FINANZA/ Quell’impronta tedesca della Bce che non aiuta l’Italia

- Paolo Tanga

L’impronta tedesca data alla Bce ne ha limitato l’efficacia nei suoi interventi. L’Italia non è stata certo premiata dall’Eurotower

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

La Banca centrale europea, approfittando della sua posizione di indiscusso potere dovuto all’appropriazione della proprietà della moneta che emette, ha pubblicato “A Tale of Two Decades: the ECB’s Monetary Policy at 20” a firma di Massimo Rostagno, suo direttore generale della politica monetaria, e di Carlo Altavilla, Giacomo Carboni, Wolfgang Lemke, Roberto Motto, Arthur Saint Guilhem, Jonathan Yiangou, un team della divisione politica monetaria, dichiarando che il primo ventennio si è chiuso in positivo.

Cosa avrebbe fatto detta Banca centrale? In realtà, non viene dimostrato alcunché, ma semplicemente la pubblicazione autoattribuisce all’Istituto centrale dei meriti collegandoli alle operazioni poste in essere che invece hanno creato, all’interno dell’area di competenza assistita, discriminazioni tra gli Stati aderenti e, di conseguenza, differenziazioni di trattamento tra le rispettive imprese e cittadini ivi residenti.

Quali sono le affermazioni a proposito della Bce?

1) avrebbe contribuito in maniera “determinante” alla creazione degli 11,4 milioni di posti di lavoro negli ultimi cinque anni;

2) in virtù della politica monetaria segnata da tassi negativi, Qe, tre serie di operazioni Tltro, avrebbe fatto salire il Pil dell’area euro del 2,7% in più rispetto a quello che sarebbe stato senza lo stimolo della Bce;

3) l’inflazione sarebbe stata dello 0,50% più bassa negli ultimi quattro anni;

4) avrebbe rafforzato il potere delle azioni poste in essere con l’effetto annuncio (forward guidance).

Sul primo punto mi limito a dire che qualunque accadimento potrebbe essere enunciato come “determinante” alla creazione di posti di lavoro, persino un terremoto. Con riferimento al punto 2, sui tassi negativi, gli studiosi non sono tutti concordi. Nella pubblicazione si giunge alla conclusione, invece, che i benefici a essi collegati superano ampiamente i costi, in quanto i benefici vengono a ridursi soltanto con il perdurare degli stessi in un periodo lungo. Per quanto concerne le operazioni di Qe, lo studio, in sintesi, attribuisce il merito di aver fatto comprimere gli spread e di aver ridotto il rischio di interesse, mentre le operazioni Tltro hanno contratto il costo della raccolta delle banche sostituendo forme alternative e più costose di raccolta.

In sintesi, si tratta di una lunga giustificazione del comportamento della Bce trovatasi ad affrontare e superare tutta una serie di vincoli normativi che ne mutilavano la capacità di intervento.

Dal mio punto di vista la Bce ha scelto di favorire a priori quegli organismi che avevano saputo salvaguardare la propria reputazione, ma verosimilmente tale salvaguardia non era ancorata a veri principi di solidità. Infatti, nello stesso lavoro si cita di essersi avvalsi dell’esperienza della Bundesbank (cfr. Introduzione pag. 5), anzi è proprio questo “copiare” che può condannare tutto l’operato della Bce, come da me dimostrato nei numerosi articoli riguardanti l’istituzione comunitaria in discorso pubblicati su questo quotidiano.

Il problema, però, non è quello di fare un excursus storico dell’operato di un organismo e di dichiarare che esso è stato o meno in grado di fronteggiare egregiamente le sia pur difficili vicissitudini economiche (come invece hanno fatto gli autori), quanto piuttosto analizzare gli effetti degli interventi e di verificare cosa essi abbiano prodotto. Questa analisi porta a dei risultati impietosi, pertanto mi limiterò a richiamare il lavoro svolto da altri ricercatori che già da soli evidenziano la necessità di drastici interventi compensativi a favore dei soggetti danneggiati. Parlo di interventi compensativi non per richiederli, quanto piuttosto per porre sulla questione una forte enfasi sulla necessità di cambiamento delle strategie finora seguite al fine di consentire l’adozione di scelte ottimali non viziate da preconcetti, se non dal voler approfittare dell’incapacità degli interlocutori di contrastare comportamenti aberranti.

A tal proposito, primo fra tutti, appare alquanto significativo lo studio del Cep, Centre for European Policy, istituto tedesco che ha evidenziato come la Germania sia uno tra i Paesi che più ha guadagnato dall’introduzione dell’euro, mentre l’Italia è quella che ci ha rimesso di più. La prima ha fatto segnare un incremento pro-capite per abitante tra il 1999 e il 2017 di oltre 23.000 euro, la seconda un decremento di oltre 73.000 euro; in termini di Pil nel solo anno 2017 il far parte dell’eurozona ha avuto un impatto positivo di 280 miliardi di euro per la Germania e un impatto negativo di 530 miliardi per l’Italia creando un differenziale di ben 810 miliardi di euro. Su sette Paesi solo due hanno segnato tassi significativamente positivi (Germania e Olanda), mentre negli altri cinque – Spagna, Belgio, Portogallo, Francia e Italia – in ordine via via crescente i risultati sono stati disastrosi.

