GIORNATA DELLA MEMORIA/ La risposta di Arendt al tradimento (ebreo) di Anna Frank

- Laura D'Incalci

Un nuovo tassello si aggiunge alla vicenda di Anna Frank: secondo un recente libro venne tradita da un ebreo. Ma la “zona grigia” ci riguarda tutti

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Anna Frank

GIORNATA DELLA MEMORIA. Un nuovo tassello si aggiunge alla vicenda di Anna Frank nota in tutto il mondo per il diario scritto durante l’occupazione nazista, ad Amsterdam, fra le pareti dell’alloggio segreto dove lei e la sua famiglia con altri quattro ebrei rimasero nascosti per sfuggire alla persecuzione. Il 4 agosto 1944 le SS fecero irruzione presso l’edificio Prinsengracht 263, sede della società Opekta Pectacon amministrata da Otto Frank, padre di Anna, raggiungendo a colpo sicuro il nascondiglio. Dopo l’arresto e un trasferimento temporaneo al campo di concentramento di Westerbork, il 2 settembre Anna e la sua famiglia furono destinati ad Auschwitz-Birkenau. Dopo la liberazione Otto Frank, unico superstite, recuperò il diario della figlia adolescente e si impegnò a pubblicarlo perché non fosse dimenticata una testimonianza particolarmente toccante e significativa della Shoah.

Ora un libro, uscito in questi giorni a ridosso della Giornata della Memoria, e messo in gran rilievo dalla stampa internazionale, per la prima volta dopo quasi 80 anni rivela il nome del delatore che sembrerebbe aver consegnato Anna Frank e la sua famiglia nelle mani dei nazisti. Si tratterebbe di Arnold van den Bergh, notaio ebreo membro del Consiglio ebraico di Amsterdam, che nascondendo la propria identità per salvare sé stesso e i familiari dalla deportazione, avrebbe messo in atto il piano criminale. 

La notizia, di per sé pesante di amarezza e sconcerto, ha anche provocato critiche e smentite da parte di diversi storici olandesi che – scrive Times of Israel – contestano l’intero impianto del libro e le sue conclusioni sul cold case. Appare in effetti improbabile, come hanno notato ancora gli studiosi evidenziando vari nodi critici, che si possa giungere a scoprire chi tradì i Frank, dato che il 95% degli archivi sulla persecuzione degli ebrei furono distrutti dai nazisti.

Ma anche prescindendo dal giudizio sull’indagine e sul risultato più o meno attendibile, appare comunque marginale e tutt’altro che decisiva la soluzione di un “cold case” in relazione a eventi che debordano dal contesto in questione, quasi che si possa considerare la vicenda del delatore di Anna Frank avulsa dalla tragedia del totalitarismo nazista assimilandola a un intricato caso giudiziario sul quale riaprire una puntigliosa indagine. Che senso avrebbe trovare – o illudersi di trovare – un colpevole fra milioni di uomini coinvolti in diversa misura in un orrore sterminato che mai sarà possibile scandagliare in ogni sua piega e sul quale la stessa memoria, intesa spesso come ricordo delle nefandezze più atroci e disumane, tende a smarrirsi, a consumarsi in poche ore?

Il caso del presunto “traditore” in realtà apre una finestra su quanti, in vari modi, vennero a compromesso con il regime nazista mostrando quanto la schiacciante pressione totalitaria possa essere degradante e distruttiva.

La questione è affrontata con la lucida trasparenza del travaglio personale da Primo Levi nelle pagine de I sommersi e i salvati, dove conia l’espressione “zona grigia” descrivendo, all’interno del campo di concentramento, le facili connivenze degli stessi prigionieri-funzionari con il potere criminale che di fatto incombeva su tutti. Indagando sugli orrori dell’Olocausto, Levi rimette a tema il soggetto umano segnato dal rischio sempre impercettibilmente incombente di un’assuefazione al male che può essere contrastato solo da un risveglio della coscienza, da una consapevolezza e una memoria a fuoco sui drammi del presente.

In fondo la “zona grigia” ci riguarda tutti: il senso della memoria che il 27 gennaio intende richiamare instillando nelle menti un “mai più”, suppone un impegno culturale ed esistenziale ben oltre il sentimento di indignazione e condanna evocato dai racconti dei crimini efferati della Shoah ed esigerebbe una lente di ingrandimento sulle voragini della coscienza umana spesso intorpidita, annebbiata. “Incapace di pensiero”, direbbe Hannah Arendt che da corrispondente del New Yorker nel 1961 seguì il processo Eichmann a Gerusalemme e restò allibita nel constatare la scialba inconsistenza dell’imputato. Accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, il colonnello delle SS responsabile dell’organizzazione del trasporto ferroviario di milioni di ebrei attraverso l’Europa verso i campi di sterminio, non appariva affatto come un mostro, ma come un ordinario burocrate, un travet meticoloso, incapace di pensiero autonomo, inconsapevole della malvagità dei suoi atti. Un ritratto che rimanda alla percezione della “banalità del male” secondo la famosa espressione della Arendt, fra i primi filosofi a occuparsi del fenomeno del totalitarismo. 

“Il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo… Solo il bene è profondo e può essere radicale”, avverte, introducendo l’idea che la resistenza alla menzogna è possibile solo in forza del pensiero e della memoria, in quella dimensione in cui l’uomo, in dialogo con sé stesso, decide del suo agire.

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