GUERRA IN YEMEN/ La svolta di Biden sull’Iran apre la possibilità della pace

- Caleb J. Wulff

Si cominciano a vedere i primi segnali di una possibile fine del conflitto nello Yemen. La svolta degli Usa sull'Iran e le richieste degli Houthi

yemen ribelli houthi 1 lapresse1280 640x300 Yemen, ribelli Houthi (LaPresse)

Dopo più di sei anni di disastrosa guerra che hanno causato una catastrofe umanitaria nello Yemen, si intravedono segnali pur deboli di una possibile pace, peraltro ancora lontana. Gli scontri tra i governativi e i ribelli Houthi continuano, particolarmente nella regione di Marib ricca di petrolio, e anche recentemente i ribelli hanno lanciato missili e droni in territorio saudita. Tuttavia, si cominciano a notare segni di stanchezza soprattutto nella coalizione internazionale guidata da Riyadh, che già lo scorso marzo aveva proposto un cessate il fuoco. La proposta era stata rifiutata dagli Houthi, che chiedevano venisse prima revocato il blocco all’aeroporto di Sanaa e al porto di Hodeidah. Il blocco, tra l’altro, rende anche più grave la situazione dei civili e l’arrivo degli aiuti, come segnalato da diverse organizzazioni internazionali.

Un fattore rilevante è il cambiamento di posizione degli Stati Uniti, con la decisione di Joe Biden di cercare di rientrare nell’accordo con l’Iran sul nucleare, anche a costo di irrigidire i rapporti con l’Arabia Saudita. Donald Trump aveva affermato che l’appoggio a Israele era l’unica motivazione alla presenza degli Usa in Medio Oriente. Ne conseguiva una rottura totale con l’Iran, acerrimo nemico di Israele, e un sostegno toto corde all’Arabia Saudita, a sua volta nemica di Teheran. Il rapporto della Cia sul probabile coinvolgimento dell’uomo forte di Riyadh, il principe Mohammad bin Salman, nell’assassinio di Jamal Khashoggi e un minor “calore” nei rapporti con Israele, come già ai tempi di Obama, sono tutti segnali del cambiamento avvenuto a Washington.

Per quanto riguarda lo Yemen, è particolarmente importante quanto dichiarato dall’inviato speciale di Biden, Tim Lenderking, e cioè che gli Stati Uniti riconoscono gli Houthi come un attore legittimo, che non può essere messo fuori dal conflitto. Un riconoscimento che implica la necessità di un accordo con gli Houthi, inseriti invece da Trump nella lista delle organizzazioni terroristiche, decisione poi revocata da Biden. Viene così messo in evidenza come un accordo con Teheran sia alla base di una soluzione pacifica al conflitto yemenita, che nessuna delle parti sembra in grado di vincere sul campo.

L’apertura di Washington ha trovato gli Houthi nella posizione già citata precedentemente: nessun accordo se prima non viene revocato il blocco saudita a Sanaa e Hodeidah. Una posizione intransigente, almeno apparentemente, ma che sembra diretta a ottenere un maggior coinvolgimento degli Stati Uniti nel processo di pace, mettendo in secondo piano i sauditi. Tuttavia, una pace duratura nel Paese non dipende solo dal ritiro dei sauditi, data la estrema divisione esistente tra gli stessi yemeniti, non limitata a governativi e ribelli. La società è ancora in gran parte di tipo tribale, con i conflitti connessi, vi è la divisione tra sciiti e sunniti e la presenza di organizzazioni islamiste come al Qaeda.

Particolarmente difficile è la situazione nell’area di Aden, dove si è rifugiato il governo yemenita dopo che gli Houthi hanno conquistato la capitale Sanaa. Nella provincia è presente un forte movimento separatista che ha preso il controllo della regione. Pur avendo firmato un patto di alleanza con il governo, si verificano spesso scontri a fuoco tra le forze governative e le milizie separatiste, come successo anche di recente. Un indice ulteriore della complessità della situazione è che i separatisti sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, alleati dei sauditi e, quindi, del governo yemenita.

Di fatto, Abu Dhabi si è ritirata da un intervento diretto in Yemen contro gli Houthi, ma è molto attiva nelle isole che controllano lo stretto di Bab el Mandeb, essenziale passaggio tra Mar Rosso, Golfo di Aden e Oceano Indiano. Al centro dell’attenzione degli Emirati è l’isola di Socotra, tra Golfo di Aden e Oceano Indiano, dove hanno costruito una base e governano di fatto, pur essendo l’isola sotto la giurisdizione del governo yemenita. Lo stesso sembra accadere a Mayun, piccola isola posta al centro dello stretto, quindi molto importante per il suo controllo.

In questo groviglio di interessi contrastanti si può solo sperare che i timidi segnali di cui si parlava all’inizio possano portare almeno a una tregua, così da poter portare aiuto alla stremata popolazione yemenita.

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