I NUMERI/ Dalla spesa pubblica al fisco, i tristi primati dell’Italia in Europa

- Enrico Quintavalle

Se i servizi pubblici in Italia non fossero di qualità così bassa, anche il sistema delle imprese potrebbe avvantaggiarsene favorendo la crescita

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(LaPresse)

Gli straordinari interventi messi in campo per contrastare la pandemia e la crisi energetica hanno dilatato a dismisura la presenza dello Stato in economia. L’analisi del quadro di finanza pubblica aggiornato con le previsioni economiche di primavera 2022 della Commissione europea pubblicate lunedì scorso mostra che la spesa pubblica italiana nel 2022 supera i mille miliardi di euro, arrivando al 54,0% del Pil. Nel 2019, prima dello scoppio della crisi, il rapporto tra spesa e prodotto si fermava al 48,5% e collocava il nostro Paese al 7° posto nell’Ue, mentre quest’anno l’Italia, scalando cinque posizioni, sale al 2° posto dietro solo alla Francia, Paese in cui si registra il massimo della spesa in rapporto al Pil, pari al 57%. In soli tre anni la spesa pubblica italiana è salita di 141,6 miliardi di euro, con un ritmo di 129 milioni in più al giorno. In precedenza, per cumulare un aumento di questo ordine di grandezza, erano stati necessari più di 13 anni: tra il 2006 e il 2019 la spesa era salita di 128,8 miliardi di euro.

Durante la crisi pandemica il livello della presenza statale in Italia ha superato paesi del Centro-Nord Europa con sistemi di welfare avanzati come la Finlandia, il Belgio, la Danimarca, la Svezia e l’Austria. A causa dell’elevato debito pubblico, l’Italia è al 1° posto in Ue a 27 per spesa per interessi, pari al 3,5% del Pil. Nel 2022 il costo per remunerare il debito pubblico italiano è di 65,7 miliardi, ampiamente superiore ai 57,5 miliardi di euro della spesa per interessi di Francia e Germania messe insieme.

A fianco della dilatazione della spesa, si osserva il persistere di un’elevata pressione fiscale. Su questo fronte va ricordato che alcune agevolazioni fiscali sono contabilizzate come spesa: il Def 2022 ne documenta 30,8 miliardi di euro nel 2021, da cui discende una più bassa pressione fiscale effettiva. Il confronto internazionale, sempre basato sui dati dalla Commissione europea, evidenzia che per quest’anno il carico fiscale (tax burden) su cittadini e imprese italiani è previsto pari al 43,3% del Pil, superiore di 1,8 punti al 41,5% della media dell’Eurozona, con un tax spread che vale 32,8 miliardi di euro. Il nostro Paese, quindi, è al 4° posto in Unione europea per pressione fiscale, ma sale al 3° per prelievo fiscale sui consumi di energia e al 1° per tassazione del lavoro.

All’intensificazione della presenza pubblica non corrisponde un’adeguata qualità dei servizi offerti dalla Pubblica amministrazione (Pa). Secondo l’ultima rilevazione di Eurobarometro pubblicata ad aprile dalla Commissione europea, nel 2022 l’Italia si colloca al 24° posto in Ue per la soddisfazione per i servizi pubblici, davanti a Romania, Bulgaria e Grecia, per scivolare al 26° posto per fiducia nella Pa, davanti alla sola Grecia. In chiave territoriale la qualità delle istituzioni è più bassa nel Mezzogiorno, come misurato dall’ultimo rapporto della Commissione europea sulla coesione economica, sociale e territoriale; nel ranking tra 234 regioni europee la peggiore è risultata la regione rumena di Bucarest Ilfov, seguita da Calabria e Campania. 

Sulla bassa qualità dei servizi della Pa influisce uno scarso utilizzo delle tecnologie digitali. Secondo una recente analisi pubblicata da Banca d’Italia sul livello dell’informatizzazione delle Amministrazioni locali, solo il 28% dei Comuni consente all’utente di completare le pratiche amministrative e, se richiesto, di effettuare il pagamento on line. La quota sale al 35% nel Centro-Nord, mentre crolla al 13% nel Mezzogiorno. 

Paradossalmente, nel pieno della transizione digitale, aumentano le difficoltà di relazione tra cittadini e gli uffici pubblici. Nel 2020 la quota di cittadini in coda per oltre 20 minuti agli sportelli dell’anagrafe dei Comuni rilevata dall’Istat è del 28,4%, undici punti superiore al 17,4% di dieci anni prima, valore che sale al 31,8% nel Mezzogiorno. Paradosso nel paradosso, la lunghezza delle code non scende con una maggiore presenza di dipendenti: in Sicilia il rapporto tra dipendenti comunali e abitanti è il doppio che in Abruzzo e, parallelamente, è quasi doppia anche la quota di cittadini costretti a lunghe code agli sportelli.

La bassa performance delle amministrazioni locali meridionali può compromettere la destinazione del 40% delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) nel Mezzogiorno. Nel merito la relazione del Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri specifica che la distribuzione territoriale delle risorse “dipende sia dall’effettiva adesione dei soggetti privati e pubblici potenzialmente beneficiari, sia dalla capacità progettuale e amministrativa delle amministrazioni regionali e locali”.

Nonostante i vistosi squilibri della presenza pubblica nell’economia, la manifattura italiana, caratterizzata da una diffusa presenza di micro e piccole imprese esposte alla concorrenza internazionale, registra una migliore performance rispetto ai competitor europei. Nell’ultimo quinquennio (2016-2021), l’Italia, con una più bassa dimensione media delle imprese, registra una crescita del volume di valore aggiunto manifatturiero del 5,1%, a fronte del limitato +0,7% in Francia e del calo del 3% registrato in Germania. Alla migliore performance ha contributo la resilienza durante la pandemia delle imprese manifatturiere italiane, il cui valore aggiunto nel 2021 recupera interamente (+0,3%) il livello del 2019, a fronte del ritardo del 5,1% della Francia e del 5,8% della Germania.

L’eccellente risultato è stato conseguito con un aumento di efficienza delle imprese italiane: nell’arco del quinquennio in esame, nonostante gli effetti disastrosi del contagio mondiale da Covid-19, la produttività della manifattura in Italia, valutata con l’indicatore del valore aggiunto per ora lavorata, sale del 5,2%, a fronte del +1,3% della Francia e dello 0,4% della Germania. 

Questi risultati empirici contraddicono le tesi secondo la quale l’insufficiente crescita italiana vada attribuita prevalentemente alla ridotta dimensione media delle imprese. Al contrario, dovremmo considerare la maggiore crescita che il vitale sistema delle imprese italiane potrebbe generare con servizi pubblici al livello di quelli utilizzati dalle imprese francesi e tedesche e, in generale, con un contesto più favorevole al “fare impresa”.

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