GOVERNO PD-M5S/ Jobs Act e Decreto dignità, un “matrimonio” che fa bene al lavoro?

- Giancamillo Palmerini

Continua la trattativa per formare un Governo tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico. Difficile immaginare un’intesa sul lavoro

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Contratti Statali, protesta sindacati (LaPresse)

I “promessi sposi” Nicola e Giuseppe, alla fine, convoleranno a nozze “riparatrici”? Sembrano, in ogni caso, lontani i tempi in cui si diceva, da entrambe le parti, che questo matrimonio non s’aveva da fare né ora né mai. Ma quali sono le doti, in tema di lavoro, che i due “sposi” porteranno a questo matrimonio d’interesse?

Nicola, in particolare, porta in dote alla coppia quanto fatto nella precedente unione della scorsa legislatura: la “storica” riforma (probabilmente non del tutto condivisa) del Jobs Act renziano. Questa si proponeva di creare nuova occupazione stabile delineando un mercato del lavoro nel quale il contratto a tempo indeterminato, seppur “a tutele crescenti”, tornasse a essere (finalmente?) la forma di assunzione standard.

Si fornivano, così, nuove regole, almeno secondo gli estensori della norma (meno per i giudici del lavoro), più chiare e certe qualora si verifichino licenziamenti illegittimi. I lavoratori, in questa nuova prospettiva, sono garantiti, invece che dalla tradizionale “reintegra” prevista dal “mitologico” articolo 18, da un’indennità economica proporzionata alla loro anzianità aziendale.

L’avvocato (del popolo) Giuseppe, altresì, sebbene uscito da poco da una turbolenta, ma intensa, storia d’amore con Matteo, è disponibile a condividere con il nuovo partner il cosiddetto Decreto dignità che rappresenta, almeno in alcuni punti qualificanti, quasi una contro-riforma di quanto realizzato nella legislatura precedente.

Particolarmente rilevante è, ad esempio, l’intervento sul contratto a termine. Si stabilisce, infatti, che il primo contratto potrà avere una durata massima di 12 mesi e senza causale (ovvero la motivazione tecnica che induce a stipulare un rapporto a termine), ma che si potrà rinnovare il contratto per un massimo di ulteriori 12 mesi solo a fronte di una specificazione delle ragioni che giustifichino il ricorso a un rapporto di lavoro “precario”. Tali causali, peraltro, possono essere inserite se temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, o per esigenze sostitutive, connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria o, logicamente, relative alle attività stagionali.

Viene, insomma, da chiedersi se, partendo da queste basi, si possa immaginare un matrimonio felice e proficuo per entrambi gli sposi o, appunto, da evitare immaginando un esito infausto.

Vi è anche l’ipotesi (di difficile realizzazione conoscendo i contraenti) che l’accordo si trovi passando da una seria autocritica di quanto realizzato nei governi/rapporti precedenti e dall’elaborazione di una sintesi di compromesso in grado di mettere in risalto gli elementi più efficaci dei diversi provvedimenti. Se solamente ciò si realizzasse saremmo di fronte, finalmente, a qualcosa veramente di cambiamento e di svolta, oltre agli slogan di parte, nel panorama politico italiano.

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