FINANZA E POLITICA/ Il prezzo caro che l’Italia dovrà pagare per i fondi europei

- int. Massimo D'Antoni

Già con il Recovery fund si sta ipotizzando di condizionare l’accesso ai fondi europei al rispetto della disciplina fiscale per Paesi come l’Italia

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Mentre ha preso il via il semestre di presidenza tedesca dell’Ue, Luis de Guindos, vicepresidente della Bce, istituzione che in questi mesi sta sostenendo l’Italia con acquisiti di titoli di stato che stanno andando oltre il parametro della capital key, in un’intervista a La Stampa ricorda al nostro Paese l’importanza di completare le riforme strutturali, evidenziando anche il rischio che si arrivi “a una Europa della crescita a due velocità”. «In realtà, è da tempo che abbiamo una divaricazione tra le performance della nostra economia e quella del resto d’Europa. Fino a metà degli anni Novanta l’Italia era grosso modo in linea con gli altri Paesi, poi ci siamo fermati mentre gli altri hanno continuato a crescere», commenta Massimo D’Antoni, Professore di Scienza delle finanze nell’Università di Siena.

Forse è aumentato il numero di Paesi più indietro come il nostro. Da questo punto di vista c’è chi ritiene che la Francia ci sia più vicina di quanto si immagini.

La Francia ha alcune difficoltà riguardanti l’esposizione sull’estero e anche il livello del debito pubblico, ma dal punto di vista della crescita sta meglio di noi. Nel tempo ha saputo attuare efficaci politiche di investimento e di sostegno al proprio apparato produttivo, per cui nonostante non abbia fatto le riforme che ci vengono richieste è riuscita comunque a tenere il passo della crescita della produttività. Ha un modello con un intervento dello Stato che, con tutti i suoi limiti, ha però funzionato meglio del nostro. Forse il punto è che il nostro modello di crescita, che con le sue peculiarità e i suoi limiti ci aveva comunque garantito a lungo una crescita sostenuta, e dal quale ci siamo allontanati nel corso degli ultimi decenni, non è stato sostituito con un modello alternativo valido.

Vuol dire però anche che le riforme strutturali che si chiedono non rappresentano una vera spinta alla crescita?

Quella delle riforme strutturali sembra essere ormai una specie di formula magica il cui contenuto andrebbe però meglio esplicitato, perché di riforme ne abbiamo già fatte molte. Negli anni Novanta siamo stati all’avanguardia nella riforma del sistema pensionistico, introducendo il metodo contributivo, e di recente è stata alzata l’età pensionabile. Sempre negli anni Novanta abbiamo iniziato le riforme del mercato del lavoro, che è ora certamente meno rigido di quello della Francia e forse anche della Germania. Abbiamo fatto più privatizzazioni di ogni altro Paese dell’Europa continentale, molti settori sono stati liberalizzati. Certo si può sempre dire che si sarebbe dovuto fare ancora di più, ma sarei curioso di domandare a chi, specie dall’estero, ci esorta a fare le riforme strutturali quali siano quelle che non abbiamo fatto: forse avrebbero difficoltà a rispondere.

De Guindos ricorda anche all’Italia che, “finita la pandemia, dovrà comunque riportare i conti pubblici a rispettare i parametri comunitari e i vincoli di stabilità…

Siamo in tanti a dire, da mesi ormai, che il vero nodo da discutere con l’Europa dovrebbe essere questo. Con l’inizio della pandemia è stata attivata la clausola di salvaguardia generale prevista dal Patto di stabilità e crescita, che sospende temporaneamente in vincoli di bilancio e consente ai Paesi di sforare i limiti previsti senza andare incontro a sanzioni. Qualcuno forse ha scambiato questa sospensione per un’abrogazione delle regole vigenti, ma non è così. Questa “deroga” andrà avanti finché dura la crisi del Covid-19, probabilmente per tutto il 2020 e il 2021, ma probabilmente già dal 2022 si dovrà tornare a fare i conti con le regole previgenti.

Questo concretamente cosa significherà?

Il nostro rapporto debito/Pil sarà cresciuto secondo le stime disponibili di una ventina di punti; applicare la “regola del debito” vorrebbe dire ridurre in 20 anni il rapporto di 100 punti di Pil. Tutte le risorse economiche e il capitale politico del Paese dovrebbero quindi essere utilizzate per ripianare il debito, con effetti pesanti sulla spesa sociale e sulla nostra capacità di sostenere gli investimenti. A meno che, certo, tali regole non vengano modificate, cosa di cui non si sta però discutendo. Al contrario, la sensazione è che anche i nuovi strumenti come il Recovery fund siano pensati come complementari al sistema di regole. Si sta teorizzando apertamente che i fondi europei siano accessibili solo ai Paesi che rispetteranno la disciplina di bilancio. Insomma, se finora per assicurare tale disciplina si è puntato sul bastone delle sanzioni, il Recovery Fund sarebbe la famosa carota. Ma, se così fosse, il prezzo da pagare per ottenere i fondi europei potrebbe essere molto alto in termini di austerità.

