FINANZA E POLITICA/ Il “laboratorio Meeting” per l’Italia che verrà

- Alfonso Ruffo

Dal Meeting di Rimini arriva un’importante indicazione: i partiti devono tornare a somigliare alle formazioni di una volta, solide, radicate nel territorio, riconoscibili

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Ettore Rosato, Giuseppe Conte, Antonio Tajani, Enrico Letta, Matteo Salvini, Maurizio Lupi, Giorgio Vittadini, Michele Brambilla (LaPresse)

Indietro tutta. L’indicazione-intimazione viene dal Meeting di Rimini in una formula mista – presenza, distanza – che ha superato anche le perplessità dei più scettici restituendo fiducia nella possibilità di riallestire in Italia eventi fieristici. Ma torniamo al punto. La società liquida ha stancato e fallito perché non è stata in grado di fornire le risposte che prometteva di dare. E in politica, in particolare, i partiti devono tornare a somigliare alle formazioni di una volta: solide, radicate nel territorio, riconoscibili per contenuti e idealità.

Con l’unica perplessità del Giuseppe Conte in veste di leader pentastellato (ma neanche tanto, poi), i rappresentanti di tutti gli schieramenti approdati sul palco della kermesse si sono trovati d’accordo con la necessità di dover fare un passo indietro per sperare di farne due in avanti. E non basta perché, sotto l’influenza dello stile e degli ammonimenti del presidente del Consiglio Mario Draghi, si è perfino tornati a considerare come un valore il corsus honorum dei candidati alla cosa pubblica: non ci si può improvvisare ministri o altro d’impegnativo se prima non si è dato conto delle proprie capacità.

Considerazioni di buon senso che, tuttavia, irrompono sulla scena nazionale come tesi rivoluzionarie dopo la stagione dell’uno vale uno, dell’esperienza considerata alla stregua di una zavorra, della cultura che ingombra la mente e altre amenità del genere che sorprendentemente hanno attecchito.

Anche il capitalismo, dopo gli insegnamenti della pandemia considerata alla stregua di un severo esame di maturità, non può essere più quello sperimentato nell’ultimo ventennio. Il turbo inserito nel motore che regola il mercato (copyright di Edward Luttwak) ha portato la macchina fuori giri e fuori pista.

Corrado Passera – banchiere con un passato di manager d’alto bordo e uomo di governo – sintetizza così: non è dalla compensazione degli egoismi individuali che dobbiamo aspettarci il bene collettivo, ma dallo sforzo comune solidale e consapevole che occorre produrre per conseguirlo.

Dobbiamo insomma edificare una nuova società – con nuovi codici, nuove regole, nuove sensibilità – se vogliamo mostrare di aver imparato qualcosa dalla lezione che la piaga da Covid-19 ha impartito al mondo messo di fronte a una crisi sanitaria sociale ed economica senza precedenti.

Come spesso accade all’appuntamento di fine agosto, scaturito dall’intelligenza e dalla perseveranza di uomini come Giorgio Vittadini, è proprio nel laboratorio della cittadina romagnola che si mettono a punto schemi e suggestioni che serviranno per i pensieri e le azioni dei mesi a venire.

Non occorre dimenticare, infatti, che l’attuale Premier – già presidente della Banca centrale europea, ex governatore della Banca d’Italia e prim’ancora Direttore generale del Tesoro – scelse lo scorso anno esattamente quel palcoscenico per presentarsi agli italiani nella veste politica che oggi indossa.

E non sfugge a nessuno che il suo avvento ha rappresentato lo strappo più clamoroso che si poteva immaginare rispetto al deludente andazzo delle cose: conoscenza coraggio e umiltà contro ignoranza ignavia e arroganza. Un cambio di paradigma, come si dice, clamoroso e quasi impensabile.

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