I NUMERI/ Lavoratori a termine, le prime e vere vittime della crisi dimenticate

- Giuliano Cazzola

Nell’ultimo Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva si analizzano gli effetti della crisi sull’occupazione

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Le parole sono pietre anche quando evitano di trarre delle considerazioni definitive. È questo il senso delle conclusioni del presidente Tiziano Treu nell’introduzione al XXII Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva reso pubblico da pochi giorni. “Il rapporto del Cnel ha mostrato – sostiene il prof. Treu – come il nostro mercato del lavoro continui a presentare più ombre che luci in un contesto tuttora segnato da profonde incertezze. Nonostante i motivi di speranza alimentati dalla disponibilità dei vaccini anti Covid, gli effetti dirompenti della pandemia sembrano destinati a prolungarsi per un tempo non prevedibile”. Ma come si sono presentati e cosa determineranno, nel futuro prossimo, questi effetti sul mercato del lavoro? 

Secondo il Cnel, una quantificazione definitiva dei costi economici e sociali della crisi del 2020 sarà possibile solo quando l’emergenza sanitaria potrà dirsi superata. Al momento si possono trarre solo valutazioni sugli effetti di breve periodo, comunque importanti per caratterizzare le modalità di trasmissione di questo tipo di shock al mercato del lavoro, e gli effetti delle misure di politica economica adottate dai governi.

Nel complesso alla luce dei risultati emersi sino al trimestre estivo si può affermare che, a fronte di uno shock all’attività economica la cui intensità non ha precedenti storici se si escludono i periodi bellici, i recuperi del periodo post-lockdown nella maggior parte dei paesi sono stati più accentuati di quanto atteso. All’interno di questo quadro generale, la performance dell’economia italiana ha costituito una sorpresa ancor più positiva in termini relativi. Il 2020 è difatti uno dei pochi anni che non ha visto la performance dell’economia italiana registrare un ritardo rispetto alle altre maggiori economie avanzate. La nuova ondata dell’epidemia che si è affermata dal mese di ottobre rende però probabile una nuova contrazione dell’attività economica globale nel corso dei mesi finali dell’anno e vi sono ampie incertezze sulle tendenze dei primi mesi del 2021.

Al pari degli altri Paesi, anche l’Italia ha sperimentato forti oscillazioni dell’attività economica e della domanda di lavoro riflettendo la tempistica delle misure di restrizione legate all’epidemia. E anche in Italia le diverse misure dell’andamento dell’input di lavoro hanno mostrato andamenti divergenti, in funzione delle peculiarità dei comportamenti indotti dalle misure di restrizione.

I dati evidenziano che il sopraggiungere dell’epidemia ha cominciato a determinare un forte calo del numero di occupati a partire dal mese di marzo, che è proseguito ad aprile quando si è determinato un buco occupazionale di alcune centinaia di migliaia di unità. A giugno, secondo i dati destagionalizzati, esso era quantificabile in oltre 700 mila unità rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Queste perdite sono state parzialmente recuperate tra luglio e agosto, grazie al miglior andamento della pandemia e alla ripresa dei livelli di attività innescatasi da giugno: i dati segnalano che nei mesi estivi il calo degli occupati si è praticamente dimezzato, anche se già nel mese di settembre questo recupero ha rallentato rispetto ai due mesi precedenti.

Alcuni segnali incoraggianti, di un ritorno verso la normalità del sistema produttivo in estate, arrivano anche dai dati Istat sulle ore settimanali effettivamente lavorate e sulla quota di occupati assenti nella settimana di riferimento, che, a partire dai mesi estivi, sono quasi ritornati sui livelli del 2019. Il numero di ore lavorate settimanalmente nel mese di settembre, calcolate sul complesso degli occupati, è di poco inferiore a quello registrato nello stesso mese dello scorso anno e il gap si riduce anche per i dipendenti. Il ricorso cruciale alla cassa integrazione ha superato largamente nel corso del lockdown quello della crisi del 2008, quando già era stato particolarmente intenso, anche grazie all’eccezionale estensione di questo strumento a tutte le imprese, indipendentemente dal settore produttivo e dal numero di addetti. Secondo i dati dell’Inps, le ore di Cig (considerando tutte le componenti: ordinaria, straordinaria, in deroga, e i fondi di solidarietà) complessivamente autorizzate tra gennaio e settembre sono risultate pari a circa 3 miliardi, un valore eccezionalmente elevato – conferma il Cnel – nel confronto storico, pari a due volte e mezzo il numero di ore autorizzate nel 2010, l’anno sotto questo profilo più pesante per le conseguenze della crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2008. Dai dati risulta che il mese di maggio è stato quello con il maggior numero di lavoratori in cassa integrazione, con un picco di quasi 2,3 milioni di equivalenti occupati a tempo pieno interessati. A partire da giugno, il numero dei lavoratori momentaneamente sospesi dall’attività produttiva si è parzialmente ridimensionato. 

