GUERRA IN LIBIA/ Macron “benedice” le bombe di Haftar, l’Italia è rimasta nel Golfo

- int. Mauro Indelicato

L’aviazione dell’Esercito nazionale libico ha colpito l’albergo in cui si riuniscono i deputati filo-Sarraj. Segnale che si avvicina un possibile acuirsi del conflitto

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Il generale Khalifa Haftar (LaPresse)

Un raid aereo portato dall’aviazione dell’Esercito nazionale libico, che fa capo al generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha bombardato a Tripoli l’hotel Rixos, l’albergo in cui sono tornati a riunirsi i deputati del Parlamento dell’est, filo-Sarraj, che fino a qualche giorno fa erano costretti all’esilio a Tobruk. Fortunatamente non si registrano vittime, ma questa ultima drammatica vicenda ha messo nuovamente in apprensione e in allarme la comunità internazionale. Come va interpretato questo attacco? “La guerra – risponde Mauro Indelicato, inviato del Giornale ed esperto del dossier libico – sta entrando sempre di più anche nel centro di Tripoli, finora risparmiato dal conflitto tra l’esercito di Haftar e le milizie di Al Sarraj. Il fatto che le bombe prendano di mira obiettivi del centro della capitale, per di più quelli usati da chi appoggia il governo del consiglio presidenziale, indica una possibile escalation. Il 5 giugno finisce il Ramadan, c’è chi vede in questa data il possibile inizio di una fase ancora più cruenta del conflitto”.

L’attacco aereo arriva dopo che qualche giorno fa lo stesso Haftar si è incontrato all’Eliseo con il presidente francese Macron. Significa che la Francia appoggia in pieno il generale?

È bene partire sempre dal presupposto che la battaglia per Tripoli è, in primo luogo, un conflitto per procura, in cui a emergere è una forte contrapposizione tra un blocco saudita-emiratino, che appoggia Haftar, e uno, dall’altro lato, che ha come riferimento il duo Turchia-Qatar, il quale invece è vicino ad Al Sarraj. Dunque, molte delle mosse effettuate dagli attori in campo sono figlie delle posizioni assunte dai rispettivi finanziatori regionali. Ciò non toglie, però, che Haftar, per agire in questo modo, evidentemente a Parigi ha ricevuto importanti rassicurazioni. Di certo, molte di più rispetto a quelle avute a Roma la settimana scorsa.

Sarraj, nel frattempo, ha incontrato alcuni notabili di altre tribù della Cirenaica, invitandoli a non schierarsi con Haftar. C’è il rischio che il conflitto possa allargarsi e deflagrare?

Come ho detto prima, si rischia un’escalation a Tripoli e c’è chi azzarda la data della fine del Ramadan come possibile avvio di una nuova fase della guerra. Questo, ovviamente, potrebbe avere ripercussioni in tutta la Libia: alleanze e fragili equilibri, instauratisi in questi anni post-Gheddafi, potrebbero subire repentine variazioni e risentire di quanto accade nella capitale.

L’Onu ha recentemente chiesto l’embargo sull’invio di armi in Libia. Un appello inascoltato?

Non solo inascoltato, ma completamente infranto e mai rispettato. La Libia si sta trasformando in una sorta di grande caserma a cielo aperto del Maghreb. Si registra nelle ultime settimane un notevole flusso di armi sia verso Tripoli che verso l’est del Paese. Nuovi armamenti sono arrivati nei giorni scorsi dalla Turchia verso la capitale libica e nuovi rifornimenti convergono invece sulla Cirenaica da Egitto ed Emirati. Tutto questo, oltre a non far presagire nulla di buono, di fatto scredita ulteriormente il ruolo delle Nazioni Unite.

L’Italia ha cercato di giocare un ruolo di mediazione per arrivare a un cessate il fuoco. La posizione diplomatica italiana è sempre più debole? Oggi chi soffia di più sul fuoco della guerra civile in Libia?

Come già sottolineato in altre occasioni, l’Italia può vantare di avere buoni rapporti con tutti i principali attori interni e internazionali operanti in Libia. Dopo un primo sbandamento legato all’effetto sorpresa dato dall’inizio dell’offensiva di Haftar su Tripoli, Roma cerca di recuperare terreno sfruttando proprio i suoi contatti diplomatici. Ma parlare con tutti senza riuscire a dettare una precisa linea rischia di vanificare gli sforzi. Sotto questo punto di vista, a essere debole non è tanto la nostra diplomazia, quanto la nostra immagine: fatichiamo a imporci come mediatori in grado di determinare gli eventi in Libia e questo è segno di debolezza. In parole povere, non riusciamo a fermare chi soffia sul conflitto, ossia in primo luogo i Paesi del Golfo.

La Libia resta così nel caos. Chi gestisce oggi le partenze degli immigrati dalle coste libiche?

Sono sempre le stesse organizzazioni, che appaiono ben radicate lungo le coste della Tripolitania da diversi anni. Negli ultimi giorni le partenze dalla Libia risultano aumentate, anche se i numeri non parlano al momento della tanto temuta emergenza pronosticata da molti a inizio aprile. Le organizzazioni malavitose, in questo momento difficile, hanno bisogno di soldi, sia per rifarsi dei mancati introiti dovuti alla diminuzione del flusso lungo la rotta libica negli ultimi dodici mesi, sia perché quando di mezzo c’è una guerra accentuare le disponibilità economiche appare sempre un’esigenza molto sentita. Per questo occorre aspettarsi un aumento degli sbarchi, peraltro in una fase dell’anno dove le condizioni del mare sono notevolmente migliori.

(Marco Tedesco)

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