FINANZA/ Le ultime cartucce di Fed e Bce per prevenire la crisi

- Ugo Bertone

Sembra che le banche centrali si muovano per prevenire una crisi data per scontata. All’Italia le loro mosse però non possono bastare

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Sono stato chiaro? Allora ho sbagliato qualcosa”. È la famosa battuta pronunciata da Alan Greenspan, all’epoca presidente della Fed, in occasione di una conferenza stampa dopo una riunione del comitato monetario dell’istituto. La banca centrale, era il senso della battuta, non deve rinunciare all’effetto sorpresa, altrimenti i mercati rischiano di esser messi in condizione di sbagliare per eccesso di sicurezza. Ma la filosofia del “Maestro”, così come venne definito Greenspan prima di naufragare nella tempesta della crisi del 2007/08, è stata del tutto ribaltata nella stagione di Ben Bernanke e di Mario Draghi: il mantra delle banche centrali, specie dopo lo storico “whatever il takes” con cui sette anni fa il banchiere romano schierò il bazooka di Francoforte a difesa dell’euro, è che i mercati devono sapere tutto (o quasi) per decidere nella maniera più corretta. Ovvero per adeguarsi il più possibile ai messaggi delle banche centrali, da seguire con la stessa fiducia (e la stessa obbedienza) che meritano le previsioni del bollettino dei naviganti.

Ma la regola è oggi oggetto di una nuova revisione. Le banche non si limitano più a pilotare l’andamento della congiuntura sintonizzando gli interventi con le tendenze del mercato, correggendo gli eccessi del ciclo. L’azione della Federal Reserve, così come emerge dagli interventi del presidente Jerome Powell al Congresso, non mira a stimolare, quando necessario, l’occupazione, bensì prevede tagli preventivi al costo del denaro nonostante l’andamento almeno all’apparenza brillante del mercato del lavoro.

Altrettanto decisa la strategia della Bce così come è stata preannunciata due settimane prima del direttorio della Bce. Dai verbali è arrivata la conferma inequivocabile della linea accomodante: “I membri della Banca centrale – si legge nelle minute – prenderanno in considerazione l’iniezione di nuovi stimoli nel breve termine alla luce della debolezza dell’inflazione e delle crescenti incertezze a livello globale destinate a peggiorare nel prossimo futuro”. La pensa così Philip Lane, il nuovo capo economista dell’istituto, molto apprezzato da Mario Draghi: “Abbiamo gli strumenti e una buona esperienza per reagire a rischi di ogni tipo – ha risposto in una sessione di tweet aperta agli operatori -. Il modo più efficace per portare l’inflazione al livello voluto è l’adozione di misure pro-attive, compresa l’adozione dei tassi negativi”.

Infine, nel rapporto, l’ultimo sull’eurozona prima che il direttore generale del Fmi Christine Lagarde passi alla guida della Bce a novembre, il Fondo ha dichiarato che i piani di Francoforte per mantenere una politica monetaria accomodante sono “vitali”. Una vera e propria chiamata alle armi che, alla luce della congiuntura, anche in questo caso non sembra motivata dalla necessità di affrontare un’emergenza, bensì di prevenire una crisi data per scontata, dopo 105 mesi di crescita ininterrotta della locomotiva americana.

Non è la congiuntura, a ben vedere, la ragione della crisi di fiducia che pervade i mercati nonostante i record gonfiati dai tassi a livelli infimi. Semmai le banche centrali temono la maggiore fragilità e incertezza del quadro generale. Le guerre commerciali sono per ora solo sospese. La Brexit s’avvicina in un quadro così torbido da giustificare ogni incubo. E per quel che riguarda l’Eurozona, il rischio implosione non è affatto scongiurato. Di qui la missione del “pompiere” Mario Draghi in attesa del passaggio del testimone alla crocerossina Christine Lagarde: è importante stendere una rete di protezione nella speranza che nella seconda parte dell’anno nuovi stimoli facciano da ricostituente.

Per l’Italia la terapia non può che essere più robusta. Il calo dei tassi e la minor conflittualità nei confronti dell’Unione europea hanno fatto miracoli. Ma, date le ambiguità (e i danni) che condizionano l’azione di governo fanno sì che la fiducia resta merce rara. Dal questionario inviato da Equita Sim ai top manager delle banche del Bel Paese emerge che due terzi dei manager considerano che, nonostante i progressi del sistema in materia di crediti deteriorati e di spread, nonché il miglioramento degli utili, in materia di fiducia il più resta da fare.

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