In caso di grave crisi, come quella che stiamo attraversando, chi paga per primo un prezzo occupazionale più alto sono i precari e in particolare quei lavoratori a termine che hanno durate di lavoro brevi. Infatti, per la parte di anno fin qui trascorsa – come certifica il Rapporto – la diminuzione dell’occupazione si è quasi totalmente concentrata sui dipendenti a termine (-362 mila, pari a -11,8% in un anno), e in parte ha continuato a coinvolgere gli indipendenti, proseguendo in questo caso una tendenza in atto ormai da più di un decennio (-142 mila, -2,7%), a fronte di un lieve aumento dei dipendenti permanenti, protetti dalle misure eccezionali assunte dal Governo (come il blocco dei licenziamenti economici individuali e per riduzione di personale). 

Se si pone pari a 100 il livello di occupazione mediamente raggiunto nel periodo immediatamente precedente al diffondersi della crisi da Covid-19, ovvero quello osservato tra dicembre 2019 e febbraio 2020, i dati evidenziano una variazione leggermente positiva per i dipendenti a tempo indeterminato, e una contrazione molto ampia per i dipendenti a termine, oltre a una flessione per gli indipendenti. Un fenomeno analogo si era osservato anche nel 2008, ma nella crisi attuale sta assumendo dimensioni maggiori perché da allora il ricorso al tempo determinato da parte delle imprese è fortemente aumentato. Si ricorda infatti che nel corso del 2016 e del 2017 gli occupati a tempo determinato avevano subito una fortissima espansione in gran parte attribuibile alle liberalizzazioni introdotte dalla riforma Poletti. L’andamento di questa componente dell’occupazione è imputabile prevalentemente al crollo delle assunzioni, ma anche al fatto che molti contratti a termine in scadenza non sono stati rinnovati, colpendo in modo evidente la parte più debole dell’occupazione, un dato che purtroppo è destinato ad aumentare ancora con le future scadenze dei contratti in essere.

I dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps confermano il forte calo delle posizioni di lavoro causato dalla pandemia. Tra gennaio e luglio di quest’anno sono state create circa 926 mila posizioni in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Il calo – sempre secondo il Cnel – è dovuto interamente alla marcata flessione delle assunzioni (soprattutto a tempo determinato) che ha interessato quasi tutti i settori; le cessazioni invece non sono aumentate, registrando un andamento meno dissimile da quello del 2019, in parte a causa della stessa contrazione delle assunzioni e soprattutto per effetto del blocco temporaneo dei licenziamenti e per l’estensione della cassa integrazione. Il ricorso ai contratti a termine ha subìto una vera e propria caduta, con un saldo che nel periodo esaminato è risultato negativo per 112 mila unità, il più basso di sempre. Tutti i flussi hanno subito una flessione sull’omologo periodo del 2019: -40% le assunzioni, -22% le cessazioni, -29% le trasformazioni. I contratti a tempo indeterminato hanno invece continuato a registrare un saldo positivo, seppure con un evidente rallentamento della fase espansiva che stava caratterizzando questa tipologia contrattuale prima della crisi sanitaria. In questo caso le 155mila posizioni lavorative in meno che si osservano nel 2020 rispetto all’anno precedente sono l’esito di una flessione tanto dei flussi di ingresso (assunzioni e trasformazioni) che delle cessazioni.

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