GIOVANI E LAVORO/ Le mosse per mettere fine allo sfruttamento di tirocini e stages

- Massimo Ferlini

Il Parlamento europeo ha condannato i tirocini non retribuiti. C’è però uno sfruttamento più ampio dei giovani da fermare nel nostro mercato del lavoro

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Lapresse

Molti parlano del lavoro giovanile, o meglio, si dovrebbe parlare di come non assicuriamo il lavoro ai giovani, ma pochi si occupano delle condizioni di lavoro dei giovani. Abbiamo fatto misure ad hoc per fare tornare i “cervelli” emigrati con vantaggi fiscali, ma non abbiamo affrontato il problema dei sotto salari che sono alla base di molta emigrazione.

Dobbiamo poi cercare di illuminare di più la condizione di lavoro delle fasce più numerose del lavoro giovanile. Delle debolezze dei percorsi scuola-lavoro, del forte mismatching misurabile fra esigenze del sistema produttivo e percorsi del sistema educativo e formativo e della debolezza contrattuale, legislativa, amministrativa e culturale che penalizza il sistema duale e i contratti di apprendistato. Sono tutte queste ragioni strutturali che poi influiscono sull’alto numero di giovani disoccupati che caratterizza ormai da decenni il nostro mercato del lavoro.

La situazione è talmente complessa che tutti gli strumenti che permettono di operare un inserimento in un luogo di lavoro vengono incensati e si zittiscono le poche voci che chiedono di aprire una riflessione. Per fortuna esiste l’attenzione del Parlamento europeo per censurare un comportamento di ingiustizia che non aveva giustificazioni.

Recentemente in sede europea è stata approvata una mozione (risoluzione non legislativa) che rilancia l’utilità e l’importanza del programma Garanzia Giovani, ma condanna la pratica dei tirocini non retribuiti, “che costituisce una forma di sfruttamento del lavoro dei giovani e una violazione dei loro diritti”.

È bene che sia stato l’alto livello del Parlamento europeo a sollevare un problema che a livello nazionale i partiti e i sindacati tendono a nascondere come se non conoscessero la realtà. In Italia i tirocini sono stati gratuiti (di norma e di fatto) fino a pochi anni fa. Vi è stato poi l’intervento del Governo che ha posto il problema di riconoscere un contributo ai tirocinanti o le regioni hanno poi fissato fra i 600 e gli 800 euro mensili il contributo minimo obbligatorio anche se continua a non essere un contratto di lavoro Nella realtà ancora oggi circa il 30% risulta senza nessun riconoscimento economico e, quando questo esiste, è per lo più compreso fra i 300 e i 600 euro. Solo una minoranza di imprese riconosce gli 800 euro fissati dalle norme regionali. Alla base di questa situazione, che riguarda stages e tirocini, vi è la confusione fra una misura pensata come canale di formazione e orientamento al lavoro (legato al sistema dell’alternanza) poi degenerato in un contratto di inserimento lavorativo.

L’abuso di questo strumento come contratto di inserimento lavorativo è poi stata amplificato dall’attuazione del programma di Garanzia Giovani. Nonostante promettesse percorsi formativi per inserimenti a lavori di qualità, si è risolto in maggioranza (circa il 70% dei progetti) in stages e tirocini che solo per un 40% circa sono poi diventati inserimenti lavorativi effettivi.

Abbiamo così generalizzato, attraverso un programma europeo che doveva essere di promozione e tutela dell’occupazione giovanile, un abuso e un vero e proprio sfruttamento riservato a giovani che già pagavano un alto prezzo all’assenza di una politica del lavoro rivolta alle nuove generazioni. Dopo questa prima fase sia il Governo che le Regioni hanno pensato di intervenire e in effetti, sul portale Garanzia Giovani, sono diminuite le offerte di tirocini. Ciò però non riguarda il mercato del lavoro nel suo insieme. Tuttora sul web è possibile trovare inserzioni di lavoro di imprese di buona dimensione che offrono contratti di stages per laureati con corso magistrale in ingegneria per ruoli di caricamento dati o assistenti di gestione magazzino.

È peraltro prassi diffusa utilizzare tali contratti per inserimento al lavoro di figure professionali in attività esecutive (scaffalisti, camerieri, bidelli ecc.) dove non sarebbe possibile utilizzarli data la completa assenza di formazione o di implemento dell’occupabilità della persona impiegata.

Per superare questa fase di impasse che è stata pagata dai giovani lavoratori, si deve avere il coraggio di separare nettamente gli strumenti finalizzati ad alternanza e orientamento dei contratti lavorativi. Nel primo caso saranno contratti di non più di 6 mesi, applicabili solo una volta nell’arco della vita di una persona e con un riconoscimento economico di 800 euro oltre rimborso pasti. Attraverso codice fiscale e COB si può facilmente verificare che il contratto non sia reiterato e che può essere applicato solo nel corso dell’iter di studio o durante i primi 12 mesi dopo la conclusione dei percorsi formativi.

Per l’inserimento al lavoro dei giovani si deve invece affermare il principio che si fa con un contratto di lavoro e con il rispetto dei minimi salariali. Eventuali vantaggi saranno riconosciuti all’azienda, ma non possono pesare sui salari dei giovani lavoratori.

Resta da delineare il nuovo percorso che si intende praticare per favorire l’incontro tra giovani e lavoro. Politica e sindacato potranno così ripensare molti dei programmi che hanno sviluppato in questi anni. Il sindacato può porsi l’obiettivo di recuperare il ruolo di regolatore sul mercato del lavoro e non solo quello di tutela ex posti dei lavoratori assunti.

Dovessi suggerire un percorso lavorerei intorno al sistema duale per farlo crescere e generalizzarlo su tutto il territorio nazionale. Declinerei poi il contratto di apprendistato come unica alternativa al contratto di categoria. Rimodularlo per adeguarlo, oltre che ai vari livelli del sistema duale, per prevedere applicazioni anche a conclusione di percorsi scolastici tradizionali. A ciò si aggiungano possibili vantaggi riconosciuti alle imprese per l’assunzione di giovani con sgravi fiscali di facile applicazione.

Per facilitare l’uso dei contratti di apprendistato si può ipotizzare che il sindacato o il centro di formazione si assumano l’onere dei percorsi formativi e delle scadenze burocratiche, assolvendo così le Pmi dalle difficoltà che oggi non fanno amare questo contratto. Possono poi essere le Camere di Commercio la sede dove certificare nuove figure professionali e nuovi percorsi formativi.

Mettiamo perciò fine ai finti contratti di lavoro che coprono lo sfruttamento del lavoro giovanile e incominciamo a disegnare un futuro diverso.

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