Galimberti “no libertà finché esiste il cristianesimo”/ “Persona? Meglio la comunità”

- Niccolò Magnani

Per il filosofo Umberto Galimberti finchè resta la cultura del cristianesimo non ci sarà vera libertà: “conta solo la comunità e la scienza, non la persona”

Galimberti a "In Onda"
Il filosofo Umberto Galimberti a "In Onda" (video La7)

Unendo le ultime due comparsate di Umberto Galimberti, stimato filosofo e psicanalista, al programma “In Onda” su La7 sembrerebbe quasi che le colpe della pandemia COVID-19 siano da far dipendere al cristianesimo. O meglio, ai cristiani. Nell’ultima puntata andata in scena poche ore dopo l’annuncio del Premier Draghi sulle nuove regole del Green Pass, nella trasmissione di Concita De Gregorio e David Parenzo si discute ancora dell’obbligo vaccinale o della persuasione come metodo “migliore” per portare a casa la battaglia contro il coronavirus.

Ed ecco che il filosofo torinese torna alla ribalta spiegando cosa si dovrebbe intendere per libertà vera, in contrapposizione alle proteste scatenate dai dubbiosi del Green Pass (attenzione, non solo dal manipolo scatenato di No Vax, ndr): «Che cos’è è la libertà? La cultura greca consegnava il primato alla città e non all’individuo», citando poi Aristotele quando scrisse che «se qualcuno entra in città e pensa di poter fare a meno degli altri, o è bestia è dio». Ecco, per Galimberti chi non pensa altri è una «bestia» ma per tutto questo vi è un’origine ben specifica e rintracciabile, secondo il pensatore: «Il cristianesimo ha messo al centro l’individuo, la cosa più importante è salvare l’anima e la si salva individualmente. L’individualismo è partito da quella concezione: Agostino dice che “Allo Stato non compete il compito di cercare il bene comune, ma di togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima”, che però resta individuale».

GALIMBERTI E LA LIBERTÀ DI NON METTERE IN DISCUSSIONE LE (SUE) IDEE

Solo una settimana fa, quando già si iniziava a porre l’attenzione sul Green Pass da estendere per obblighi vaccinali a chi volesse accedere alle attività normali e quotidiane, Galimberti lamentava in diretta la presenza di persone come i no vax che mettono «in pericolo la collettività». Ecco per quelle “categorie” la proposta del filosofo fu quella di un Tso vero e proprio per chi «non crede ai vaccini ma crede alle apparizioni di Fatima e Medjugorje […] In loro c’è la pazzia e vanno curati». Passano 7 giorni e la “novella di Gesù” torna ad essere nel mirino del pensatore molto più che ateo: «Fino a che funziona questa cultura – il cristianesimo non è solo una religione ma una cultura collettiva, anche gli atei oggi sono cristiani – ecco finché resta questo noi non ci libereremo mai. Occorre assumere un atteggiamento critico nel primato dell’individuo, rispetto al primato della comunità». Un cristianesimo contro la libertà, contro la collettività e sostanzialmente “egoista”: per essere un filosofo, il concetto di confronto tra idee ed esperienze deve un po’ difettare, quasi dimenticando (dolosamente) 2 millenni di cultura cristiana che hanno originato, fondato e mantenuto (certo, non senza errori o passi falsi) quell’Occidente dentro il quale Galimberti, volenti o nolenti, è legittimato a dire quello che vuole e come lo vuole. Quando poi viene chiesto al filosofo come si possa ancora oggi avere una capacità di persuadere sui vaccini, Galimberti conferma “inconsciamente” quanto sia difficile accettare che non solo le idee degli altri vanno messe in discussioni, ma pure sulle proprie si potrebbe fare quantomeno un briciolo di bagno d’umiltà: «Io ho visto persone che sono convinte che non si devono vaccinare. Quelle persone non sono disposte a mettere in questione i loro convincimenti: se le idee non vengono messe in questione, diventano abitudini mentali che diventano principi quando invecchiano. Se non si mettono in questione che autorità hanno queste idee?». Conclude ancora il pensatore a “In Onda”, «Queste convinzioni sono dei vissuti soggettivi: la scienza è invece un sapere oggettivo, valido per tutti da chiunque e con i medesimi risultati. Di fronte alla scienza questa convinzioni soggettivi hanno ancora valore?». Una società in mano alla scienza e fondata sull’oggettività: ci chiediamo, umilmente e sommessamente, ma una comunità e la stessa scienza non sono frutto di incontri, relazioni, vissuti ed esperienze di persone? “Colpirne una per educarne 100” lasciamolo al dittatoriale e illiberale, quello sì, Mao. Please.



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