Flick “si indaga sui costumi, non più sui fatti”/ “Crisi processi colpa Tangentopoli”

- Niccolò Magnani

Per l’ex Presidente della Consulta Flick necessaria la riforma della giustizia: “processi falliscono perché non si indaga più sui fatti ma sui costumi. Cominciò tutto con Tangentopoli”

Antonio Di Pietro magistrato
Antonio Di Pietro, Mani Pulite (LaPresse)

Secondo Giovanni Maria Flick la vera crisi della giustizia italiana nasce con la madre di tutti i processi moderni, ovvero Tangentopoli: l’ex Presidente della Corte Costituzionale, oggi intervistato dal Messaggero, prova a mettere in sequenza i motivi che portano la politica a voler cambiare radicalmente la gestione stessa della magistratura. La riforma del Csm, sul processo civile e penale e il caos delle nomine nelle Procure: il compito per la neo-Ministra Marta Cartabia è tutt’altro che facile, ma l’urgenza è ormai enorme se si vuole recuperare appieno l’apparato della giustizia in Italia.

«Penso che un sistema che valuti le competenze di un magistrato sia indispensabile», spiega Flick ai colleghi del Messaggero, ma «le pagelle non possono, ovviamente, diventare uno strumento di controllo; invece bisogna evitare che, dopo l’ingresso in magistratura, si entri in un sistema di autoreferenzialità. Le cose cambiano e anche i magistrati devono essere all’altezza dei loro ruoli. Credo che i criteri di valutazione oggi siano insufficienti». Serve dunque sì la riforma del Csm, ma per Flick non come la intende il vicepresidente del Consiglio Superiore di Magistratura: «Indispensabile la riforma, ma non dimezzando i tempi per cambiare metà del Consiglio, come sostiene Ermini. Bisognerebbe limitare il correntismo e invece, così, ci sarebbero doppie elezioni»

LA CRISI DELLA GIUSTIZIA E LE RIFORME NECESSARIE

Secondo l’ex Presidente della Consulta il problema nasce proprio con Tangentopoli e arriva fino ai giorni nostri: «Certi comportamenti, etichettati come espressione di libertà, andrebbero riconsiderati, nell’ottica di un possibile attrito con la deontologia. Al magistrato si riconoscevano un ruolo e una credibilità che adesso stentano a essere riconosciuti», attacca Giovanni Maria Flick, identificando nel processo di Mani Pulite ad inizio anni Novanta l’inizio di questo declino «La magistratura ha ritenuto di dovere perseguire anche i costumi. Dopo Tangentopoli, abbiamo abbandonato il metodo di giudicare il fatto per guardare successivamente all’uomo. Oggi si giudica l’uomo, il corruttore, l’associato a delinquere, ossia il tipo di persona che è espressa da quel fatto; quest’ultimo è oggetto del trattamento penitenziario».

Per questo motivo la giustizia è profondamente in crisi secondo Flick e il caso Palamara sta a testimoniarlo: «La violazione dell’articolo 15 della Costituzione deve avere un carattere di eccezionalità. Strumenti come l’intercettazione, e tanto più il trojan, dovrebbero essere utilizzati solo in casi indispensabili, per proseguire indagini già aperte. Invece si fa pesca a strascico, violando così anche il principio costituzionale della libertà di espressione». Tre i principali problemi che causano la crisi dei processi in Italia, secondo il professore e massimo esperto di costituzione: l’impiego eccessivo della tecnologia (vedi intercettazioni, ndr), la durata dei processi che lo Stato non riesce a risolvere; la crisi del principio di legalità, legata alle troppe fonti normative. Alle nostre leggi, conclude Flick, «si aggiungono le decisioni della Corte dei diritti dell’Uomo, della Corte di giustizia europea e della Consulta. Oltre che l’interpretazione dei singoli giudici. Una confusione nella quale, da ultimo, abbiamo scoperto i Dpcm, che sono ordini amministrativi. Più le leggi sono numerose più c’è la possibilità di interpretarle».

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