INTERVISTA/ Passera: la sostenibilità non è uno slogan, può dare crescita e benessere

- int. Corrado Passera

La sostenibilità è “di moda” rispetto a qualche anno fa. Eppure non è diventata la bandiera di nessun partito e non vi si punta con convinzione

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Corrado Passera (Lapresse)

C’è un filo rosso che collega lo smarrimento dell’Occidente di fronte alle vicende dell’Afghanistan e il dibattito incoerente attorno alla sostenibilità. Questo nesso è l’insufficiente consapevolezza occidentale del diritto-dovere di difendere il modello culturale e civile sviluppato, soprattutto in Europa, in secoli di storia e che oggi la geopolitica e alcune derive del capitalismo sembrano mettere in dubbio. È uno dei temi toccati nel suo intervento di ieri al Meeting da Corrado Passera, oggi amministratore delegato (e fondatore) di Illimity Bank, ma nella sua vita professionale – una carriera più unica che rara – capo-azienda di realtà importantissime come le Poste, Intesa Sanpaolo, l’Olivetti e la Mondadori e poi ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture nel governo Monti.

“L’esito della crisi afgana ha fatto perdere moltissimi punti all’Occidente, agli occhi del resto del mondo – osserva Passera -. È stata l’ultimo atto di un’operazione intrapresa e condotta senza aver mai deciso bene cosa dovesse essere, senza aver definito cosa fosse l’obiettivo. Si attaccò un governo fiancheggiatore del terrorismo di Al Qaeda, ma superata la prima fase – che probabilmente avrebbe dovuto anche essere l’unica – ci si è avviati in un confuso processo di nation building senza approfondire la conoscenza storica e sociale del Paese, senza convincere la maggioranza degli afgani dei vantaggi della democrazia e, soprattutto, senza costruirne i presupposti profondi. Si è quindi rinviato il problema indefinitamente facendo compromessi con la mala politica e la mala economia: un castello di opportunismi crollato in ventiquattro ore. I Talebani che riprendono il controllo dell’Afghanistan si aggiungono, purtroppo, a una serie di mine già innestate da tempo: l’Iraq allo sbando, la crescente contrapposizione tra sunniti e sciiti, la Siria e il Libano in stato comatoso, regimi difficilmente sostenibili in quasi tutti i paesi arabi mediterranei con Turchia, Russia e Cina alla conquista di spazi di influenza”. 

Da tutto ciò, la gravissima perdita di credibilità per l’Occidente: tanto più grave in quanto nella geopolitica delle potenze globali non si competerà più solo sul piano militare ed economico, ma anche e soprattutto su quello dei modelli di civiltà. In questo senso l’Europa rappresenta il modello più bilanciato tra sviluppo e diritti e dobbiamo farlo evolvere per farne anche un vantaggio competitivo strategico. La grande sfida culturale – prima di tutto dell’Europa – nei prossimi anni, per Passera, consisterà anche “nel dimostrare che non ci si deve rassegnare a dover scegliere tra uguaglianza e libertà, tra merito e solidarietà, tra apertura e identità, tra sviluppo e sostenibilità”.

Procediamo da quest’ultimo riferimento, dottor Passera, quello alla sostenibilità: quella ambientale soprattutto, che oggi, per lo meno, è di gran moda…

Sì, è il tema dei temi, è fortunatamente è anche di moda. Dopo decenni in cui bisognava quasi scusarsi di parlarne…

Per esempio quando lei, in Banca Intesa Sanpaolo, fondò Banca Prossima, il principale esempio di banca per l’impresa sociale e per il Terzo Settore in Italia, che ha saputo affermarsi…

Sì, alla fine del 2007 dopo anni di sperimentazioni sociali di grande interesse: e non mancarono le critiche. C’era chi diceva: non voglio un sistema in cui le imprese si debbano occupare di solidarietà e di responsabilità sociale. Dominava l’assunto capitalistico primordiale secondo cui basta che ciascuno persegua il suo interesse particolare e automaticamente ne derivi il bene comune. In realtà non è così e le ricorrenti crisi lo dimostrano. Il capitalismo, come la democrazia e la meritocrazia, sono fondamenti anche molto difettosi eppure insuperati per costruire comunità sostenibili a patto di non lasciarle degenerare: la democrazia in burocrazia paralizzante, la meritocrazia in plutocrazie e il capitalismo nelle sue forme estreme di neoliberismo. Il capitalismo imprenditoriale rimane il modello economico con la maggiore energia positiva, ma deve togliersi di torno l’ideologia del mercato presunto razionale e capace di autoregolarsi, deve applicare sul serio le regole che si è dato – dall’antitrust alla privacy – e deve smettere di fare regali alla criminalità tollerando paradisi legali e cryptocurrencies. Ma, soprattutto, dimostrando una maggiore responsabilità verso la sostenibilità.

