GIUSEPPE DE DONNO/ “Ucciso da gelosie e invidie di chi non sa cos’è la scienza”

- Paola Binetti

È passato un anno dalla morte di Giuseppe De Donno, ex primario che per primo aveva iniziato a trattare il Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune

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Giuseppe De Donno

Un anno fa, in una calda giornata di luglio, agenzie, siti web, e a seguire i telegiornali e tutta la stampa, pubblicavano una notizia che colpì moltissimo tutta l’opinione pubblica, come un fulmine a ciel sereno. Nel pomeriggio del 27 luglio si era tolto la vita Giuseppe De Donno, ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, colui che per primo aveva iniziato a trattare il Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune, ottenendo risultati decisamente molto positivi. 

Si trattava di una terapia controversa, come succede spesso alle terapie innovative, per le quali non si dispone ancora di conferme scientifiche di livello internazionale. Ma un tipo di terapia che nella storia della medicina vantava precedenti analoghi, anche se non esattamente sovrapponibili, che sfruttavano il principio della risposta immunitaria. L’immunoterapia è un metodo di cura basato sull’impiego di sostanze che agiscono sul sistema immunitario, per indurre, amplificare o sopprimere una risposta immunitaria da parte dell’organismo, potenziandone le difese naturali.

De Donno prevedeva l’infusione, in pazienti affetti dal Covid-19, di sangue prelevato da persone contagiate dal coronavirus e guarite. Com’è naturale il sangue prelevato veniva opportunamente trattato prima di essere trasfuso nei soggetti ammalati. L’ipotesi scientifica di partenza era che nel loro sangue ci fosse un tasso di anticorpi sufficientemente elevato, che avrebbe consentito a pazienti in condizioni analoghe di reagire più prima e meglio, ovviamente dopo aver preso le dovute precauzioni. 

Come accade generalmente in tutte le comunità scientifiche, De Donno, clinico esperto di pneumologia e primario a Mantova, si era confrontato e aveva condiviso un protocollo sperimentale con un collega immunologo, ordinario all’Università di Pavia. Insieme a Massimo Franchini, primario appunto di immunoematologia, avevano iniziato a trattare i pazienti affetti da Covid-19 con la nuova terapia, definita come la cura del plasma iperimmune. In poco tempo, due anni fa, questa pratica era diventata l’arma più efficace contro il coronavirus, soprattutto se somministrata nelle fasi iniziali della malattia. E De Donno diventò il primario più conosciuto d’Italia, conteso da giornali e trasmissioni televisive. 

Pur essendo una persona molto riservata, apparve subito come qualcuno che, rispetto agli altri colleghi per lo più virologi, non si limitava a illustrare teorie scientifiche e a commentare i dati drammatici della diffusione del virus; lui poteva parlare dei risultati positivi che stava ottenendo. E questo gli valeva stima e ammirazione; gratitudine e speranza, ma ovviamente anche una buona dose di gelosie e di invidie, nonché di domande scientifiche ancora senza risposta. Vale la pena ribadire che si trattava comunque di un protocollo sperimentale che avrebbe avuto bisogno di una serie di conferme sotto il profilo scientifico, anche se i risultati clinici facevano ben sperare della sua efficacia, e soprattutto dell’autorizzazione del Comitato etico. Ma l’urgenza del momento spingeva a saltare alcuni passaggi metodologici, pur di essere il più vicini possibili ai malati. 

Per rendere possibile la tecnica del plasma iperimmune ovviamente erano fondamentali i donatori di sangue dei guariti Covid che dovevano avere caratteristiche particolari, a cominciare dal fatto che il loro plasma doveva essere certificato per garantire che contenesse anticorpi iperimmuni. All’inizio ci furono molti donatori il cui plasma veniva congelato, per cui a Mantova era stata creata una banca del plasma, necessaria per conservarlo ed eventualmente aiutare altri ospedali che ne avessero fatto richiesta. Ma ottenere con regolarità donatori, volontari, con queste caratteristiche non era certamente facile. C’era una oggettiva carenza di plasma rispetto al numero dei pazienti contagiati dal coronavirus in quel periodo, ma soprattutto cominciarono ad arrivare richieste di plasma da altri ospedali di tutta Italia, in quantità ben superiori alla possibilità di soddisfarle.

