GENE CLARK/ “No Other” 45 anni dopo: l’angelo volato via troppo presto

- Paolo Vites

Ristampato in un elegante box di quattro cd il capolavoro di Gene Clark, “No Other”

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Foto di Gene Clark - Michael Ochs Archives/Getty Images

Solitamente, pensiamo che le cosiddette canzoni “tristi” esprimono, liricamente, la medesima sensazione di tristezza che esprime la musica. Che senso avrebbe cantare una canzone musicalmente allegra che parla di malinconia, perdita, dolore, incapacità a sopravvivere alle sfide della vita? E viceversa. E’ un concetto che va bene per chi sforna canzoni a livello industriale, per chi segue le regole del marketing. Per fortuna la grande musica non funziona così.

Varrebbe la pena approfondire il concetto di tristezza, che nel luogocomunismo contemporaneo ha perso ogni sfumatura del suo reale significato. Oggi vogliamo risposte facili, prefabbricate, che ci evitino la fatica di pensare e approfondire quello che siamo. “Le canzoni tristi mi rendono felice” mi disse una volta nel corso di una intervista Jeff Tweedy il leader dei Wilco, uno che di canzoni tristi sa più che qualcosa soltanto.

“Tutti sperimentiamo dentro di noi ciò che i portoghesi chiamano saudade, un desiderio inspiegabile, un anelito anonimo ed enigmatico dell’anima, ed è questa sensazione che vive nei regni dell’immaginazione e dell’ispirazione ed è il terreno fertile per le canzoni tristi, per la canzone d’amore. Saudade è il desiderio di essere trasportato dall’oscurità alla luce, di essere toccato dalla mano di ciò che non è di questo mondo” dice Nick Cave.

La canzone triste dunque si esprime in mille modi misteriosi.

Nel caso di Gene Clark, membro fondatore del più importante gruppo rock americano degli anni 60 e maggior compositore fino alla sua precoce fuoriuscita dopo poco più di un anno di militanza, i Byrds, poi autore di una carriera solista tanto straordinaria quanto sfortunata abbiamo un esempio di formidabile collisione tra una voce carica di malinconia, musicalità delicata e intimista e testi che invece inneggiano continuamente alla bellezza, allo splendore, alla ricchezza della vita, al non arrendersi mai: “Non buttarti giù, non sentirti triste, anche se i tuoi sogni sono fatti di cose che non avrai mai. Guarda al domani, lascia che i tuoi problemi scompaiano e volino via nel sole” (One in a hundred).

Come è possibile? La bellezza indicibile delle sue canzoni è proprio l’espressione di quell’ineludibile desiderio di felicità che è nel cuore dell’uomo e che Gene Clark inseguì per tutta la sua breve esistenza, trovandosi sempre a vederlo sfuggire di mano per via dell’impossibilità di afferrarlo compiutamente. Ma ne percepì sempre la assenza/presenza cantandolo sempre con una forza espressiva che ha pochissimi paragoni nella storia della canzone d’autore americana, anche di maestri del genere come Leonard Cohen o Van Morrison: “Con il domani prenderò in prestito un altro momento di gioia e dolore e un altro sogno e un altro domani” (With Tomorrow). Lo stesso Bob Dylan, considerato il massimo autore di canzoni di sempre, giunse a dire che avrebbe voluto scrivere lui un pezzo come For a Spanish Guitar, tanto era bella: “E le risate dei bambini piene di fantasie non ancora distrutte dai dogmi di quelli che le evitano non sapendo chi siano, e il giusto e lo sbagliato e la pazzia e le risposte che non si possono spiegare pulsano dalla mia anima attraverso il mio cervello in una chitarra spagnola”.

Gene Clark aveva un’arma segreta con cui i suoi colleghi potevano ben poco: era dotato di una voce tra le più belle che si siano mai sentite. Anche nei (pochi) brani rock, pensiamo a quei piccoli gioielli che scrisse ai tempi dei Byrds, la sua voce profonda, caratterizzata da momenti che si spezzano e recuperano il  fraseggio come un sussulto, un singhiozzo, esprimeva una malinconia indicibile. Ma non solo, aveva una capacità melodica che pochi hanno saputo avere. “Perché il segreto di Clark è sempre stato quello, fin dai tempi delle risacche byrdsiane: sotto le asperità frenetiche si cela la sua tenerezza disarmante”, come ha scritto giustamente Junio C. Murgia.

Nel 1974, anno in cui pubblica il suo disco musicalmente più ambizioso, No Other, ha già dietro le spalle una serie terrificante di capolavori: i pezzi scritti per i Byrds, come I Feel a Whole Lot Better, il primo esempio di psichedelia pre Sgt. Pepper’s (With the Gosdin Brothers, 1967) e anche il primo esempio assoluto di unione di country e rock (The Fantastic Expedition of Dillard & Clark, 1968, disco senza il quale non sarebbero mai nati gli Eagles) fino al capolavoro assoluto, nel 1970, di White Light, disco minimale dai toni crepuscolari, che contiene fra le tante gemme For a Spanish Guitar.

Nessuno di questi lavori viene premiato dal punto di vista commerciale: Gene Clark è persona difficile, ama la solitudine, mal sopporta la folla, il business dell’entertainment, le apparizioni televisive e anche quelle live e comincia a sviluppare un problema sempre più cronico con l’alcol. Nonostante questo, nell’ambiente musicale californiano tutti sanno che è un genio. E’ così che l’Asylum di David Geffen gli offre l’occasione per quello che dovrebbe essere il rilancio definitivo, un disco con un budget notevole e la possibilità di impiegare i migliori musicisti sulla scena. Tra gli altri, Lee Sklar, Jesse Ed Davis, James Burton (chitarrista di Elvis), Russ Kunkel, Danny Kootch, Butch Trucks (batterista della ABB), Craig Doerge, Chris Hillman, Clyde King (futura corista di Bob Dylan e Bruce Springsteen).