Cioè?

Sono temi dove la responsabilità del privato e del pubblico si intersecano. Un capitalismo responsabile socialmente: vanno corrette le esasperazioni di un sistema che tende per sua natura a esasperare le diseguaglianze e a tollerare fasce di estremo disagio. Ma gli strumenti li abbiamo: dall’istruzione di base alla formazione continua, dal welfare alla vera meritocrazia in tutti i campi. Un capitalismo responsabile ecologicamente: la legittimazione di un sistema economico viene anche dalla sua capacità di consegnare alle generazioni future un pianeta più sano di quello ricevuto. Abbiamo toccato con mano che oggi non stiamo andando in questa direzione. Un capitalismo responsabile finanziariamente: la finanza fine a se stessa, l’esplosione del debito, la concentrazione di potere finanziario vanno corrette attraverso sanzioni legali oltre che sociali. La filosofia della sostenibilità, anche se più accettata, non è ancora stata pienamente colta. 

In che senso?

Pur essendo diventata un tema diffuso, e come dicevo quasi “alla moda”, la crescita sostenibile – non l’ecologia estrema fine a se stessa – non è ancora diventata fino in fondo quel tema politico che merita di essere, non è diventata la vera bandiera di nessuno, con l’eccezione forse dei Verdi tedeschi. È un’area valoriale importantissima che però, sorprendentemente, i grandi partiti tradizionali non riescono a cavalcare, mentre può essere il punto di partenza di grande innovazione anche politica

Bene, ma mentre la sostenibilità ambientale è in vario modo sussidiata e quindi l’entusiastica adesione di tante azienda ai suoi principi più che un costo è spesso un ricavo, quella sociale costa…

Intanto che oggi la sostenibilità, tutta – quella ambientale come quella sociale e come la buona governance – sia tra le finalità essenziali che un’impresa deve perseguire, è fortunatamente acclarato, è fuori discussione. E questo è un gran passo avanti. Se vogliamo accelerare questa tendenza dobbiamo fare sì che l’extra costo della sostenibilità soprattutto in campo ambientale sia suddiviso tra Stato, imprese e consumatori. Vanno spinte ricerca e innovazione La tecnologia, se impiegata in un’ottica di medio periodo può essere lo strumento migliore per realizzare una sostenibilità…sostenibile, che permetta la crescita e il benessere nella piena compatibilità ambientale, finanziaria e sociale. Ciascuno deve trovare fino in fondo i modi per realizzare tale obbiettivo. In banca, per esempio, non basta rispettare i criteri ESG, ma è necessario integrare tali criteri nella valutazione del credito e saper accompagnare le imprese brown nel loro percorso verso il green.

Però ogni innovazione oggi è permeata di digitale. E il settore digitale non ha dato grandi prove di attenzione alla sostenibilità.

Non è sempre vero. Certamente la digitalizzazione sta portando a grandissime concentrazioni di potere e di sostanziali abusi di posizioni dominanti, ma nello stesso tempo la digitalizzazione può portare a vere democratizzazioni: esempio quello dell’istruzione e della formazione di qualità. Le rivoluzioni che stanno avvenendo in tutti i settori dell’economia e della società per l’effetto combinato di innovazione tecnologica e globalizzazione rappresentano prima di tutto una sfida culturale per la classe dirigente di tutto il mondo. Servono specializzazioni sempre più spinte, ma serve sempre più capacità di sintesi, di collegare diversità, di spirito critico. A pensarci bene, nel momento in cui digitalizziamo tutte le informazioni, mettendole a disposizione di tutti, la vera sfida non è più quella di imparare più nozioni, ma è quella di saper trovare le informazioni, facendo le domande giuste ed elaborandole con metodo. Globalizzare oggi significa avvicinare culture, attitudini e competenze: quindi agli aspetti di specializzazione, certo essenziali, occorre affiancare una sensibilità umanistica che sappia vedere al di sopra delle specializzazioni, delle diversità e del tempo. 

Si tratta di conciliare gli opposti?

