GIORNALI/ Grazie Gigi: senza De Fabiani non ci sarebbe stato “Il Sabato”

- Giuseppe Frangi

Domenica si è spento a 91 anni Gigi De Fabiani, giornalista di “Avvenire”. Ma negli anni 80 firmò come direttore responsabile “Il Sabato”

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Gigi De Fabiani (foto dal web)

Un buon giornalista può essere anche un giornalista buono? In genere si pensa che le due caratteristiche non siano compatibili, ma Gigi De Fabiani nella sua vita invece ha dimostrato che potevano convivere. De Fabiani, morto domenica nella sua casa di Milano a 91 anni, ha legato la sua storia professionale ad Avvenire, dalla fondazione del giornale nel 1968 sino al giorno in cui è andato in pensione. È stato un po’ l’anima di quel giornale in anni anche molto complicati; un uomo calmo, leale, sinceramente appassionato di quella professione che lo aveva visto iniziare come propagandista che ha il giornale da vendere in tutti i dopolavoro della sua parrocchia, per entrare poi in redazione come cronista sino ad arrivare ad essere a lungo vicedirettore.

Ma di Gigi De Fabiani bisognerebbe raccontare anche un’altra vicenda professionale “nascosta”. Negli anni 80 infatti accettò un ruolo che dice tantissimo di lui e che non so quanti altri avrebbero accettato: firmò come direttore responsabile il settimanale Il Sabato, permettendo così ad un gruppo di giornalisti in erba, allora quasi tutti praticanti, di realizzare quell’esperienza giornalistica “corsara” come poche altre. Il Sabato era un giornale difficilmente classificabile, natio dall’esperienza di giovani cattolici, ma molto libero e laico nell’approccio culturale. Un giornale battagliero e con una storia mai tranquilla: esattamente il contrario di quel clima un po’ compassato da sacrestia che si respirava in quegli anni nella stampa cattolica. Era un giornale che per natura procurava grattacapi in serie a chi lo firmava, e quindi anche a Gigi De Fabiani. Il quale ogni volta borbottava, minacciava di lasciarci senza quel suo prezioso paracadute, ma poi immancabilmente accettava di continuare a ricoprire il suo ruolo. Era un direttore che sapeva di avere una missione: lasciar fare a quel gruppo di ragazzi, sperando che non la combinassero troppo grossa. Lo fece anche quando accettò di rimettersi in gioco in un’altra avventura editoriale, prendendo la direzione responsabile dell’Ordine di Como, dove ancora una volta la redazione era tutta di giovani.

Difficilmente interveniva sul nostro lavoro, perché lui comunque era sulla tolda di Avvenire e aveva altro a cui pensare. Gli piaceva istillarci la filosofia del vero cronista, quello che va sul campo, che cerca le notizie e soprattutto che sa dare voce ai testimoni. Era un giornalista che metteva il cuore nelle cose che scriveva e che faceva scrivere. Cattolico di stampo ambrosiano, era poco incline alle frequentazioni romane o vaticane: e questo gli dava quell’anima popolare, che lo contraddistingueva sin nella parlata. Sono sicuro che molte delle cose che allora scrivevamo non lo convincessero. Te ne accorgevi dallo sguardo perplesso che spuntava da dietro gli occhialoni. Poi nel 99 per cento dei casi ci lasciava andare per la direzione che avevamo pensato. Negli anni mi sono chiesto il perché di questa suo atteggiamento quasi di remissività, lui che comunque aveva sulle spalle la macchina di un grande quotidiano e che era figura rappresentativa nel mondo cattolico. L’unica risposta che riesco a darmi è che in fondo il suo più grande piacere fosse quello di veder crescere liberamente quella truppa che sentiva come sua anche se era così diversa da lui. Grazie Gigi.

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