I MERCANTI DI LIQUORE/ L’intervista a Lorenzo Monguzzi: il progetto “Lombardia”

- Lorenzo Randazzo

Lorenzo Monguzzi, leader de I Mercanti di Liquore, ha messo in piedi un progetto musicale per raccogliere fondi per l’emergenza pandemia. Ce ne parla in questa intervista

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Lorenzo Monguzzi

I Mercanti di Liquore sono tornati. “Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore: Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?” chiede il suonatore Jones in La Collina di Fabrizio De André. Come dire, come potrebbero essere spesi meglio i soldi ricavati dalla vendita del vino se già si ha la cosa più bella del mondo? Dello stesso avviso deve essere stato Lorenzo Monguzzi che dei Mercanti di Liquore ha fatto una band e un mestiere.

I Mercanti di Liquore sono una band di culto che tra il 1995 e il 2010 ha animato la scena musicale lombarda muovendo i primi passi reinterpretando i brani di De André fino a sviluppare un repertorio proprio, con una forte connotazione brianzola, tra un mobile di Lissone, la chiesa di Bellusco e la Regina Teodolinda. Dopo un decennio di silenzio Lorenzo Monguzzi riprende il percorso dei Mercanti e con una trentina di amici e artisti tra cui Andy (Bluvertigo), Andrea Scaglia (Ritmo Tribale), Divi (I Ministri), Edda, Giorgio Canali, Mauro Ermanno Giovanardi (La Crus) e Omar Pedrini, ha rivisitato il loro brano forse più conosciuto e apprezzato, Lombardia, devolvendo il ricavato della vendita del digitale e del vinile (nel lato B una versione incisa con l’attore Marco Paolini) ad Emergency per far fronte ai bisogni legati all’emergenza pandemica. 

Ho avuto l’occasione di intervistare Lorenzo Monguzzi, una persona di grande sensibilità umana e artistica, per parlare del ritorno dei Mercanti e del suo ultimo album Zyngher in dialetto brianzolo, un viaggio musicale in mezzo agli ultimi tra periferie materiali ed esistenziali.

 Lorenzo, aiutami a risalire all’origine del nome Mercanti di Liquore

Ci è piaciuta un sacco la citazione del suonatore Jones nella canzone La Collina. Nei primi anni di attività portando in giro essenzialmente il repertorio di De André, per noi è stata una esigenza trovare un nome che ci legasse a lui ma che nel contempo non ci limitasse troppo perché eravamo stufi marci di essere etichettati come gli “Amici di Faber”. I Mercanti erano solo un progetto secondario, al tempo avevamo un altro gruppo più rock, gli ZOO, che pensavamo avessero più potenzialità e sul quale avevamo riposto le nostre aspettative. Abbiamo firmato un contratto con la Sony ma come spesso succede poi non è seguito nulla di importante. Nel frattempo io e altri 2 della band stavamo portando avanti in parallelo delle serate in acustica con la fisarmonica, della musica folk violentando De André con dei suoni più ritmici e sanguigni. Visto che la realtà ha più fantasia di noi, questo progetto è diventato il nostro mestiere e il nome Mercanti di Liquore lo abbiamo tenuto per affetto anche quando poi ci siamo slegati dalle sue interpretazioni.

 Avete mai conosciuto De André?

Conosciuto è una parola grossa, Faber l’abbiamo incontrato una volta sola dopo un concerto al palazzetto dello sport di Genova e in quell’occasione gli abbiamo consegnato la nostra cassetta “In Vivo Veritas”… poi non lo abbiamo più sentito, immagino che con quel titolo abbia cestinato i nastri senza neanche ascoltarli! Dopo la sua morte siamo stati coinvolti in diverse iniziative, su tutte quella del Teatro Carlo Felice con tutto il gotha della musica, e per noi che venivamo dal circolo ARCI di Arcore, era tanta roba. Poi ci siamo stufati di fare commemorazioni perché si può fare musica anche rischiando e provandoci in prima persona senza rinnegare il nostro bagaglio musicale.

Pronti via e il 2 giugno suoni nella tua Brianza al Parco Tittoni di Desio. È più la rabbia per l’assenza forzata dal palco o l’emozione di ripartire dal vivo?

La gioia e l’entusiasmo sicuramente prevalgono, sarà sicuramente una bella emozione tornare a suonare con il progetto dei Mercanti che è fermo da 11 anni e ritrovare tanti amici che ci seguivano e che non ci hanno dimenticato. Non nutro alcun rancore, a me personalmente tutto sommato questo casino non posso dire che mi abbia creato grandi disagi: ho lavorato in tour in teatro con Marco Paolini fin quando è stato possibile e poi qualche concerto l’estate scorsa sono riuscito a farlo. Vivo la situazione con preoccupazione ma ho un tenore di vita basso quindi galleggio bene! Comunque capisco e sostengo le rivendicazioni di tutti i lavoratori che orbitano nel mondo dello spettacolo, loro sì che sono stati davvero penalizzati.