Non c’è il rischio che per ridurre il debito pubblico possa essere varata una patrimoniale?

Non dobbiamo dimenticare anzitutto che alcune patrimoniali le abbiamo già: mi riferisco all’imposta di bollo sui conti correnti e sui dossier titoli e alle imposte sugli immobili diversi dalla prima casa. Quando si parla di patrimoniale ho l’impressione che qualcuno pensi a un’imposta di tipo straordinario, ma credo che una tale soluzione sarebbe inattuabile, perché per avere effetti apprezzabili sul debito pubblico dovrebbe essere di una dimensione estremamente rilevante e ciò avrebbe un effetto negativo sull’economia, sui consumi e sugli investimenti. Pur non essendo contrario in linea generale, ho qualche dubbio anche sull’idea di una patrimoniale ordinaria, cioè un’imposta annuale di entità più limitata, perché rappresenterebbe una sorta di duplicato dell’imposta sui redditi da capitale e sui capital gain che già abbiamo. Un’imposta patrimoniale di questo tipo, dove è in vigore, fornisce un gettito molto limitato. Non è un caso che sia diminuito negli ultimi anni il numero di Paesi che adottano questo tipo di imposta.

Come si fa allora a rientrare nel percorso di risanamento dei conti pubblici?

Dovremmo rinegoziare tale percorso con i nostri partner europei, modificando il quadro di regole. Si dovrebbe prendere atto di ciò che ormai ripetono molti autorevoli economisti: siamo entrati in una fase in cui i livelli del debito pubblico in tutto il mondo sono cresciuti e con tali livelli elevati occorrerà convivere a lungo, cercando di renderli sostenibili. Fortunatamente i tassi di interesse sono molto bassi; il permanere di questa situazione dovrà essere garantito mettendo in campo politiche, in primo luogo monetarie, che garantiscano che il costo del debito resti contenuto, puntando poi principalmente sulla crescita economica per fare in modo che il rapporto debito/Pil diminuisca.

Il vicepresidente della Bce evidenzia anche l’importanza di una riposta fiscale pan-europea per le crisi e del completamento dell’unione monetaria e bancaria. Tuttavia è proprio il Paese leader dell’Unione, la Germania, a opporsi per prima alla cessione di sovranità.

Il percorso verso l’unione bancaria si è arenato proprio perché la Germania non vuole un’assicurazione comune sui depositi se prima non viene posto un limite ai titoli di Stato detenuti dalle banche. Cosa che per l’Italia significherebbe esporre il proprio debito pubblico a rischi enormi di default. Per quanto riguarda la politica fiscale, dubito che l’Europa possa arrivare a disporre di strumenti paragonabili a quelli di uno Stato.

Perché?

Intanto perché occorrerebbe un livello di integrazione politica molto più forte. Ma, soprattutto, in una vera unione fiscale è fisiologico che ci sia un trasferimento da chi è più ricco a chi è più povero, ma questo è quello che non si vuol fare in Europa. Guardando ai documenti in cui si parlava di integrazione fiscale fino a prima della crisi, la sensazione è che in realtà si avesse in mente un rafforzamento degli strumenti di controllo fiscale sugli Stati da parte di Bruxelles. Staremo a vedere cosa accadrà, ma, come spiegavo prima, mi stupirei se il varo del Recovery fund non fosse collegato al tema della disciplina fiscale.

A proposito di Recovery fund, sembra che si andrà verso una cifra complessiva di 600-650 miliardi di euro, inferiore quindi ai 750 miliardi che l’Italia, tramite il Premier Conte, considera la linea rossa sotto cui non scendere.

Più che la cifra complessiva contano i dettagli, di cui si parla meno, come la proporzione tra prestiti e fondi, il criterio di ripartizione di questi ultimi, le modalità di rimborso, eventuali condizioni sulla modalità con cui dovranno essere spese le risorse concesse.

Manca circa un mese al 5 agosto, termine entro cui la Bce dovrà fornire una risposta ai rilievi mossi dalla Corte Costituzionale tedesca. Risposta che dovrà essere valutata dalla Bundesbank. Lei cosa si aspetta?

Prima della sentenza della Corte federale tedesca, come molti altri, pensavo che sarebbe arrivato solamente un segnale, una sorta di messa in mora per le azioni future della Bce. La sentenza è riuscita a stupirmi, dimostrando ancora una volta che la Germania, quando esprime una posizione, tende ad andare fino in fondo senza badare troppo alle conseguenze. Quindi, se da una parte tendo a credere che alla fine si troverà un accomodamento, dall’altra non riesco a escludere un irrigidimento, con la Bundesbank che decide di chiamarsi fuori dal programma di acquisto dei titoli di stato.

Sarebbe l’inizio della fine dell’euro come qualcuno ipotizza?

Diciamo che a quel punto potrebbe benissimo scatenarsi una crisi di fiducia sui debiti di Paesi come il nostro, cosa che potrebbe dar luogo al ritorno a una situazione come quella del 2011, ma in un quadro più indebolito. A quel punto tutti gli scenari sarebbero possibili.

(Lorenzo Torrisi)

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