese con divorzio con Mercedes che ne scombussola non poco i piani (lavoravano insieme da dieci anni e in comune avevano messo alcuni motori, incluso quello elettrico, molte piattaforme, compresa quella di Twingo e Smart, e i veicoli commerciali di Daimler sono realizzati in sinergia). Il gruppo francese che ha come azionista di riferimento con il 15% lo Stato è, o dovrebbe essere, il leader dell’Alleanza che lo vede lavorare in sinergia con Nissan e Mitsubishi, ma il condizionale sta a significare che, dopo l’arresto in Giappone di Carlos Goshn ex ceo di Renault che gestiva di fatto i tre marchi e voleva riunirli in “un unica entità irreversibile”, non è affatto chiaro chi comanda che cosa e come andrà a finire la partnership franco giapponese.

La situazione di Fca si riassume in tre frasi: cassetti vuoti, progetti zero o quasi, elettrificazione agli albori. Gli obiettivi mancati dal management sono stati più di quelli raggiunti, a cominciare dal rilancio di Maserati e Alfa Romeo, per finire con le vendite in Cina, mai decollate, e gli ormai mitici 7,5 milioni di vetture vendute nel 2019 previsti cinque anni fa dall’ex ceo Sergio Marchionne. Funzionano Jeep e funzionano i pick up negli Usa. Il resto annaspa alle prese con i mancati investimenti e i tentennamenti della proprietà.

Ma c’è anche del buono nella fusione? Certamente sì. La lettera di Fca inviata a Renault parla di 5 miliardi di risparmi per le sinergie, difficile da realizzare senza la chiusura di alcune strutture produttive, ma non c’è nessun accenno ai costi altissimi di un merger del genere. Renault potrà entrare nel mercato americano dalla porta principale, ma guardando la gamma attuale non si riesce a capire con che modelli. Fca dal canto suo potrà accedere alla tecnologia elettrica che in Francia, insieme a Nissan, stanno sviluppando da almeno una decina d’anni. Non è ancora profittevole, ma sarà a disposizione. Il Lingotto potrà sostituire Psa nella realizzazione dei veicoli commerciali dopo che Peugeot Citroen ha fatto un accordo per realizzarli con Toyota e potrà servirsi delle piattaforme sviluppate da Renault insieme a Daimler nelle auto di piccole e medie dimensioni. Poi c’è il mercato del Nord Africa in cui i francesi sono storicamente ben piazzati e potranno fornire un nuovo sbocco commerciale per Fca.

In realtà, la “ciccia” è altrove e se gli europei potranno mangiarla lo decideranno a Tokyo. E lo si è capito ieri quando John Elkann è intervenuto sul quotidiano giapponese Nikkei con parole piene di sussiego. «Ho un enorme rispetto per Nissan e Mitsubishi (controllata da Nissan, ndr), i loro prodotti e le loro attività», ha scritto. «La nostra proposta di fusione con Renault creerà il potenziale per costruire una partnership globale con tutte e tre queste grandi aziende durante questo periodo di trasformazione senza precedenti nel nostro settore». Ci sono in ballo i mercati asiatici dove Fca non tocca palla, se non con Jeep. E soprattutto un conto è spalmare investimenti su 8 milioni di vetture vendute dal Lingotto e da Renault. Un altro è farlo su 15 milioni di vetture comprendendo anche Nissan e Mitsubishi. Numeri del genere potrebbero finire col dar fastidio anche a Volkswagen e a Toyota.
Alcuni credono anche che uno degli obiettivi non detti da Renault sia quello di forzare la mano a Nissan per spingerli verso una maggiore collaborazione in un momento in cui si sta decidendo i futuro dell’Alleanza. E che John Elkann si sia prestato al gioco. Da parte sua, voleva da un matrimonio contanti o il controllo della nuova società. Non ha ottenuto né uno né l’altro, ma qualcosa che ci assomigli abbastanza perché sarà il primo azionista con una buona parte dei consiglieri di amministrazione. Chi si accontenta gode.

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