GOVERNO M5S-PD/ I poteri forti e quella “pistola alla tempia” di Zingaretti

- Anselmo Del Duca

Da calendario delle consultazioni si capirà lo stato della trattativa e quali sono le sorti della crisi. Ecco chi preme sul Pd

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L'aula del Senato (LaPresse)

Il barometro della crisi sarà il calendario delle consultazioni. Se stasera dal Quirinale verrà diramato un programma denso e concentrato tutto nella sola giornata di martedì, lo scioglimento delle Camere e il ricorso alle elezioni anticipate saranno dietro l’angolo. Al contrario, se verrà confermata la scansione su due giorni, martedì pomeriggio i piccoli, mercoledì le forze politiche maggiori, vorrà dire che al capo dello Stato sono arrivati quei segnali concreti di accordo fra 5 Stelle e Pd che ancora non si sono visti. Un’inconcludenza che sta generando preoccupazione crescente in Sergio Mattarella e nei suoi collaboratori.

“La crisi va risolta all’insegna di decisioni chiare; e in tempi brevi”, aveva scandito Mattarella giovedì scorso al termine del primo giro. E a questa dichiarazione il presidente intende essere fedele. Anche perché è perfettamente conscio che sarebbe oggetto di feroci attacchi se si rendesse responsabile di perdite di tempo.

L’impressione, infatti, è di assistere a un dialogo fra sordi, mentre Mattarella vorrebbe l’annuncio di un accordo di massima da incarnare in un nome condiviso, cui mercoledì sera affidare un incarico. A quel punto il presidente incaricato potrebbe anche lavorare diversi giorni alla messa a punto della squadra e del programma, prima di sciogliere la riserva.

È proprio sul nome, invece, che la trattativa non decolla. Non sembra esserci alcun margine, infatti, fra il “o Conte, o salta tutto” dei grillini e il mantra della discontinuità ripetuto dai democratici sino allo sfinimento, che vuol dire no al premier uscente come precondizione. È evidente che su questo punto qualcuno rischia di perdere la faccia cedendo.

Zingaretti ha proposto a Di Maio un secondo incontro, che potrebbe essere risolutivo, ma da giorni nella trattativa ha ricevuto soltanto dei no. Allo stesso modo la mossa della candidatura di Roberto Fico per Palazzo Chigi è nata fra le fila dei democratici, ma è stata vissuta dai pentastellati come un affronto, un tentativo di seminare zizzania, al punto che lo stesso presidente della Camera si è affrettato a sfilarsi. E i pentastellati in coro ribadiscono che l’Italia non può aspettare il Pd.

I contatti sono continui, ma si svolgono in un clima di sospetti incrociati. Nessuno si fida fino in fondo dell’altro, anche perché ciascuno dei partiti coinvolti nella trattativa è profondamente diviso al suo interno. Fra le fila dei democratici il pressing dei renziani si spinge sino a chiedere il via libera alla conferma di Conte, con la logica conseguenza di irrigidire ulteriormente la posizione di Zingaretti e dei suoi. La contesa evidenzia uno scontro profondo per dettare la linea democratica.

In parallelo, anche nel Movimento 5 Stelle regna la massima confusione. Di Maio in questa trattativa si gioca il proprio ruolo di capo politico, insidiato da Di Battista che con una capriola è diventato fautore del ritorno all’abbraccio con la Lega. C’è poi la base in rivolta, perché da sempre educata a vedere nel Pd il nemico numero uno. E la richiesta di voto sulla piattaforma Rousseau di ogni ipotesi d’accordo costituisce un serio grattacapo. Di sicuro, dall’esito di questa trattativa si capirà chi comanda davvero fra i pentastellati, se Di Maio, Grillo, Davide Casaleggio o chi altri.

Ma a complicare ulteriormente il quadro e a renderlo del tutto imprevedibile ci sono anche alcuni fattori esterni all’asse Pd-5 Stelle. Sul versante dei grillini il forno leghista continua a rimanere aperto, con un pezzo di Movimento che preferirebbe una ricucitura con gli ex alleati, anche se il prezzo fosse la testa di Giuseppe Conte. Pure Di Maio, che continua a ricevere messaggi da Salvini, è tentato, perché in quel quadro sarebbe lui ad andare a Palazzo Chigi. Un’occasione irripetibile.

Ma anche i democratici sono sotto pressione. Lo sono da parte di una rilevante fetta del mondo economico, che vede in questo la maniera di partecipare alle scelte della prossima legge di bilancio e alle decine di nomine pubbliche di altissimo livello previste nei prossimi sei mesi. Qualcuno li chiama poteri forti. La posta in gioco è veramente altissima, l’esito si vedrà nelle prossime ore, e non è affatto scontato.

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