GIUSTIZIA/ Dal garantismo alla separazione delle carriere, guida al Nordio-pensiero

- Antonio Pagliano

Il neoministro della Giustizia Nordio vuole evitare lo scontro con la magistratura, ma anche realizzare importanti riforme. Un pensiero e un metodo

nordio 1 lapresse1280 640x300 Carlo Nordio, ministro della Giustizia (LaPresse)

Dopo essere stata trascurata per l’intera campagna elettorale, la giustizia e in particolare la carica di guardasigilli si è trasformata negli ultimi giorni che hanno preceduto il giuramento del nuovo governo nello snodo cruciale delle trattative per la sua formazione. In quegli stessi giorni della settimana scorsa, il Consiglio dei ministri uscente ha approvato in via definitiva e all’unanimità i decreti legislativi sulla riforma della giustizia civile e penale, completando, a ridosso del congedo del Governo Draghi, la riforma della giustizia fortemente voluta dall’ormai ex ministra Cartabia e soprattutto promessa all’Europa a fronte del finanziamento del Pnrr.

Fallito il pressing di Berlusconi, si è come noto insediato nel ministero di via Arenula l’ex pubblico ministero Carlo Nordio, che di recente aveva goduto degli onori della cronaca in qualità di candidato di bandiera al Quirinale per Fratelli d’Italia. Su di lui si sono subito appuntate le attenzioni e le aspettative di un tormentato mondo, ovvero quello della giustizia, che nella sua articolata composizione (giudici, avvocati, accademia, oltre ovviamente i semplici cittadini invischiati a vario titolo in vicende giudiziarie), ha subito iniziato a interrogarsi su cosa sia legittimo aspettarsi dal nuovo corso.

Molto elevate appaiono le aspettative, così come non meno impegnative appaiono le sfide che lo attendono. In pensione dal 2017, il neo-ministro ha senz’altro il merito di aver pubblicamente più volte attaccato le riforme dei 5 Stelle, arrivando anche a schierarsi a favore dei recenti referendum sulla giustizia, poi naufragati per l’assenza di quorum.

Nelle prime dichiarazioni dopo il giuramento, Nordio non ha fatto mistero delle sue linee programmatiche, chiarendo che agirà in scia con la neo-varata riforma Cartabia, che ritiene non priva tuttavia di limiti da superare; limiti, come abbiamo rilevato più volte su queste pagine, derivanti dall’essere stata concepita all’interno di una maggioranza troppa variegata.

Nell’ambito della forte matrice politica del nuovo governo, il ministro non fa mistero di coltivare invece l’ambizione di dare piena realizzazione al codice di procedura penale del 1988, procedendo, tanto per fare un esempio, alla tanto discussa separazione delle carriere, vista come connaturata a quel sistema processuale mai pienamente applicato. Non di meno, egli ha in più occasioni avuto modo di manifestare la necessità di procedere alla revisione dei poteri e delle responsabilità dei pubblici ministeri, ovvero la categoria cui è appartenuto per tutta la sua carriera.

Inoltre, non ha mai fatto mistero di ritenere come, ai fini dell’effettivo miglioramento del funzionamento della macchina processuale, sia necessario mettere mano al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, il cui esercizio è di fatto oggi lasciato all’arbitrio dei singoli pubblici ministeri. Modifica costituzionale che dovrebbe andare di pari passo, sul fronte del diritto penale sostanziale, con una riformulazione del codice attualmente vigente risalente al ventennio fascista, passando attraverso una forte depenalizzazione, ovvero una significativa riduzione dei reati.

Sono linee programmatiche che se per un verso danno rinnovato vigore al fronte garantista, per altro verso suonano per buona parte della magistratura come una dichiarazione di guerra. Di certo, oltre a ricordare il ruolo del Parlamento cui spettano tali scelte, non si può ignorare che su tale aspetto la coalizione di centrodestra e soprattutto la nuova presidente del Consiglio non si è mai esposta durante l’intera campagna elettorale. Come dire che se si dovesse operare come sin qui sempre avvenuto, ovvero realizzando un taglio dei soli piccoli reati bagatellari, allora l’effetto sarebbe di assai modesto valore.

