GERMANIA AL VOTO/ Così il “camaleonte” Merkel regala la vittoria all’Spd

- Edoardo Laudisi

Nei sondaggi l’unione Cdu-Csu sta al 22,8% (-10% rispetto ai risultati 2017) perché paga l’inadeguatezza di Armin Laschet e l’assenza di un programma vero

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Olaf Scholz e Angela Merkel (LaPresse)

BERLINO – Si ha un bel dire a sostenere che tutti sono sostituibili, nessuno è indispensabile e i cimiteri sono pieni di gente che si credeva tale, ma quando esce dal campo chi quel campo ha dominato per tre lustri, dietro rimane il vuoto. Ne sa qualcosa lo sfortunato Armin Laschet, colui che è stato designato dal suo partito, la Cdu, a colmare la voragine post-Merkel come candidato cancelliere alle elezioni politiche di settembre. Di Angela Merkel si è detto tutto ma forse, per capire la giusta misura di questa donna, vale la pena spendere ancora qualche parola.

Helmut Kohl la chiamava “das Mädchen”, la ragazzina dell’Est. Helmut l’aveva presa sotto la sua grossa ala protettrice subito dopo il crollo del Muro di Berlino. Das Mädchen aveva occhi grandi, un fisico minuto e, quel che agli occhi di Kohl valeva di più, uno sguardo sottomesso. In più era una donna ed essere donna agli inizi degli anni Novanta in Germania era uno svantaggio per un politico. Il Cancelliere dell’unione era convinto che la ragazzina sarebbe rimasta al suo posto, fedele e adorante segretaria del grand’uomo che aveva riunificato la grande Germania. E invece…

Invece quando Kohl fu travolto dallo scandalo sui finanziamenti illeciti alla Cdu, sul finire degli anni Novanta, das Mädchen rimase in silenzio a guardare la caduta del padre senza muovere un dito. Poi fece quello che nessuno l’avrebbe ritenuta capace di fare: in poco tempo si sbarazzò di tutta la cricca di partito che aveva circondato e sostenuto Kohl, un gruppo di uomini di mezza età convinti di poter regnare indisturbati per i successivi vent’anni. Li fece fuori ad uno ad uno tanto che oggi nessuno si ricorda più di loro, e si piazzò alla guida prima del partito e poi del paese.

L’azione di lotta politica di Angela Merkel è paragonabile alla tattica di caccia del camaleonte. Proprio come la lucertola, Angela si aggrappa saldamente all’albero del potere tanto che è impossibile distinguerla dalla pianta, e rimane immobile fino a quando l’avversario sprovveduto si avvicina troppo. E allora zac, lo colpisce con la sua lingua devastante e lo fa fuori.

Ne sa qualcosa Karl-Theodor zu Guttenberg, ministro della Difesa del secondo governo Merkel nel 2009. Zu Guttenberg era l’astro nascente della politica tedesca: di nobili origini, giovane, attraente, brillante, ambizioso, con una moglie che era nientedimeno che la pronipote di Otto von Bismarck; insomma, il personaggio a lungo atteso dai conservatori tedeschi per ricollegare la Germania alle sue tradizioni importanti rese inaccessibili dalla tragedia nazista. Davanti a una stella del genere Angela Merkel faceva la figura della provincialotta dell’Est cresciuta in un condominio sovietico maleodorante di Karl Marx Stadt (oggi Chemnitz). E invece zac. Al massimo della popolarità, nel 2010, Karl-Theodor zu Guttenberg viene accusato di per aver copiato la sua tesi di dottorato. I media gli si avventano addosso come un branco di piranha, Angela tace. Poi, quando tutti hanno scaricato il ragazzo prodigio e solo una parola della Cancelliera potrebbe salvarlo, lei sentenzia gelida: “l’onestà intellettuale è una cosa importante per un politico”. Fine della carriera del rampollo Zu Guttenberg, che fuggirà a far conferenze negli Usa e sparirà per sempre dalla politica che conta.

La politica non è uno sport per signorine, verrebbe da dire parafrasando il calciatore Claudio Gentile campione del mondo del 1982. È un po’ come la boxe, devi saper incassare, se vai giù devi rialzarti subito altrimenti è un attimo che l’arbitro conta fino a dieci, e appena intravedi lo spiraglio giusto devi colpire l’avversario con tutta la forza che hai. In questo tempo senza valori che sembra aver perso tutti i punti di riferimento e tutte le idee, questo purtroppo è ancora più vero. Così ora tocca ad Armin Laschet condurre la campagna elettorale per l’Unione (formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese).

L’uomo, ahilui, non è molto sveglio e purtroppo lo ha dimostrato con la gaffe clamorosa dello scorso luglio. Durante la visita ai luoghi della tremenda alluvione che ha devastato la Renania provocando 190 morti, Armin Laschet viene inquadrato mentre ride. Ora, senza voler fare i moralisti per forza, perché si può anche sorridere davanti a un disastro per stemperare la tensione, il problema qui è che Laschet non ha sorriso, ma è esploso in una risata sguaiata come se qualcuno gli avesse appena raccontato una barzelletta sugli alluvionati. Il tutto davanti alle case distrutte e con centinaia di morti ancora sepolti sotto al fango.

Naturalmente non è così, lo sfortunato Armin non aveva riso delle vittime come si precipitò a chiarire scusandosi per l’incontinenza. Eppure, ci sono certi momenti in cui lo stile diventa sostanza, la forma contenuto. Una persona di livello queste cose le sa e le applica senza neanche riflettere e soprattutto senza che nessuno glielo debba ricordare. Armin Laschet non è una persona di livello e i tedeschi se ne sono accorti. L’Unione ha perso parecchi punti percentuali e ora, anche grazie al ridanciano Armin, nei sondaggi sta al 22,8%, vale a dire a -10% rispetto al risultato delle elezioni del 2017. Laschet come cancelliere è dato al 12%, nemmeno un terzo del gradimento riservato al candidato della Spd, Olaf Scholz, in incredibile ripresa.

E il programma, direte voi? Le idee? Quale programma, quali idee; in 20 anni di Angela Merkel l’Unione ha spadroneggiato grazie al crisis management che è tutto fuorché un programma. Il problema dell’Unione oggi è proprio questo; con un candidato di basso livello serve un programma, servono idee, servirebbero perfino dei valori a sostegno della candidatura. Altrimenti finisce come deve finire: ride bene chi ride ultimo.

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