GIACOMO PORETTI/ “Chiedimi se sono di turno”: un infermiere e il mistero della vita

- int. Giacomo Poretti

Lunedì 25 novembre al Teatro Oscar di Milano è la volta di un nuovo appuntamento del cartellone di deSidera, “Chiedimi se sono di turno” di Giacomo Poretti

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Giacomo Poretti (Foto da Facebook)

In una piovosa serata di novembre, su due poltroncine del Teatro Oscar, a Milano, Giacomo Poretti ci ha raccontato del suo ultimo spettacolo, “Chiedimi se sono di turno”, in scena dal 25 novembre. Tra siringhe, garze e flebo, Giacomino ci conduce alla scoperta di quel mondo spesso spaventoso e doloroso che è l’ospedale. Protagonista indiscusso: l’infermiere! Affrontando mille insidie, vestito da sala operatoria, porta uno sguardo scherzoso e umoristico per farci addentrare nella vita di tutti i giorni di questo speciale “soldato della speranza”.

Chi incontreremo sul palcoscenico?

In primo luogo, l’infermiere, con tutta la fatica fisica del suo lavoro, le difficoltà, le preoccupazioni. Il mestiere dell’infermiere è un po’ come quello del marinaio: soprattutto quelli che veleggiano da soli, senza Gps… Sai quei pazzi che si mettono in testa di fare la traversata dell’Atlantico? Io ne ho conosciuto uno che ha attraversato l’oceano dall’Europa a New York, in solitaria! E figurati che a quei tempi il Gps non esisteva mica! Ecco, l’infermiere è un po’ come quel marinaio: sempre vigile, anche di notte, da solo… A parte le preoccupazioni, la paura e l’angoscia che puoi immaginare: c’è un problema pratico molto concreto che il marinaio e l’infermiere condividono.

E qual è?

Il sonno! Il marinaio non può dormire, non può abbandonare la nave, non si governa mica da sola! E immagina un infermiere, che ha un turno da solo, in reparto, di notte… anche se è allenato, a un certo punto gli viene sonno per forza! E cosa fa? Non potendosi addormentare, usa un escamotage: si mette sul petto un timer da cucina, lo carica per due o tre minuti e, dopo un breve pisolino, tac, si sveglia e ritorna al lavoro. Sì, c’è un’analogia tra i due, il marinaio solitario e l’infermiere: è su questo parallelismo che ho provato a costruire lo spettacolo.

È un parallelismo che gioca anche su desiderio di avventura e di mistero?

Nel marinaio, la scelta di imbarcarsi è volontaria e mi sono domandato tante volte con spavento che cosa spingesse una persona a un gesto così coraggioso e anche un po’ da sprovveduto, se vuoi. Me lo sono immaginato sperduto in mezzo all’oceano, un puntino minuscolo tra Londra e New York, lontano da tutti e da tutto e di fronte a una scelta: gridare aiuto e stringere i denti per concludere il viaggio, oppure scappare indietro. Lì c’è una volontà, un desiderio di affrontare l’ignoto che non so bene da dove nasca. Ma per l’infermiere in fondo non è tanto diverso! Devo dire che un po’ subisce questo ignoto perché, quando decide di fare questo lavoro, non sa bene cosa lo aspetta e quindi è costretto a sua volta a vivere un po’ le stesse situazioni e scopre pian piano cos’è questo ignoto per lui: la fatica, la malattia, la morte. Diventa una specie di soldato della speranza!

E l’infermiere ha un suo Gps?

Il Gps è una questione difficile. Nell’ospedale in cui lavora questo infermiere che troveremo sul palco, ci sono un sacco di reparti: dalla neurologia all’urologia, l’ortopedia, la chirurgia plastica… se si ha la fortuna di entrare in un reparto come questi al massimo si vede qualche traumatizzato (il braccio rotto, la gamba rotta, la mano…). Malati non troppo gravi, insomma! Spesso però l’infermiere viene spostato a seconda della necessità e se finisce in un reparto come l’oncologia, lì… beh, lì incontra la morte. E qua entra in gioco il Gps, o meglio la necessità di avere un Gps, una bussola che ti guida.

Entra in gioco anche la tua esperienza personale?

Sì. Mi ricordo una cosa che disse una caposala, una suora – una figura che comparirà spesso -: al primo morto per cui rimasi ovviamente scioccato, lei mi diede due giorni di ferie perché aveva capito come mi sentivo e mi disse che, se volevo lavorare in ospedale, dovevo curare bene tutti gli ammalati, però allo stesso tempo non potevo affezionarmi a loro come se fossero degli amici o dei parenti, altrimenti avrei perso uno o due amici a settimana e questo è insopportabile. E questa è una cosa difficilissima da imparare! Tutti, medici e infermieri, devono giocarsi in questo rapporto di cura e di distanza che permette di orientarsi nel lavoro.

L’esperienza dell’infermiere ha giocato un ruolo nella tua vita successiva e anche adesso?

Apparentemente no. Eppure sì, tantissimo! Nel senso che l’esperienza di vita mi è rimasta dentro e, a tanti anni di distanza, certi ricordi hanno continuato a risuonarmi dentro fino a portarmi a questo spettacolo. Soprattutto hanno fatto nascere quella voglia, che alla fine abbiamo tutti, nessuno escluso, ma che le circostanze della nostra vita magari non ci permettono di seguire: la voglia di raccontarci vicendevolmente che cos’è questo mistero della vita.

Che cosa diresti a uno spettatore che entra?

Umilmente, mi viene da dire “venite”, perché quasi mai a teatro l’ambiente dell’ospedale è messo a tema in modo così centrale. E il mestiere dell’infermiere ancor di meno! In più assicuro che non mancheranno aspetti spettacolari e comici: si ride e non poco, perché garantisco che ad imparare a fare una puntura intramuscolare in ospedale … c’è da ridere per te che la fai, c’è da piangere per chi la subisce!

Giacomo Fausti

“Chiedimi se sono di turno”
Scritto e interpretato da Giacomo Poretti
Regia di Andrea Chiodi


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