Al contempo, dando prova di pragmatismo, Nordio ha dichiarato che in ogni caso la priorità sarà tuttavia quella di concentrarsi sull’aspetto pratico ovvero l’implementazione degli organici – che allo stato vantano oltre 1.500 posti scoperti – e la velocizzazione dei processi, cercando di rendere la giustizia concretamente più efficiente.

Difficile pertanto non concordare con le linee programmatiche espresse, ancor di più se teniamo conto del fatto che la prima emergenza è in realtà quella economica, rispetto alla quale, a breve, occorrerà intervenire per aiutare la ripresa attraverso la velocizzazione dei suoi tempi di gestione. Se evidentemente nessuno può essere contrario a rendere più spediti i processi, il primo nodo da sciogliere sarà tuttavia quello di verificare come il nuovo guardasigilli intenda riuscire là dove tanti altri, praticamente tutti, hanno fallito.

Nell’augurarsi evidentemente che ciò non accada, deve dirsi a chiare lettere come conforti la volontà espressa dal nuovo guardasigilli di assicurare finalmente la piena attuazione al processo accusatorio voluto da Vassalli, che nella sua formulazione originale esprimeva i due volti complementari del garantismo: la presunzione di innocenza e la certezza della pena. Nel pensiero di Carlo Nordio traspare la piena consapevolezza di come il paradosso più funesto della nostra giustizia penale sia il fatto che è tanto facile entrare in galera prima della condanna, da presunti innocenti, quanto sia facile uscirne dopo, da colpevoli conclamati.

In più di una occasione, anche in tempi recenti, il neo-ministro ha espresso la convinzione che la politica è chiamata ad affrancarsi dalla paura della magistratura, ripudiando il principio che un’inchiesta penale possa compromettere la carica o l’eleggibilità di un cittadino, collegando a ciò la necessità di rivedere la stessa funzione dell’informazione di garanzia, che da strumento di tutela dell’indagato si è purtroppo nella prassi rivelata una sorta di condanna anticipata.

Certo, ci sarà da evitare gli scontri con la magistratura, come da egli stesso saggiamente dichiarato. Lo scenario più probabile, allora, è che nei primi mesi si eviteranno elementi di rottura ma, pensiamo, senza rinunciare in prospettiva alla realizzazione di quella separazione delle carriere, da sempre bandiera del centrodestra di cui è però stata anche antico tabù, se è vero come è vero che tale sfida non è stata vinta anche quando il premier è stato Berlusconi e i ministri della Giustizia erano frutto della sua indicazione al presidente della Repubblica.

La guerra in corso e la conseguente crisi energetica ed economica non consentono di disperdere le forze, ma di certo si respira un’aria nuova, che non può che far ben sperare. La scelta della Meloni di affidare all’esperto Nordio un dicastero così delicato come quello della giustizia sembra andare nella direzione di avere sì un chiaro e puntuale programma politico da realizzare ma di volerlo perseguire senza strappi, magari favorendo un autentico confronto di idee, frutto di condivise elaborazioni collettive, piuttosto che di solipsismi individuali. D’altronde, l’area della magistratura da cui egli proviene è propria quella che è risultata vincitrice alle ultime elezioni del Csm e forse non è proprio un caso.

Sullo sfondo, uno dei primi veri nodi da affrontare per il nuovo guardasigilli sarà senza dubbio quello relativo al dossier sull’ergastolo ostativo, lasciato in sospeso dal governo Draghi: senza una riforma, che il precedente Parlamento ha affossato poco prima della fine della legislatura, i boss delle stragi potrebbero godere dell’affievolimento dell’ostatività dell’ergastolo senza operare particolari sforzi di collaborazione con la magistratura.

In bocca al lupo ministro, non possiamo che affidarci alla sua esperienza concreta di uomo che davvero conosce le aula di giustizia e le sue mille insidie.

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