GIUSTIZIA/ Ministro Bonafede, tutto da rifare: manca una riforma di sistema

- Antonio Pagliano

Più che sulla prescrizione lo sforzo del ministero della Giustizia dovrebbe concentrarsi sulla riforma del processo penale, sospesa tra sistema accusatorio e inquisitorio

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Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia (LaPresse)

Come da tradizione, in occasione di ogni inizio anno occorre effettuare un bilancio di quello passato con conseguente enunciazione dei buoni propositi per quello che invece è appena cominciato. Le tradizioni, in un paese che ha già perso molto della sua identità, vanno difese e anzi alimentate. Tocca, allora, provare a fare un punto, in tema di giustizia, sul tragico bilancio che abbiamo alle spalle, sforzandosi di formulare l’augurio che il futuro sia un po’ più roseo.

Sforzo reso ancora più opportuno dopo l’incontro del governo di martedì 21 gennaio in cui il ministro Bonafede ha finalmente presentato il tanto atteso progetto di riforma del processo penale e dopo che ieri la legge Costa per bloccare la riforma della prescrizione è stata rinviata in Commissione.

Lo sforzo del governo è davvero di rilevante portata, perché in tema di giustizia siamo messi davvero male e francamente in fondo al tunnel non si scorge una luce neanche flebile.

L’attenzione degli addetti ai lavori, e in generale dei cittadini più attenti, si è concentrata in questi ultimi mesi sul tema della prescrizione, sprecando preziose energie che invece sarebbe stato preferibile concentrare su una vera, franca, profonda, risolutiva riflessione sul sistema processuale nella sua interezza per provare, con tutte le enormi difficoltà del caso, a elaborare un progetto del tutto nuovo; progetto radicale che, diciamolo subito, il presentato disegno di legge non sembra rappresentare. Come accade al cospetto di un paziente affetto da un tumore a cui si aggiunge una bronchite, si cerca di curare quest’ultima e si trascura il male più importante.

Il sistema giustizia nel nostro paese non funziona. Qui non si tratta di visioni politiche divergenti o di prevalenza di venature leopardiane di vittimismo cosmico. È che proprio non funzione nella sua interezza, senza sostanziali eccezioni: l’ambito civile, quello amministrativo e quello penale; in quest’ultimo, poi, sia per quanto attiene la repressione sia per quanto attiene la prevenzione.

Restringiamo il campo di analisi al solo sistema processuale penale. Ebbene, a poco più di trent’anni dalla rivoluzione copernicana che nel 1988 ha introdotto nel nostro paese il principio del contraddittorio, accantonando la secolare tradizione inquisitoria, si deve riconoscere che quello che è quotidianamente applicato nelle aule giudiziarie del paese è un sistema che non funziona. Quelle innovative regole di stampo accusatorio varate alla fine degli anni Ottanta sono state nel corso degli anni plasmate, o forse taluni direbbero violentate, dalle prassi, senza che né la novella costituzionale del 1999 né l’influenza della Corte europea dei diritti dell’uomo abbiano potuto fare granché, se non alzare un piccolo argine, forse più formale che sostanziale.

Ci troviamo così al cospetto di una macchina ibrida che non riesce a convertirsi del tutto al nuovo sistema (quello accusatorio, vedi le serie tv americane) e che larvatamente rimpiange quello pregresso (quello inquisitorio, in cui si acquisivano le prove durante le indagini per mano della polizia giudiziaria nel segreto dell’istruttoria).

Invece di rincorrere la populistica riforma della prescrizione sarebbe stato (e resta necessario) interrogarsi sul futuro, provando ad avere una visione d’insieme verso cui tendere.

Se parliamo di auspici, allora, il primo e più importante non può che essere rivolto al Governo del nostro paese affinché, fra le tante priorità, si faccia promotore e propugnatore di una riforma vera di sistema, che sappia affrontare le contraddizioni di quello attuale garantendo il miglior equilibrio fra la tutela della collettività e le garanzie dell’imputato, senza paura di mettere in discussione totem e principi costituzionali. L’era dei pannicelli caldi, come appare possa essere considerato a una prima fugace lettura il citato Ddl presentato pochi giorni or sono, deve volgere al termine, per il bene del Paese.

Siamo al cospetto di una proposta di disegno di legge avente a oggetto una delega da conferire al governo, quindi lo spazio ci potrebbe ancora essere. Nell’auspicio che l’invito non cada nel vuoto e nella piena disponibilità a rimboccarsi le maniche, in questa sede concentreremo l’attenzione sui tre sub temi più caldi che in questi ultimi mesi ci hanno impegnato, ovvero: prescrizione, riforma del Csm, prevenzione alla corruzione e Anac.

(1 – continua)

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