I NUMERI/ Quei nodi che frenano (ancora) l’Italia del lavoro

- Natale Forlani

L'occupazione in Italia continua a essere in ripresa. Ciò nonostante il mercato del lavoro continua a scontare problemi importanti

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L’economia italiana nell’era post-Covid continua a generare posti di lavoro (+445 mila rispetto al dicembre 2021), per la stragrande parte dipendenti a tempo indeterminato. L’aumento dell’occupazione ha contribuito a ridurre i bacini delle persone inattive (-413 mila) e di quelle in cerca di lavoro (-243 mila). In parallelo aumenta dal 31% al 45% la difficoltà delle imprese nel reperire i profili professionali necessari a soddisfare i fabbisogni, segnalando che, a determinate condizioni, la crescita occupazionale poteva essere più significativa. In alcuni settori la carenza di personale sta comportando la rinuncia da parte delle aziende a espandere le attività per soddisfare una domanda di prodotti e servizi disponibile nel mercato.

Questi tratti del nostro mercato del lavoro, in particolare la crescita di nuove opportunità di lavoro superiore a quella dei lavoratori disponibili, sono destinati a rimanere perduranti per la combinazione della carenza di competenze e della riduzione demografica della popolazione in età di lavoro. Una condizione che dovrebbe spingere le imprese a migliorare la produttività delle proprie organizzazioni e ad aumentare le retribuzioni per attrarre le risorse umane necessarie.

Sul piano collettivo queste tendenze, che rimangono preoccupanti per la possibilità di accrescere l’occupazione in termini assoluti per mantenere in equilibrio la spesa sociale, dovrebbero consentire la riduzione dei bacini delle persone non occupate, dei gap occupazionali nel Mezzogiorno, dei giovani e delle donne. La scarsità di manodopera genera di per sé una condizione favorevole per la crescita delle retribuzioni. Ma su questi versanti i riscontri sono ancora deboli. I risultati sono positivi per la qualità dei rapporti di lavoro con il raggiungimento del record storico del numero dei contratti a tempo indeterminato. I tassi di occupazione dei giovani, delle donne e nei territori del Mezzogiorno aumentano, ma non in modo tale da ridurre, anche parzialmente, i divari esistenti. Per le retribuzioni, nel corso del 2022 si è registrata una perdita del 6,5% del potere di acquisto rispetto all’aumento dei prezzi, di gran lunga superiore a quella registrata nella media dei Paesi sviluppati aderenti all’Ocse, e di un’inflazione finale che risulta superiore a quella dell’impatto dei prezzi delle materie prime e delle merci importate.

In parallelo, le difficoltà a reperire manodopera in molti settori ad alta intensità di occupazione sta spingendo il sistema delle imprese a richiedere un massiccio aumento delle quote d’ingresso di nuovi lavoratori extracomunitari, stimabili in circa 250 mila potenziali lavoratori per i prossimi 5 anni. Un cifra che coincide in modo singolare con il saldo negativo che viene stimato tra l’esodo dei lavoratori che vanno in pensione e il numero dei giovani che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro dopo i percorsi scolastici.

Le richieste delle associazioni imprenditoriali di pressoché tutti i settori, in particolare dell’agricoltura, delle costruzioni, dei servizi turistici e della ristorazione da per danno per scontata l’impossibilità di supplire a questo turnover attingendo al bacino dei 4,5 milioni di disoccupati, o inattivi che si dichiarano disponibili a lavorare, presente in Italia. Questi temi vengono accuratamente aggirati nel dibattito pubblico che continua a essere dominato dalla retorica del precariato, identificato con il numero dei contratti a termine, e delle disuguaglianze salariali e di reddito che motivano l’esigenza di incrementare le risorse pubbliche destinate a contenerle.

I nodi che impediscono alle nostre politiche del lavoro di agganciare le nuove opportunità di crescita sono particolarmente due.

Il primo è rappresentato dalla bassa intensità degli investimenti formativi e dalla dispersione di quelli esistenti. Il gap di laureati e diplomati rispetto alla media dei Paesi Ue è eclatante e ha influenzato in negativo anche le caratteristiche del ricambio imprenditoriale e professionale di molti settori economici. Tutti gli indicatori che segnalano il grado di integrazione tra il sistema formativo nel suo complesso e le dinamiche del mondo del lavoro (livelli di soddisfazione dei fabbisogni professionali, tempi di inserimento post scolastico, dinamiche salariali, utilizzo dei rapporti duali di formazione e lavoro) rimangono distanti dai risultati ottenuti nei Paesi Ocse. In queste condizioni stiamo affrontando un’ondata di innovazioni tecnologiche e organizzative destinata ad accelerare l’obsolescenza della maggior parte delle professioni in essere.

Data l’intensità di queste innovazioni sulla vita delle persone e delle comunità, ciò che avviene nel mondo produttivo e nel mondo del lavoro dovrebbe diventare parte essenziale dei percorsi educativi e formativi. Ma nel contesto italiano questa esigenza continua a essere fraintesa, caso unico nel contesto dei Paesi sviluppati, con la mercificazione dei percorsi educativi.

Di fronte alla constatazione della stagnazione dei salari reali nella comparazione con le retribuzioni dei lavoratori delle altre nazioni aderenti all’Ue, si è diffusa la curiosa idea che il divario sia motivato dalla carenza di una legislazione che impone alle imprese la fissazione di salari minimi. Nei tempi recenti a queste letture si è associata persino una parte rilevante delle confederazioni sindacali, la Cgil e la Uil, facendo finta di ignorare che in tal caso la responsabilità di questo risultato, sempre ammessa la correttezza delle analisi, dovrebbe essere attribuita alle parti sociali italiane che hanno sottoscritto i Contratti collettivi nazionali applicati nella stragrande maggioranza delle imprese e ad oltre il 90% dei lavoratori.

In effetti il sistema di contrattazione italiano, fondato sulla centralità dei contratti collettivi di settore nazionali, risulta più sensibile di altri nel tutelare i bassi salari, ma molto meno nel favorire la loro crescita in relazione agli aumenti della produttività, che vengono considerati, in modo paradossale, come un fattore di crescita delle disuguaglianze interne alla classe lavoratrice, anziché uno stimolo all’aumento della ricchezza come condizione per la sua redistribuzione. Il risultato finale è lo spostamento delle rivendicazioni dalla dialettica tra le parti sociali per il rinnovo dei contratti collettivi verso lo Stato come distributore di risorse verso i redditi medio bassi, a discapito dei contribuenti che pagano le tasse, per la gran parte il ceto medio alto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Nelle nuove condizioni del mercato del lavoro una spinta alla crescita della produttività e dei salari diventa indispensabile per favorire una migliore allocazione degli investimenti e delle opportunità di lavoro.

La scarsità degli investimenti sulle risorse umane e degli stimoli per la crescita della produttività denotano la lontananza delle relazioni industriali dai reali fabbisogni della produzione e del mercato del lavoro, ma evidenziano anche i percorsi che possono consentire di mobilitare una massa critica di attori che possono contribuire in prima persona a migliorare l’utilizzo delle risorse disponibili in un Paese che tende strutturalmente a sotto utilizzarle.

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