GENITORI E FIGLI/ De Palo: che differenza c’è tra un’impresa e le nostre famiglie?

- Gigi De Palo

Quando si parla di “fare famiglia”, ormai, non è raro pensare alla realizzazione di una vera e propria “impresa”. Se ne parla oggi al Meeting di Rimini

Famiglia_padre_bambino_Pixabay
Pixabay

Quando si parla di “fare famiglia”, ormai, non è raro pensare alla realizzazione di una vera e propria “impresa”: le fatiche quotidiane perché tutto “giri” a puntino, i sacrifici economici e i calcoli minuziosi per riuscire a starci dentro mese per mese, la sfida intrigante dell’educazione e della crescita dei figli, il rapporto necessario e complesso con il mondo che ci circonda e con le sue infinite sfaccettature e componenti. Una narrazione che, negli ultimi tempi, è stata travisata e riempita di stereotipi, di modelli impossibili o noiosi, sterili o scoraggianti, che hanno pian piano contribuito a far perdere il gusto di incamminarsi lungo quest’affascinante strada di vita.

Eppure, c’è ancora tanta voglia di famiglia nel nostro Paese. E, come mi piace sempre dire, tutto educa e tutti possiamo educare. Per questo – anche se non hai intenzione di farlo – in realtà lo fai lo stesso. Ecco perché, forse, il paradigma della famiglia può essere pienamente utile ed efficace anche nel contesto di un ragionamento di ambito imprenditoriale. In fondo, anche in questo caso c’è da far quadrare i conti, c’è da imparare a costruire rapporti solidi e di piena fiducia con gli altri membri, c’è da raggiungere degli obiettivi nel tempo ed è importante saper “comunicare” bene tutto quello che si raggiunge – oppure anche ciò che non si raggiunge.

Una cosa è certa: nell’impresa quotidiana di far crescere i figli, ho capito che educare non è solo dire di no. Anzi, è dire più sì che no. Significa allargare orizzonti, offrire chiavi di lettura, mostrare le occasioni di bellezza che la vita ti offre ogni giorno e prenderle a piene mani. Educare – così come fare impresa – non è un atto difensivo e passivo. Non è lamentarsi delle cose che non vanno – perché ci saranno sempre -, ma è cogliere ogni opportunità di crescita. Educare significa anche sbagliare. Ma, un po’ come per chi allena una squadra di calcio, ci sono due tipi di educazione: quella che specula sull’avversario e quella che prova ad anticipare i temi. La prima è la classica “difesa e contropiede”; la seconda punta a fare un gol più dell’avversario per vincere. Io, chiaramente, opto per questa seconda prospettiva: educare è attaccare, è proporre a un figlio una bellezza, uno stile.

Certo: educare ha a che fare pure con il dolore, con la pazienza della semina, con il rischio. Educare – come mi piace sempre ricordare – è seminare sapendo che un giorno altri raccoglieranno i frutti dell’amore che hai dato. Accettando, se necessario, che le cose potrebbero andare diversamente da come uno se le è immaginate. Questo vale anche nel caso dell’educazione ai social network. Molto meglio di un “no” categorico è accettare il fatto che serve studiare, conoscere, capire, un po’ come quando insegniamo ai nostri figli ad andare in bicicletta. Con Instagram, Facebook, Twitter, WhatsApp è lo stesso: non si può accompagnare se non si conosce la strada. Perché proprio di questo si tratta, quando uso la metafora della bicicletta: un figlio può imparare anche da solo a pedalare, ma tu genitore ti saresti privato di una gioia immensa e lui di un’occasione di formazione concreta, senza tanti discorsetti e giri di parole.

E un po’ come per ogni impresa che si rispetti, gli strumenti per poter operare in questo senso, nella concretezza del reale così come su WhatsApp o Facebook ci sono. Un esempio? Dire a un figlio che può usare WhatsApp, ma che deve iniziare a farlo chattando con un amico per volta, è come dirgli di tornare a casa camminando dieci metri davanti a me e provare ad attraversare la strada da solo.

Attenzione: ci sono sicuramente dei no da dire, pure rispetto all’utilizzo dei social, ma non possono mai mancare spiegazioni attente e ironiche, le medesime che useremmo durante una passeggiata lungo le vie della nostra città. Perché – e qui il parallelo tra famiglia e impresa mi sembra profondamente efficace – è solo abbandonando l’inerzia e la rassegnazione di fronte alle sfide, alle crisi, ai dubbi e alle incertezze di cui è necessariamente costellato il percorso della vita familiare che si può cominciare a lavorare con una fiducia davvero credibile per costruire una comunità familiare, imprenditoriale, politica e sociale sempre migliore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA