ITALIA, NUOVO PRESTITO UE/ Fondo Sure, 3 problemi che smentiscono le buone intenzioni

- Natale Forlani

Fondo Sure: le scelte sinora operate dal governo hanno comportato una serie di problemi che rendono improbabile il realizzo delle buone intenzioni

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LaPresse

Il governo italiano ha inoltrato ufficialmente la richiesta di poter accedere alle risorse del nuovo fondo europeo Sure, per un importo di 28,5 mld di euro. Come noto il nuovo fondo europeo è  stato recentemente costituito per erogare prestiti, sulla base di risorse raccolte sul mercato dalle istituzioni della UE, per sostenere gli stati nazionali aderenti nella promozione di misure di protezione dei lavoratori per le conseguenze della crisi economica post Covid.

Le modalità di erogazione,  le condizioni di utilizzo e i tassi di interesse sui prestiti, sono quasi del tutto analoghe a quelle del Fondo Mes per la parte degli interventi finalizzati a potenziare i sistemi sanitari nazionali. Risorse che il governo italiano, per il momento, non intende richiedere in relazione al veto posto dal M5S per l’utilizzo dei fondi Mes.

Probabilmente, le richieste del governo italiano per i fondi Sure saranno riscontrate solo in parte, circa 20 mld secondo le previsioni effettuate dai tecnici della Commissione UE. Per attivare queste risorse, lo stato italiano dovrà  inoltre farsi carico di circa 4 mld di oneri come punta parte delle garanzie sui prestiti offerte ai creditori.

Su come finalizzare l’utilizzo delle risorse da parte del nostro governo, le intenzioni sono ancora fumose. Viene ventilata l’ennesima riforma degli ammortizzatori sociali per semplificare l’accesso e estendere l’utilizzo a tutti i settori e aziende, oltre che alle diverse tipologie di lavoro autonomo. Promettendo, sempre per l’ ennesima volta, di condizionare rigorosamente i beneficiari dei sostegni al reddito a partecipare alle iniziative di politica attiva del lavoro. A questi primi interventi dovrebbero farne seguito ulteriori rivolti a potenziare le misure di sostegno al lavoro femminile, per favorire il ricambio generazionale e per potenziare le competenze dei lavoratori. Interventi che dovrebbero trovare una collocazione nei programmi che nel mese di ottobre saranno presentati alla Commissione europea per l’utilizzo delle risorse del Recovery fund.

Tutto questo a parole. Ma le scelte sinora operate dal governo hanno comportato una serie di problemi che rendono improbabile il realizzo delle buone intenzioni.

Primo problema: le casse sono vuote e il fabbisogno di interventi assistenziali si mantiene ancora molto elevato. È un fatto noto che i 100 mld di risorse impegnate con i tre recenti provvedimenti votati dal parlamento abbiano esaurito i margini di ulteriore indebitamento pubblico possibili.

Per questo motivo sono state richieste le risorse del Sure e, statene certi, verranno richieste quelle del Mes. Per caricare su queste gli oneri delle politiche di sostegni ai redditi e quelle sanitarie, liberando i margini di gestione complessiva della spesa pubblica. In attesa delle prime risorse del Recovery fund che comunque non arriveranno prima della seconda parte del 2021.

Secondo problema: data la scelta di prolungare le casse integrazioni, le cig e i bonus i fabbisogni di interventi assistenziali in uscita sono destinati ad aumentare. Difficile pensare di introdurre una riforma degli ammortizzatori sociali in queste condizioni, quando aumenterà la domanda di prorogare cig, bonus, indennità di disoccupazione, redditi di cittadinanza e di emergenza vari.

Terzo problema: la condizione per il funzionamento delle politiche attive, dipende dalla certezza che quelle passive abbiano un limite temporale, in modo tale incentivare le persone alla ricerca di un lavoro. Diversamente il circolo diventa vizioso e di solito tende ad aumentare il numero delle persone che si si danno da fare per arrotondare l’ assegno pubblico con prestazioni sommerse.

In Italia avviene esattamente il contrario. La debolezza delle politiche attive diventa il pretesto per allungare i periodi di utilizzo di quelle passive. Non è un gioco di parole, ma il derivato di una cultura del lavoro tutta rivolta a proteggere l’esistente, con la creazione di vincoli per le assunzioni e per dismissioni dei rapporti di lavoro, anziché  investire sulle competenze delle risorse umane e sulla capacità di farle incontrare con i fabbisogni delle imprese.

Un approccio insensato considerando che strutturalmente le transizioni tra un posto di lavoro a un altro coinvolgono annualmente  circa il 40% dei lavoratori. Compresi quelli a tempo indeterminato. Perché la mobilità  del lavoro dipende dalle caratteristiche strutturali delle organizzazioni produttive, non dalle normative.

Qui sta la vera differenza tra il modo di concepire il tema delle tutele e della protezione  dei lavoratori  negli altri paesi europei e quello in voga nel contesto italiano.

Il reddito di cittadinanza, e la decisione di concentrare tutte le risorse delle politiche attive per  reinserire al lavoro i beneficiari di questi sussidi, consentendo loro di rifiutare tutte le proposte di regolare assunzione che non fossero a tempo indeterminato, ne rappresenta nei tempi recenti l’esempio più  delirante.

Questa è la questione di fondo che ci accompagnerà nei prossimi mesi. La crisi post pandemica metterà in moto una mole di scelte imprenditoriali, positive o negative, destinate ad influenzare le condizioni di lavoro e di vita di milioni di persone. La gran parte di queste trasformazioni riguarderanno i comparti dei servizi, attualmente caratterizzati da una sottoutilizzazione delle tecnologie digitali e da una rilevantissima quota di lavoro sommerso.

In questi ambiti si giocherà buona parte della nuova scommessa occupazionale, la stessa possibilità  di recuperare i gap imprenditoriali, generazionali e di genere che ci distanziano dagli altri paesi europei. Ma questo dipenderà  dalla qualità degli investimenti e delle innovazioni nelle organizzazioni del lavoro e sulle risorse umane. Non certo dalle riforme degli ammortizzatori sociali.






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