GEO-FINANZA/ La guerra commerciale che mette Europa e mercati con le spalle al muro

- Paolo Annoni

La guerra commerciale in atto che coinvolge importanti materie prime porta a spinte inflattive che possono mettere seriamente in pericolo l’Europa

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(Lapresse)

Ieri i mercati hanno dato alcuni segnali importanti: il prezzo del petrolio è salito ai massimi degli ultimi tre anni prima di ritracciare e i prezzi del gas europei hanno toccato nuovi massimi, i rendimenti dei titoli di stato europei sono saliti in modo visibile e i listini hanno chiuso la giornata negativamente. Ieri pomeriggio, Christine Lagarde, Presidente della Bce, ha dichiarato che “la sfida chiave è assicurare che non reagiamo eccessivamente a shock sull’offerta transitori che non hanno conseguenze nel medio termine”. I principali organi di informazione finanziaria nel frattempo ci avvisano che gli sforzi del Governo cinese per ridurre i consumi di energia stanno portando a blackout diffusi e a un rallentamento dell’attività manifatturiera con ulteriori tensioni sulle catene di fornitura globale. 

Partiamo dall’incremento del prezzo del gas in Europa e da quello del petrolio e proviamo a leggerlo con gli occhiali della guerra commerciale in atto. Un intero blocco economico e politico, quello russo-cinese con gli immediati alleati, non può e non vuole più commerciare in dollari con il blocco rivale. La Russia vorrebbe vendere il gas all’Europa, ma non può più accettare i dollari o gli euro perché in uno scenario di tensioni crescenti e sanzioni non saprebbe come usarli; e non potrebbe “fidarsi” della Fed. La Cina è un grande compratore di gas naturale e petrolio, e di altre materie prime, che si comprano in dollari; il problema in questo caso è che i dollari che vengono stampati e che sono stati stampati per stimolare l’economia “insistono” su un numero di beni di molto inferiore perché la Cina si tira fuori dal gioco e gli Stati Uniti impongono dazi sulle importazioni cinesi. Il rapporto tra dollari e beni comprabili con i dollari in uno scenario di scontri commerciali sale e con esso i prezzi.

Gli sforzi del Governo cinese per limitare i consumi energetici sono comprensibili solo assumendo la guerra commercial in atto. La Cina limita l’acquisto di beni in dollari, petrolio, gas e altre materie prime, e taglia le esportazioni per mettere in equilibrio l’equazione. I prezzi quindi salgono, le catene di fornitura globali si fermano e il risultato, sulla disponibilità di beni, è un’altra spinta inflattiva. Il fenomeno è solo iniziato perché gli sforzi del Governo cinese e i blackout che impediscono alle aziende cinesi di consegnare ai fornitori stanno imprimendo un altro giro di vite. 

Di fronte a quello che si prospetta le banche centrali saranno sotto pressione. Chi è più fragile strutturalmente, perché per esempio importa materie prime vitali per l’industria, o ha più debito subirà le pressioni maggiori. In questo senso l’Europa che ha all’interno Paesi molto indebitati e che non ha né gas, né petrolio è un soggetto fragile. È per questo che dalla Bce arrivano le dichiarazioni, sinistre, di ieri; alzare i tassi in Europa per contenere l’ondata inflattiva avrebbe conseguenze complicate in un sistema fragile e disomogeneo.

Il quadro però rimane; la ristrutturazione delle catene di fornitura globale in conseguenza della “guerra commerciale” non è un fattore transitorio a meno di giocare con il significato di questa parola. Per limitare le conseguenze si dovrebbe favorire l’industria lasciandola libera e creando le condizioni perché prosperi; serve, ovviamente, disponibilità di energia economica e programmabile. L’inflazione a questo punto non è evitabile e combatterla solo con i tassi e con strumenti di soppressione della domanda ha conseguenze politiche e sociali imprevedibili. Sarebbe meglio creare le condizioni per rilanciare la manifattura europea e anche italiana. Il fatto che questa opzione sia nei fatti fuori dal dibattito ci rende perplessi. 

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