GOVERNO CONTE BIS/ Mannino: l’accordo Di Maio-Conte-Zingaretti nasce morto

- int. Calogero Mannino

“Tutte le crisi si chiudono con dei compromessi che però hanno un fondamento e una prospettiva. Ma il governo giallo-rosso non ne ha. Un’occasione persa dal Pd”

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Il Conte bis? “Tutte le crisi di governo si chiudono sempre con dei compromessi, che però hanno qualche fondamento e qualche prospettiva. E un compromesso tra M5s e Pd non ha fondamento né prospettiva”. Zingaretti? “È caduto nella trappola di Renzi, che strumentalizza i 5 Stelle per non far vincere Salvini, dare continuità alla legislatura e gettare le premesse per riprendersi il Pd. È lui oggi il vero Conducator”. Salvini? “Ha dimostrato di non esserci, presentando una mozione di sfiducia a Conte incomprensibile”. Mattarella? “Sta gestendo la crisi con la prudenza che gli è propria e nei vincoli stabiliti dalla Costituzione, ma l’alleanza giallo-rossa è la sua preferita”. Così Calogero Mannino, 80 anni, deputato per sei legislature e più volte ministro, vede la crisi di governo e i suoi protagonisti. Con un grande rammarico nel cuore: “L’Italia, con questo tipo di governo, non saprà rilanciare la sua economia e il risanamento delle sue ferite, che adesso sono tante, a partire dalla più profonda e dolorosa che si chiama Mezzogiorno d’Italia”.

Perché il compromesso tra M5s e Pd non ha fondamento né prospettiva?

Non ha fondamento perché sono due forze che hanno in comune un tratto di populismo, ma sono antagoniste. E non ha prospettiva perché insieme non avranno nessun progetto per il Paese.

Durerà poco?

Avrà all’inizio moltissime agevolazioni, che dipendono anche da un certo quadro esterno. La rigidità delle politiche fiscali della Ue già messa in discussione da Macron avvantaggerà l’Italia. Solo che l’Italia con questo tipo di governo non utilizzerà questi margini per rilanciare la sua economia e il risanamento delle sue ferite, che adesso sono tante, a partire dalla più profonda e dolorosa che si chiama Mezzogiorno d’Italia. La più grande responsabilità dei 5 Stelle è proprio questa: hanno preso i voti al Sud e poi l’hanno ignorato, trattandolo soltanto da problema assistenziale. E oggi il Sud, abbandonato dalle sue energie migliori, soprattutto i giovani, rischia di diventare l’area di transito degli esuli che dall’Africa si muovono verso il nord.

Con un governo giallo-rosso rischiamo, dunque, che si ripeta la stessa esperienza degli ultimi 14 mesi con il governo giallo-verde?

Non è prevedibile una lunga vita per il governo giallo-rosso, e nonostante l’enfasi attorno alla figura, adesso pluriaureolata, di Giuseppe Conte: ha la benedizione di Trump, l’hanno voluto Macron, la Merkel… Si avvia ad essere un presidente del Consiglio di compromesso tra Pd e Cinquestelle “scelto” dagli altri. Nella storia italiana non si era mai verificato.

Il Conte bis è l’ipotesi al momento più accreditata.

Finora mi sembra si vada verso questa soluzione, perché Zingaretti, che sembrava avere idee chiare su questa crisi e sulla partita da far giocare al Pd, improvvisamente ha smarrito la retta via.

Come mai?

È una domanda alla quale non riesco a dare una risposta. Ho sempre stimato Zingaretti e mi sembrava l’uomo del momento, una persona seria, a fronte di tanti giocolieri. Penso sia caduto nella trappola di andare a supportare l’avversario, i Cinquestelle; Renzi non li sta supportando, li sta strumentalizzando. Ha usato il M5s per cacciare Salvini, per assicurare la continuità della legislatura, molto importante per lui, e per creare le premesse per riprendersi il Pd.

A Zingaretti nuoce molto il dualismo/antagonismo con l’altro dominus del Pd, Matteo Renzi?

A questo punto, è Renzi l’unico capo del Pd. Se c’è un esito, visibile e tangibile, di questa crisi di governo è che Renzi si è impadronito del Pd. Al momento attuale è lui il Conducator. Non ha più bisogno di fare scissioni: chi vuole può andar via. Nei partiti conta chi ha la linea politica, perché così regge il filo del partito.

