FINANZA/ Se anche il debito pubblico “fa il tifo” per Draghi a palazzo Chigi

- Stefano Masa

Il debito pubblico italiano è diminuito e questo rappresenta un ulteriore elemento per lasciare Draghi alla guida del Governo

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La sede del Mef (Lapresse)

Il debito pubblico italiano scende ancora e torna sotto la soglia dei 2.700 miliardi. Banca d’Italia ha diffuso le sue rilevazioni relative a novembre e, tra le tante tavole presenti nella sua periodica elaborazione statistica “Finanza pubblica: fabbisogno e debito“, si evidenza il sempre atteso e temuto dato sul debito pubblico o tecnicamente denominato “Debito delle Amministrazioni pubbliche“. 

Quanto emerge non lascia alcuno spazio a interpretazioni: rispetto al precedente ammontare (ottobre) pari a 2.710.270 milioni, oggi l’Italia presenta un saldo a quota 2.694.233 milioni ovvero un ridimensionamento che, nonostante la sua comunque enormità in termini assoluti, conferma la continuità positiva dei nostri conti pubblici. Di fatto, è opportuno e appropriato parlare di “continuità” poiché di tale si tratta e infatti, dalla cifra monstre di agosto (2.734.334 milioni), la diminuzione di novembre segue quella già avvenuta a settembre (2.706.434 milioni). 

Archiviata l’oggettiva buona notizia (che tale è e rimane), ora, come sempre (e non spesso) accade, si apre il dibattito tra i moltissimi osservatori. Da una parte ci saranno tutti coloro che, confrontando il dato con quello dell’anno precedente (a novembre 2020 il debito era a 2.589.265 milioni), andranno a sottolineare la crescita comunque realizzata; sul versante opposto, invece, si presenterà l’opposto schieramento che, pur consapevole di questo riscontro, vuole valorizzare il positivo dato acquisito. Chi scrive non può negare appartenere a quest’ultima categoria e, senza alcun intento autoreferenziale, deve anche ammettere che la pubblicazione di Banca d’Italia, ha confermato il suo precedente auspicio: «Ora, guardando e facendo i conti in tasca (alle nostre tasche), l’andamento del debito pubblico nazionale è ancora visto in crescita per alcune (poche) rilevazioni mensili, ma entro la fine dell’anno o al massimo nei primi mesi del 2022 (con buone probabilità entro il primo trimestre) siamo fiduciosi nel poter assistere a un ripiegamento (anche significativo) dopo parecchi anni di continua crescita». Questa la nostra considerazione dello scorso giugno che, sempre in quell’occasione, riportava inoltre una condizione di fondo per la stessa autorealizzazione, ovvero: «All’interno dei nostri confini, invece, salvo colpi a sorpresa della finora latente classe politica, il mandato al Premier e leader Mario Draghi sembra pronto per arrivare al termine della legislatura». 

Oggi, alla vigilia dell’elezione del Capo dello Stato, il problema in capo all’Italia è solo questo: l’intento della politica e il volere degli stessi politici nel mantenere questo status di apparente stabilità del nostro Paese attraverso la riconferma dell’attuale Premier Mario Draghi quale leader dell’esecutivo in essere. Paradossalmente, l’elezione dell’ex Governatore della Bce a Presidente della Repubblica consentirebbe una sorta di smodato “liberi tutti” in chiave di attuazione futura del Pnrr con un inevitabile (e certo) spreco dell’importante opportunità a disposizione del nostro Paese.

Appare evidente che, in caso di elezioni di Mario Draghi al Colle, la sua vigilanza sarà sempre costante e la sua vigile presenza sarà garantita, ma, allo stesso tempo, il timore di una sua “lontananza” architettata dalla stessa politica non permette di immaginare una continuazione dell’attuale stato di serenità con ovvie implicazioni sull’andamento dei conti pubblici. 

Rimaniamo in attesa degli ormai imminenti eventi e, per ora, ci godiamo questa pur sempre e momentanea verità: la riduzione del debito pubblico italiano. 

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