Da una parte abbiamo bisogno di superspecializzazioni, in tutte le discipline; ma d’altra parte abbiamo bisogno di persone capaci di cucire insieme le diverse supercompetenze. Far parlare tra di loro i diversi linguaggi è sempre più difficile, ma indispensabile. Se dipendesse da me, introdurrei nei corsi delle discipline Stem dei corsi obbligatori di storia e nelle discipline umanistiche aggiungerei corsi di formazione tecnologica. Senza trascurare l’ambito artistico-creativo dal quale, nei secoli, sono spesso giunti gli stimoli più profondi e visionari. La capacità di sintesi è ciò che caratterizza di più chi ha responsabilità complessive: l’imprenditore, l’amministratore pubblico, il politico e spesso questa capacità manca soprattutto nella politica. Faccio un esempio: se vuoi creare una società più dinamica e promuovere l’innovazione non puoi limitarti a incentivare taluni investimenti, ma devi ripensare la scuola, la formazione continua, le politiche attive del lavoro, il welfare, l’allocazione delle risorse pubbliche. Questo è il bello della bella politica.

Qualche anno fa lei ha pubblicato un libro che ha intitolato “Io siamo”. Si riconosce nel titolo di questo Meeting: “Il coraggio di dire ‘io'”?

È un titolo che non posso che considerare bellissimo. Quando l’ho visto mi sono emozionato… la tesi del mio libro era molto in linea: non c’è noi senza io forti, non c’è io forte senza noi intorno. E, comunque, il secondo comandamento è proprio “Amare il prossimo come se stessi”: solo se si ama molto anche se stessi si può amare molto il prossimo. È il coraggio dell’identità e della responsabilità. Ciascuno di noi ha la responsabilità di se stesso, della sua famiglia, dell’impresa in cui opera, ma anche di ciò che c’è attorno a lui. Viene in mente la massima di Periandro: “Meleta to pan”, “Pensa al tutto”. Dobbiamo sentirci responsabili di tutto, di quel che facciamo e anche di quel che non facciamo. Sembrano parole astratte, ma non è così. Non basta più, anzi non è mai bastato, rispettare le leggi e far bene il proprio lavoro… Per questo allibisco sulle polemiche di troppi contro le vaccinazioni…

Non basta più neanche nel mestiere del fare banca?

La tecnologia sta cambiando tutto in tutti i settori, non solo in quelli più esposti al cambiamento, non solo nella genomica o nella robotica. Sta cambiando tutto anche nei settori più tradizionali e maturi, come può essere quello delle banche. Un settore dove una buona parte dei servizi tradizionali sono già in larga maggioranza erogati non più dalle banche, ma da concorrenti di altra specializzazione e ben più forti. Il cambiamento sembra già profondo, ma è appena iniziato. Non basta ridurre le filiali o automatizzare le procedure, in realtà il cambiamento essenziale – ancora in gran parte da compiere – sta nei processi decisionali e nella gestione dei rischi. E ci sono opportunità formidabili da realizzare. Prenda il credito alle imprese più piccole: quasi impossibile sulla base delle analisi dei bilanci contabili. Ma ora estendibile a centinaia di migliaia di imprese grazie alle tecniche analitiche applicate ai dati della fatturazione elettronica o delle procedure di consolidamento dei conti correnti rese possibili dalla direttiva europea PSD2. In Illimity abbiamo creato B-ilty proprio per raggiungere questo tipo di imprese. B-ilty sarà la prima banca digitale completa per le piccole imprese. E siamo solo all’inizio delle rivoluzioni: presto in banca si parlerà di attivi programmabili e di smart contract. Se questo cambiamento permea anche un settore maturo come quello bancario, dobbiamo modificare i modelli tradizionali di gestione della innovazione e della complessità. Per esempio, in Illimity, oltre il 60% dei nostri 700 collaboratori che provengono da oltre 200 organizzazioni diverse, non hanno background bancario. Ed ecco che allora la formazione necessaria non deve abbracciare solo le competenze web, ma tenere insieme materie altamente tecnologiche, ma anche manageriali e umanistiche. Ma allora si dovrebbe ripensare ai cicli scolastici e ai programmi… Una sfida complessa e affascinate: che è il bello delle sfide che si pongono oggi alla politica e alla Corporate social responsibility. Tutto questo dà anche un grande senso di libertà e di opportunità: la tecnologia in tanti settori può sostituire la dimensione e nel nostro settore il consolidamento potrà non essere più l’unica strada possibile per le piccole e medie banche tradizionali. Le barriere all’entrata per creare nuove aziende di successo grazie alla tecnologia stanno letteralmente crollando aprendo spazi di crescita sostenibile fino a pochi anni fa inimmaginabili.

(Sergio Luciano)

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