De Donno, quando gli schemi uccidono

- Federico Pichetto

Si è suicidato Giuseppe De Donno, padre della cura al Covid col plasma autoimmune. È stato volutamente isolato da chi governa questo strano tempo

Giuseppe De Donno
Giuseppe De Donno (2020)

Che cosa porta un uomo, un occidentale del nostro tempo, a togliersi la vita? Che cosa c’è dietro la morte di Giuseppe De Donno, padre della cura al Covid col plasma autoimmune, che nemmeno un mese fa aveva lasciato il proprio ruolo di primario di pneumologia per tornare a praticare la medicina di base?

Difficile rispondere con chiarezza a interrogativi che spettano in prima battuta alla magistratura e agli esperti, ma senza dubbio ci sono tre elementi che trascendono il triste caso di cronaca e che ci devono fare in qualche modo riflettere.

Il primo è che De Donno aveva imboccato una strada complessa e difficile nella lotta al Covid, ossia quella della cura alla malattia. La stragrande maggioranza della comunità scientifica ha deciso di rispondere alla pandemia col vaccino, orientando gli investimenti sanitari sulla prevenzione. De Donno aveva avuto il coraggio di scommettere sulla terapia, aprendo strade di ricerca lungo una traiettoria in cui pochi volevano ricercare.

L’efficacia della strada tracciata appare difficile da valutare, eppure la percezione di un sistema che ha deciso un’unica risposta alla pandemia esiste e non si sa con precisione quanto questo coro monodico abbia in fondo giovato alla terribile guerra sanitaria che combattiamo ormai da 18 mesi. De Donno si è rivelato un outsider capace di pensare fuori dagli schemi.

Ma la sua figura non può essere associata solo alla riflessione sulla cura, in quanto la popolarità del medico si è imposta soprattutto sui social, che lui usava con determinazione e disinvoltura. Proprio questa dimestichezza con i social ha creato attorno al medico una zona franca in cui nessuno si è curato dei terribili attacchi e delle violente intemerate che spesso si scatenavano contro di lui, quasi che il fatto di sapersi muovere su un palcoscenico così scomodo come quello di Facebook, con dirette o commenti, lo condannasse a doversi sobbarcare in solitudine l’esito del suo impegno. In questo paese non esiste un garante per la tutela dei privati sui social, luoghi che diventano in breve spazi di nessuno, sedi di lotte senza quartiere e ingiustizie. Tutto questo non ha fatto bene al medico, ma lo ha portato a un’esasperazione crescente i cui esiti ci sono di fatto ancora ignoti.

Infine De Donno ha mostrato a tutti come le vittime della pandemia non sono solo i morti di Covid: questi diciotto mesi hanno fatto emergere la malattia di un’intera società. Malattia non solo sanitaria, non solo sociale, non solo economica: dalla scuola al lavoro, dal tempo libero ai trasporti tutto è diventato segno di un malessere più profondo che merita di essere curato al di là dei giustissimi piani economici e sanitari. C’è una malattia che il Covid racconta che nessuno ha ancora deciso di curare. Essa è profonda, dentro di noi. Giuseppe De Donno, con le sue scelte controcorrente, e la solitudine in cui è stato lasciato, è un altro delle vittime illustri di questo strano tempo che, in ogni modo, proviamo a lasciarci alle spalle.

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