E oggi?

La linea politica di Zingaretti era la contrapposizione ai populismi, ai quali doveva contestare 14 mesi di governo inconcludente, sbandamenti in politica estera, insipienza rispetto ai problemi reali del Paese, che sono stati solo oggetto di divagazione. Basti pensare ai casi Ilva, Tav e via dicendo.

Giunti a questo punto della crisi, Salvini ha sbagliato strategia?

Salvini ha dimostrato di non esserci. Ha ritenuto di ricavare un profitto dall’esagitazione di un problema drammatico come quello dei migranti, ma si è procurato solo alcune inimicizie. E ha presentato una mozione di sfiducia a Conte incomprensibile.

Non poteva risolvere la situazione con un rimpasto di governo?

Lo ripeto: Salvini non c’è. Se devi fare un rimpasto, lo devi gestire con Conte e con Di Maio; se li vuoi mandare via e vuoi evitare che nasca un’altra maggioranza, devi avere i numeri. Credevo che solo Di Maio fosse un giocoliere, ma Salvini non è da meno.

Secondo lei, come si sta muovendo in questa crisi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella?

Con la prudenza che gli è propria, con il senso istituzionale che lo contraddistingue e con la preoccupazione rivolta, da una parte, al momento attuale – rapporti con l’Europa, conti pubblici da mettere in ordine – e, dall’altra, con il vincolo che si dà: la legislatura è iniziata 14 mesi fa, come si possono sciogliere le Camere adesso?

Quindi bene ha fatto a concedere questa chance a Pd e M5s pur avendo ben presenti rischi, incognite e difficoltà del caso?

Avendo scelto di aspettare, come già l’anno scorso dopo il voto del 4 marzo, una composizione di maggioranza, il temporeggiamento è necessario.

Già nel 2018 Mattarella aveva concesso più tempo al tentativo di formare un governo Pd-Cinquestelle rispetto ad altre soluzioni…

Visibilmente il suo pre-orientamento si muove in questa direzione. Già all’inizio della legislatura, se Mattarella avesse potuto orientare le scelte dei partiti, l’avrebbe fatto in questo senso. Questa alleanza è la sua preferita. Ogni presidente della Repubblica non nega le proprie inclinazioni. Mattarella lo fa dentro i limiti e la cornice stabiliti dalla Costituzione.

Qualora il tentativo del governo giallo-rosso fallisse, anche l’immagine del Colle ne verrebbe un po’ offuscata?

Nel vuoto che c’è delle forze politiche, la figura di Mattarella sembra davvero l’unico punto fermo. Bisogna allora essere prudenti a offrire contributi alla messa in discussione di questo punto fermo. Mi auguro, anzi ne sono sicuro, che Mattarella riesca a tenere la barra della situazione.

In un’intervista al quotidiano La Sicilia lei ha dichiarato di preferire il ritorno alle urne. Perché?

Perché il Pd aveva una grande occasione: guidare una battaglia davanti agli italiani di responsabilizzazione. Non si è cimentato perché si è verificata questa improvvisa inversione a U di Renzi.

Improvvisa?

Improvvisa, ma abbastanza naturale. La rottura dell’equilibrio politico della Prima Repubblica, nel 1992, ha prodotto soltanto forze populistiche, personalistiche, quindi oscillanti sul piano delle concezioni politiche. A partire da Occhetto: nella crisi del Pci, invece di scegliere il profilo nuovo che il partito della sinistra si doveva dare, ha preferito abbandonarsi al metodo.

Quale metodo?

Il metodo era quello che i magistrati gli consegnavano le teste dei maggiorenti di Dc e Psi e lui con quel pezzo di Democrazia Cristiana che si alleava riteneva di poter governare 50 anni. Il populismo è effetto e conseguenza del processo di Tangentopoli. Occhetto è così, Berlusconi è la reazione a questo populismo, ma anche il suo è populismo.

E Renzi?

Renzi è il populismo della rottamazione. Poi è stato rottamato e ora ha recuperato fattivamente come rottamare quelli che lo avevano rottamato, compresi i suoi amici di partito.

(Marco Biscella)

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