Raccontaci della reunion per Lombardia con i Figli Storti. Ma con tutte le necessità a cui dovete far fronte voi artisti pure di Emergency vi dovete occupare?

Noi musicisti siamo fortunati, facciamo un lavoro che amiamo e nonostante tutto siamo così matti da voler trasformare in bellezza le brutture che la vita ci mette davanti. Per cui cerchiamo sempre e comunque di essere generosi, non vogliamo essere passivi davanti a quello che ci accade, per noi è una sorta di dichiarazione di dignità. Il brianzolo solitamente è avaro di superlativi ma l’adesione che ho avuto a questo progetto è stata nettamente superiore alle aspettative e soprattutto, l’umiltà e la gentilezza di tutti, è stata davvero sorprendente anche perché con alcuni era il primo incontro, non era affatto detto che si potesse creare questa empatia. Questo periodo strano e drammatico ha fatto riscoprire a molti di noi le cose preziose e che siamo tutti una famiglia. Lo show biz di solito mostra il lato peggiore, crea mostri e povertà artistica. Invece chi di noi questo mestiere ha deciso di farlo a servizio della musica, si riconosce. Questa cosa è stata davvero salutare dopo un periodo così lungo di isolamento e in 3 giorni in studio abbiamo registrato tutto. Devo molto alla Bagana Music e a Riccardo Canato, colgo questa occasione per ringraziare ancora tutti.

Anche tu sei uno dei Figli Storti? Hai coniato tu questo termine?

In Lombardia c’è una frase: “Com’è facile volerti male, di sorrisi non ne fai e ti piace maltrattare, ma noi siamo i Figli Storti, nati dentro un’osteria e riusciamo anche a volare, pur essendo in Lombardia”. I Figli Storti sono quelli non allineati, quelli che vanno in una direzione ostinata e contraria. È un po’ la storia di alcuni noi musicisti che decidono di prendere una strada lavorativa non tradizionale e non sempre compresi e sostenuti dalle proprie famiglie. Se però della musica riesci a farne una professione allora hai la possibilità di costituirti una vita che ti piace. La musica diventa così una rivendicazione di diversità e di rivalsa da un mondo che non contempla il vivere di arte.

Cosa ci dobbiamo aspettare adesso dai Mercanti?

L’esperienza con i Figli Storti per la finalità detta finisce qui. Quello che sarà dei Mercanti lo stiamo vivendo adesso. Non sono interessato alle operazioni nostalgia, il gruppo riparte sempre con Piero Mucilli (fisarmonica e tastiere) ma questa volta senza Simone Spreafico. Questo significa fare cose nuove e l’opportunità di rivisitare il repertorio dei Mercanti senza scimmiottare quello che eravamo. E poi spero che l’attività live possa proseguire finalmente senza intoppi.

Alla Chiesa di Bellusco è dedicato un pezzo dei Mercanti di parecchi anni fa ripreso dai giornali locali in occasione del 25 aprile. È vera la storia del prete che raccontate?

Non sono praticante ma devo ammettere che sono tanti i preti in prima linea che stimo. Mi vengono in mente sacerdoti come Alex Zanottelli, un padre comboniano che ha vissuto per tanti anni in Africa ed ora a Napoli nel rione Sanità oppure Don Ciotti impegnato ad aiutare i deboli ad uscire da varie dipendenze e in prima linea contro la mafia. Per me loro sono dei veri testimoni viventi di fede e di coraggio. Fuori dalla retorica del 25 aprile, che comunque anche io condivido, ho voluto raccontare un fatto reale di eroismo avvenuto a Bellusco nel periodo dell’occupazione nazista di cui è stata diretta testimone una vecchia zia di Simone dei Mercanti. Il fatto narra che, durante la messa domenicale, alcuni soldati tedeschi, alla ricerca di fuggitivi (rifugiati nel campanile), vengono mandati via dal parroco che, con un coraggio fuori dalla norma, tira uno “sganassone” ad un SS che si sta accendendo una sigaretta sull’altare “Nella casa del Signore non si spara e non si fuma”. La canzone è una ballata per ricordare che la resistenza è fatta anche di infiniti gesti quotidiani di eroismo mai citati.