In pratica questo studio conferma quanto affermato dall’economista premio Nobel Joseph Stiglitz nella sua pubblicazione “L’euro: come una valuta comune minaccia il futuro dell’Europa”, in cui asserisce che detta moneta unica è un tragico errore a cui va imputato l’aumento delle diseguaglianze economiche tra i singoli Paesi aderenti e all’interno delle società nazionali e che i criteri di convergenza basati sulla riduzione del debito e del deficit in rapporto al Pil aumentano dette disuguaglianze, anziché ridurle come promesso. Stiglitz rimarca che la Spagna e l’Irlanda, pur vantando surplus di bilancio e un rapporto debito/Pil molto contenuto finirono comunque in crisi. Aggiungo che l’Italia pur continuando a mantenere un avanzo di bilancio, non è riuscita a capovolgere gli effetti deleteri dell’adozione dell’euro proprio a causa dell’opposta direzione delle scelte imposte dalla Bce.

Ancora, anche Stiglitz accusa la politica europea nel suo insieme di essere uno strumento funzionale agli interessi particolari. È proprio di questi giorni, infatti, la notizia che la Bce abbia acquistato bond della Daimler: un aiuto diretto a una società tedesca in difficoltà. Inoltre, è da rimarcare che detto acquisto è stato fatto sul mercato primario, a dimostrazione che la politica della ripetuta banca centrale è volta a puntare tutto sul recupero tedesco, condannando in tal modo l’intera Europa a subirne il peso, impedendo pure il nascere di un riequilibrio spontaneo.

Se analizziamo il caso Italia e valutiamo i punti di forza della sua economia dobbiamo tornare necessariamente indietro nel tempo, all’epoca in cui non ci eravamo incatenati ai vincoli monetari: prima degli anni ‘90 il debito pubblico era posseduto quasi esclusivamente da residenti italiani; in particolare, su poco meno di 600 miliardi di euro, solo 10 miliardi erano di non residenti, mentre i risparmiatori privati ne detenevano oltre 380 miliardi; nel 1992 la percentuale di detenzione del debito pubblico da parte dei residenti è ancora rilevante perché su un debito pubblico di 819 miliardi, il 54% è da essi detenuto, le banche salgono al 22%, la Banca d’Italia all’11%, i non residenti al 7%, i fondi e assicurazioni al 6%; nel 2018, sul totale di 2.286 miliardi, i residenti sono scesi a un misero 6%, i non residenti invece balzano al 32%, le banche – nel frattempo divenute in gran parte di proprietà estera – al 27%, i fondi e assicurazioni al 19%, la Banca d’Italia al 16%, nonostante le operazioni di Qe. Il tracollo del possesso da parte dei residenti del debito pubblico è da ricondurre alla dematerializzazione dello stesso avvenuta in parallelo al vincolo di sottoscrizione dei titoli di Stato per il solo tramite degli istituti bancari e finanziari autorizzati, i quali cominciarono a “consigliare” le più sicure ”operazioni pronto contro termine”. In pratica, ai fedelissimi fu impedito di accedere agli sportelli dell’Istituto di emissione italiano costringendoli ad accontentarsi delle operazioni meno remunerative loro consigliate.

Un’altra analisi, curata dal prof. Valerio Malvezzi, evidenzia che i prestiti delle banche alle imprese non finanziarie nel periodo osservato 2011-2017 sono andati letteralmente in picchiata passando da più di 910 miliardi di euro a 740 miliardi di euro e nello stesso periodo i prestiti alle famiglie produttrici con meno di cinque addetti sono scesi da 101 a 89 miliardi di euro. Al riguardo, va evidenziato che le sofferenze sono aumentate da poco più di 30 miliardi a ben 140 miliardi, ma se si va a guardare nel dettaglio il valore delle sofferenze è aumentato a dismisura a causa dell’andamento negativo delle grandi imprese, i cui Npl sono più che quadruplicati, rispetto al raddoppio dello stesso aggregato delle piccole.

In merito, va considerato che i parametri imposti dalla Bce penalizzano proprio i crediti concessi a imprese di modeste dimensioni, aggravando le condizioni sia di tali imprese, sia delle uniche banche rimaste ancora di proprietà italiana che le assistono finanziariamente. Questa è la dimostrazione della volontà volta di sradicare le banche dal territorio, colpendo il cuore delle imprese di proprietà italiana. Nello studio del Malvezzi viene esplicitata una correlazione tra la crescita della nostra economia ogni qualvolta sia stato abbandonato il vincolo monetario (accordi, serpente monetario, Ecu) e dall’immediata decrescita allorquando il vincolo monetario veniva ripristinato, tant’è vero che da quando è stato adottato l’euro, l’economia italiana non si è più ripresa.

Del resto gli orientamenti della Bce appaiono alquanto bizzarri se si tiene conto che in presenza di un Pil tedesco di 2.760 milioni di euro ed europeo di 9.600 milioni di euro, l’esposizione per derivati della Deutsche Bank era di ben 54.700 milioni di euro, cioè quasi sei volte il Pil dell’intera area europea e venti volte il Pil della Germania. Quindi perché la Bce non si è mai domandata se la Germania sia veramente sicura e se lo sia la Deutsche Bank, mentre ritiene preoccupante la situazione delle banche italiane che sono semplicemente un dodicesimo del problema di una sola banca tedesca?

Inoltre, grazie anche agli orientamenti della banca centrale, in soli dieci anni gli italiani sotto la soglia di povertà sono quasi triplicati passando da 1,66 milioni a 4,74 milioni. Poiché la proprietà delle grandi banche in Italia è straniera, le piccole imprese non finanziarie, nonostante siano classificate sane, continuano a subire una sostanziale contrazione dell’assistenza creditizia, indirizzo che contribuisce al travaso della ricchezza dai piccoli operatori ai grandi operatori, dai poveri ai ricchi.

Pertanto, l’indirizzo germanocentrico non premia; quantomeno non premia l’Italia.

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