GAZA, BOMBE SULLA CHIESA ORTODOSSA/ “Viola, uccisa con marito e figlio, era lì per portare aiuto”

- int. Fabrizio Cavalletti

Gaza, bombardata al chiesa ortodossa di San Porfirio: è morta anche Viola, operatrice Caritas che lavorava in un centro medico ora chiuso

Guerra a Gaza Guerra Israele-Hamas, le macerie a Gaza (LaPresse, 2023)

Dopo l’ospedale una chiesa. I bombardamenti a Gaza continuano a colpire in modo indiscriminato. E soprattutto a fare vittime. Questa volta è stata colpita una sala adiacente alla chiesa ortodossa di San Porfirio, nella quale avevano trovato rifugio 411 persone rimaste senza casa. Tra queste anche Viola, una tecnica di laboratorio di Caritas Gerusalemme, uccisa con il marito e il suo bambino con i quali si era rifugiata in quei locali. La stessa sorte è toccata alla sorella e ai suoi due figli. Unica colpa: l’aver cercato un riparo dopo che le loro case erano state danneggiate. L’attacco è stato definito un crimine di guerra dal Patriarcato ortodosso di Gerusalemme, mentre l’esercito israeliano parla di un muro danneggiato in seguito a un’azione che aveva un altro obiettivo. Intanto, però, le vittime restano.

Il bilancio iniziale era di 11 morti, poi sono saliti a 17, ma si teme che l’elenco delle vittime possa essere ancora più nutrito. Proprio lì, a Gaza, racconta Fabrizio Cavalletti dell’Ufficio Medio Oriente e Nord Africa di Caritas italiana, prima della guerra c’era un’attività di assistenza sanitaria attraverso una struttura fissa e altre mobili. Viola lavorava come tecnico di laboratorio nell’ambito di questo servizio, sostenuto da Caritas Gerusalemme. Un’attività che, come tutte la altre, è stata sospesa. La Caritas ha già pronto del materiale sanitario da inviare a Gaza per soccorrere le persone, ma è impossibilitata a farlo. Riesce ancora, con qualche difficoltà in più rispetto al solito, ad assicurare i suoi servizi alle famiglie assistite in Cisgiordania. Gaza, invece, è off limits per tutti, con i viveri che scarseggiano sempre di più.

Un’altra tragedia a Gaza. Cosa è successo alla chiesa di San Porfirio?

Nella notte è stata colpita da una bomba una chiesa ortodossa che ospitava circa 400 persone, rifugiate lì per avere assistenza: al momento dell’esplosione si trovavano nella hall, nella quale dormivano. Tra queste c’erano anche persone della Caritas del Patriarcato di Gerusalemme, che al momento ha sospeso le attività, ma che operava a Gaza fino al giorno prima dei bombardamenti. Persone che avevano dovuto rifugiarsi lì perché le loro case sono state danneggiate. Un’operatrice palestinese che faceva parte dello staff Caritas è rimasta uccisa con suo marito e suo figlio. Con lei è deceduta anche la sorella con i suoi due figli. In tutto ci sono 17 morti, ma potrebbero essere di più.

Da quando la chiesa è diventata un rifugio per queste persone?

Da quando sono iniziate le operazioni militari, dai giorni immediatamente successivi allo scoppio della guerra. La chiesa era diventata un punto di riferimento per chi non poteva rientrare a casa sua. Il personale di Caritas che era lì si era rifugiato come altre persone che vivono a Gaza. Caritas al momento è impossibilitata ad operare nella Striscia. Si spera nel cessate il fuoco e in vista di questo momento ha predisposto un piano di intervento per aiutare le persone. Ma adesso non può farlo. Chi fa parte dello staff che opera di solito ha trovato riparo dove ha potuto o è rimasto in casa se ancora l’edificio è in piedi. La ragazza deceduta era lì come sfollata. Nella chiesa era stata allestita una distribuzione di pasti per le persone che si erano riparate lì.

Quali aiuti portereste a Gaza se fosse garantita la possibilità di movimento?

Prima della guerra Caritas operava nella Striscia soprattutto per l’assistenza sanitaria, con un centro sanitario e alcune cliniche mobili. A Gerusalemme si sono preparati per riattivare, quando sarà possibile, questa assistenza medica, con dei farmaci e kit igienico-sanitari e con beni di prima necessità: vestiario, coperte. Si è predisposto un piano di primo aiuto che possa essere messo in campo immediatamente nel momento in cui ci sarà un cessate il fuoco. Da parte di Caritas italiana c’è stata subito la disponibilità a sostenere finanziariamente questo piano. C’è stato un appello anche dell’Onu per una tregua, per creare corridoi umanitari: se succedesse siamo pronti a intervenire.

In questo momento nessuno, però, può accedere a Gaza, neanche per portare aiuti di questo genere?

No. A Gaza è tutto chiuso. Si è parlato di aprire il confine con l’Egitto per far arrivare gli aiuti ma non è ancora accaduto niente. Gaza è blindata. L’unica cosa possibile, ed è il modo in cui da Gerusalemme si sta cercando di sostenere il personale che vive ancora lì, è il cash transfer. Il sistema bancario ancora funziona. In parte è ancora possibile trasferire fondi. Si sta fornendo un’assistenza cash perché poi la gente possa acquistare, per quanto possibile, i beni per sopravvivere. Prima o poi però a Gaza finiranno anche i beni acquistabili. Se tutto rimane chiuso è chiaro che alla fine non rimarrà niente: fino a che si potrà manterremo questo canale per sostenere le persone.

La gente con cui siete in contatto cosa vi racconta della situazione?

Siamo in contatto con Caritas Gerusalemme che non ha sede a Gaza, ma ha il polso della situazione, abbiamo avuto un incontro in teleconferenza l’altro ieri e ci dicono di una situazione drammatica dal punto di vista umanitario. C’è un grande cordoglio per tutte le vittime, israeliane e palestinesi: le vittime sono vittime, dobbiamo guardare agli uomini senza etichette.

Situazione drammatica vuol dire che scarseggiano i beni alimentari?

Sì. Attualmente, come dicevo, con il cash si riesce a comprare qualcosa, ma c’è un problema umanitario enorme. In ogni caso la popolazione di Gaza già prima viveva una crisi grave: è il posto al mondo con la più alta densità di popolazione e viveva in una situazione di grande povertà. Questa azione sta già provocando centinaia di migliaia di sfollati: sono persone che erano già allo stremo.

Caritas opera anche nella Cisgiordania?

Caritas Gerusalemme opera anche in Cisgiordania, nella West Bank. Lì le attività stanno continuando: sono anche di tipo sanitario, di sostegno alle famiglie dal punto di vista economico, di promozione socioeconomica per l’avvio di attività, per sostenere il reddito. Ci sono tanti programmi che continuano, anche se in maniera ridotta perché la situazione della sicurezza si è deteriorata, le possibilità di movimento sono diminuite. Non è la situazione di Gaza.

(Paolo Rossetti)

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