Dopo una iniziale fase di euforia per gli indubbi risultati conseguiti – anche se in medicina post hoc non significa mai propter hoc -, cominciarono le prime critiche, le perplessità: non tutti i malati guarivano, molti continuavano a morire, nonostante gli indubbi risultati positivi, per cui cominciarono a raccogliersi testimonianze negative, che si spinsero in molti casi fino a un vero e proprio ostracismo. Non tutti, infatti, nel campo della medicina erano d’accordo sul metodo utilizzato, anche tra i colleghi pneumologi, infettivologi, immunologi, ecc. e su di lui si scatenarono polemiche di ogni tipo. Si diffuse la notizia che il protocollo di ricerca, e la relativa sperimentazione clinica elaborata in collaborazione con l’Università di Pavia, non sembravano dare i risultati attesi. Le conclusioni della ricerca in definitiva non sembrarono confermare l’ipotesi iniziale di De Donno, nonostante fossero davvero molti i pazienti che guarirono dal Covid con quella terapia specifica. 

De Donno si trovò schiacciato da un lato dalle aspettative dei pazienti e delle loro famiglie, dall’altro dalle critiche sempre più aggressive di colleghi e familiari di pazienti deceduti. Le polemiche che si scatenarono sembravano sempre più minacciose e sui social si scatenò una vera e propria guerra mediatica, che oggi si può capire solo ricordando il clima emotivamente surriscaldato che vigeva in quel periodo. Il paradosso era che invece di apprezzare il numero delle persone guarite con la nuova terapia ci si concentrava soprattutto sul numero di coloro che non avevano tratto vantaggio. Di coloro che non avevano avuto accesso alla terapia o più semplicemente non erano guariti. 

Le ostilità andarono moltiplicandosi anche nel suo ospedale e la sua immagine venne assimilata a quella di un illusionista, di un millantatore come c’erano stati in altre circostanze: intanto si diffondeva il sospetto di forti interessi economici, da cui avrebbe tratto vantaggio, compreso il traffico di plasma. Il linciaggio diventò presto inarrestabile, anche perché la pandemia nel suo insieme non accennava a ridursi; non era ancora partita la campagna vaccinale del generale Figliuolo, e lo smarrimento dei medici ospedalieri non riusciva a contrapporre alle ipotesi di De Donno altri programmi clinicamente più efficaci, sulla base di farmaci appositamente accreditati. Il numero dei morti giornalieri era sottolineato dalle immagini televisive delle bare in attesa di sepoltura o addirittura dei lunghi camion militari in partenza da Bergamo. I telegiornali a tutte le ore del giorno davano il bollettino di nuovi ammalati, dei soggetti in terapia intensiva e dei morti: il ministro Speranza appariva spessissimo in televisione in compagnia degli studiosi più prestigiosi, per invitare alla prudenza, per ricordare le famose regole da rispettare e sollecitare a vivere rigorosamente il lockdown. Sembrava che non ci fosse pietà per chi aveva fatto delle promesse concrete, che di fatto poi non si erano realizzate. Come se la colpa fosse “anche” sua: dal miracolo si era passati allo scandalo, ignorando come la scienza proceda abitualmente per prove ed errori e come i fenomeni biologici non rispondano mai a un determinismo a priori.

Ai primi di giugno di un anno fa, certamente stanco ed esasperato, deluso dalla volubilità dei consensi umani, De Donno dette le dimissioni dall’Ospedale di Mantova, abbandonando la carica di primario, per ricominciare a esercitare la sua professione, come medico di base a Porto Mantovano il 5 luglio. Ma bastarono poche settimane per fargli toccare con mano come l’aggressione mediatica contro di lui non accennava ridursi; il cambio di lavoro, da ospedaliero a medico del territorio, da specialista a medico di base, non riusciva a proteggerlo sufficientemente da una cultura del sospetto che invadeva il web, ma che diventava più difficile da accettare nel territorio in cui viveva e si prendeva cura dei suoi nuovi malati. Il 27 di luglio dello stesso anno si è impiccato, e pur non essendo del tutto chiare le circostanze del suicidio è sufficientemente facile immaginare che la solitudine in cui era piombato si stava comunque riempendo di fantasmi ostili da cui si sentiva minacciato. 

Una storia triste in cui si impone il rispetto per l’uomo che ha saputo immaginare soluzioni nuove là dove altri vedevano solo ostacoli e ha saputo rischiare mettendo la sua intelligenza alla ricerca dell’impossibile; coraggioso quanto basta per non rassegnarsi alla morte senza lottare per i suoi malati. Ma nello stesso tempo un uomo fragile, che come tutti aveva bisogno del sostegno e della solidarietà dei colleghi; lasciato solo da chi avrebbe dovuto aiutarlo di più, mentre infuriava non solo la battaglia della pandemia ma anche quello spaesamento personale di chi, nonostante i risultati positivi ottenuti, teme di aver sbagliato “tutto” e non vede più soluzioni possibili, se non quella della morte. La sua. Proprio lui che si era battuto per strappare alla morte i tanti malati di Covid.

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