Cos’hai fatto in questi mesi condizionati dalla pandemia? Oltre ad essere andato a letto presto dopo Portavèrta hai pubblicato il tuo secondo album solista Zyngher con l’interpretazione di brani dei Clash, Suzanne Vega, Nick Cave e Johnny Cash in dialetto brianzolo…

In realtà vado sempre a letto tardi, sono un animale notturno! Con i miei tempi biblici sono molto orgoglioso di essere riuscito a portare a termine Zyngher. L’album è nato quasi per gioco, con un’incoscienza e una leggerezza che mi ha sorpreso come avviene per tutte le cose più belle della mia vita. Il monzese che sento dai miei genitori è simile al milanese ma più ruspante. In genere il dialetto nelle canzoni ha il pregio di essere più musicale quindi è stato abbastanza facile fornire la mia chiave di lettura. Ho iniziato a tradurre diverse canzoni a cui ho aggiunto dei pezzi miei con l’obiettivo di elevare il dialetto come fosse una lingua a sé stante. Il rischio era di attribuire al dialetto un tono sarcastico e satirico che a me non interessava, se ci pensiamo il napoletano, per esempio, questa nobiltà ce l’ha già. Ho dovuto fare un po’ di capriole perché nel dialetto non ci sono tutte le parole dell’italiano ma sono molto soddisfatto del lavoro, il risultato è proprio quello che volevo, ovvero portare il dialetto, con una radice contadina profonda, in territori più alti, quasi poetici come nel caso di Gypsy di Susanne Vega.

Ascoltando la tua musica mi sarei aspettato di trovare anche qualcosa di Springsteen, Dylan e Neil Young….

Esatto! In realtà avrei avuto molti più pezzi, una dozzina in totale più i miei: da To Ramona di Bob Dylan, a Nebraska di Bruce Springsteen, passando per Harvest di Neil Young a First we take Manhattan di Leonard Cohen che sarebbe diventato ‘dess ciàpum Bologna! Però non è stato possibile, di alcuni non ero soddisfatto del risultato, mentre per molti è stato complicato ottenere l’autorizzazione alla traduzione e alla pubblicazione. Con la mia etichetta la IRD, con tanta pazienza e speranzosi abbiamo richiesto agli editori e qualcuno ha accettato, qualcuno ha rifiutato e la maggior parte neanche ha risposto! Nelle note di copertina cerco di ironizzare sulla vicenda: “Vorrei dire a Bob, Bruce e agli altri che li perdono e non porto rancore”.

Nel disco Folsom Prison Blues diventa giustamente San Vitùr Blues! Sugli ultimi hai registrato anche La preghiera del làder, la canzone che chiude l’album. Mi sono immedesimato nel personaggio che mi commuove e mi fa tenerezza e devo dire che il dialetto aggiunge ancora più umanità alla vicenda. Un disperato, un pover’uomo che se solo avesse avuto qualche possibilità in più forse non avrebbe fatto il malvivente. Giunto quasi al termine della propria vita, non sapendo più dove aggrapparsi, non gli resta che pregare. Come è nata?

Non saprei, forse è dovuto ad una mia particolare predisposizione, fascino o indole a schierarmi dalla parte degli ultimi, un mondo che ho bazzicato tante volte e devo dire in cui ho trovato un sacco di tesori. Nella lussuosa Monza sono nato in uno dei pochi quartieri popolari. Con questo non voglio dire che mi sia mai mancato niente, anzi, il mio ambiente è sempre stato quello degli ultimi e ho un legame particolare con questo mondo che mi ha consentito di vedere più volte la trasformazione in bellezza del marcio grazie ad una forza e un attaccamento alla vita che invece chi è in posizione di vantaggio non sempre riesce ad apprezzare. Sono stato tantissime volte in carcere, non per reati ma per fare musica e laboratori. Non voglio fare retorica, mi sono imbattuto quasi sempre in criminali comuni, ma ho avuto spesso la percezione di un candore umano e, se devo trovare un termine per definire le esperienze che ho vissuto, direi ingenuità. Gente di una semplicità disarmante che sconta pene per inconsapevolezza, quasi senza sapere come ci sia finita dentro. Poi nello scrivere ho messo dentro forse anche qualcosa di personale ed è questo che da laico mi è venuta l’idea di una preghiera. Si tratta di una richiesta di perdono, il momento di una preghiera arriva nella vita di tutti prima o dopo. Ho fatto delle cose brutte, sono stato un debole, ma a questo punto cosa faccio? Abbiamo bisogno del perdono per ricominciare o per finire bene come nel caso del ladro della canzone che la vita l’ha consumata quasi tutta. Come dire, in vita ho pagato tutto, ma caspita, posso essere ancora umano!

“…Signùr su no se basta dì che me despiàss, su no se sunt in temp ammò a scüsass. Te ghe resòn, ghe vör propri un bel talent a s’cèppà i finester e pö lamentass del vent. Ma i tò fioeu ti è fa un po’ cumplicàa, perduna anca quei ch’inn vegnù mà. Quei ch’inn burla föra de la cesta. L’è l’unica manera de salvài, l’è l’unica vittoria che ghe resta” (Signore, non so se basta dire che mi dispiace, non so se sono ancora in tempo a scusarmi. Hai ragione, ci vuole proprio un bel talento a rompere le finestre e poi lamentarsi del vento Ma i tuoi figli li hai fatti un po’ complicati, perdona anche quelli venuti male. Quelli che sono caduti fuori dalla cesta, È l’unico modo di salvarli, è l’unica vittoria che gli resta). 

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