Il risultato è un disco rock visionario e apocalittico, in cui il concetto di country rock viene trasceso per portare l’ascoltatore in una dimensione superiore, dove un brano come Silver Raven sintetizza la separazione dell’anima dal corpo per un viaggio cosmico nei cieli, o dove la title track ha sonorità funk e black, un rock metropolitano che esprime angoscia e paura. Some Misunderstanding è di una bellezza cristallina, una invocazione di così intensa spiritualità che se Elvis ci avesse messo le mani sopra ne avrebbe fatto la sua incisione definitiva, mentre il country-rock intinto nel gospel di Life’s Greatest Fool è semplicemente irresistibile nella sua pimpante ironica visione delle nostre debolezze umane.

“L’intero album” ricorda Gene Clark “è stato scritto quando avevo una casa con vista sull’Oceano Pacifico nel nord della California. Mi sedevo semplicemente in salotto, che aveva un’enorme vetrata, e fissavo l’oceano per ore e ore. Avevo carta e penna, una chitarra o un pianoforte, e ben presto sarebbe giunto un pensiero e lo avrei scritto o messo su nastro. Nella maggior parte dei casi, dopo una giornata di meditazione guardando qualcosa che è una forza molto naturale, mi viene in mente qualcosa”.

In questo disco Gene Clark esanima, con la stessa spiritualità di Jack Kerouac, una visione zen del mondo in cui si incrociano le sue radici cristiane, dimostrandosi capace di staccarsi e allo stesso tempo rimanere nel mondo: “I bambini ridono e scappano via, mentre altri guardano dentro all’oscurità del giorno, alcune strade sono facili, altre crudeli, potrebbe essere questa la ragione per cui l’uomo è il più grande sciocco esistente al mondo. Credi davvero quando sei tutto solo che la chiave al tuo destino sia scomparsa? Credi davvero nella tua anima che troppa solitudine ti renda vecchio?”.

Gene Clark aveva realizzato un disco visionario di rock psichedelico, folk, country e soul che costò una piccola fortuna, 100mila dollari al tempo, equivalenti oggi a oltre mezzo milione di dollari. Sebbene accolto calorosamente dalla critica, No Other fu un fallimento commerciale e non fu più stampato. La Asylum non lo promosse nel modo adeguato e già nel 1976 era scomparso dal catalogo. Thom Jurek di AllMusic ha espresso perfettamente il contenuto del disco in una recensione a cinque stelle: “Un’opera ambiziosa e tentacolare che fonde perfettamente country, folk, jazz, gospel, blues urbano e  rock di Los Angeles in un ciclo di canzoni che riflette la metà degli anni ’70 meglio di qualsiasi altra cosa dal tempo, e che continua a perseguitare il presente con la sua rilevanza”. Per l’inglese The Guardian No Other è “uno dei più grandi album mai realizzati … Inizialmente celebrato per la sua oscurità, è ora celebrato per la sua magnificenza. Era in ogni modo un magnus opus: epico, tentacolare, poetico, corale, rococò”.

Tutt’oggi nuove generazioni di musicisti ne riscoprono la bellezza. Nel 2013 membri dei Beach House, Walkmen, Fleet Foxes, Grizzly Bear lo hanno riproposto nella sua interezza in una serie di concerti speciali.

La 4AD ha oggi rimasterizzato No Other ad Abbey Road gli studi dei Beatles e dopo 45 anni sta dando all’opera la rivalutazione che merita. L’album originale di otto tracce è in uscita l’8 novembre sia su CD che su LP, mentre è in arrivo anche una doppia edizione a tiratura limitata con copertina rigida che include un disco bonus di versioni alternative in studio di ogni traccia più una registrazione di Train Leaves Here This Morning (un successo degli Eagles del 1972, scritto da Gene Clark e Bernie Leadon e da Clark già inciso anni prima). L’edizione deluxe del cofanetto poi entusiasmerà i fan in attesa da decenni, curata con gran classe. Pubblicato in edizione limitata, la confezione contiene l’LP, tre SACD (l’album originale con replica di un’autentica custodia del vinile giapponese, più altri due dischi), un esclusivo 7″, un disco Blu-Ray completo che include le versioni HD di tutte le tracce, uno straordinario mix surround 5.1 dell’album, il master del vinile originale del 1974 e un documentario esclusivo di Paul Kendall (il regista dell’acclamato film del 2013, The Byrd Who Flew Alone: The Triumphs and Tragedy of Gene Clark) e un libro di 80 pagine rilegato contenente saggi, ampie note di copertina e foto mai viste prima.

Un tempo soprannominato “il principe Valiant” della Los Angeles glamour e hippie degli anni 60, per la bellezza e il carisma che facevano impazzire ogni ragazza, Gene Clark non si riprese più dal fallimento di No Other. Si diresse verso una morte lenta e ricercata in modo forse inconscio, affondato nel dimenticatoio generale, perso dietro le sue visioni zen di una bellezza impossibile. Morì a 46 anni, di cirrosi epatica, in modo forse non casuale il giorno in cui il vecchio amico Bob Dylan compiva 50 anni, il 24 maggio 1991. Sulla lapide posta sulla sua tomba ci sono incisi il suo nome e due parole: “No other”, nessun altro. Mai nessun altro come lui.

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