I NUMERI/ Le ombre sul lavoro nonostante l’occupazione in crescita

- Giampaolo Montaletti

Crescono i lavoratori dipendenti, ma per molti lo stipendio non basta per arrivare a fine mese. Ci sono quindi ombre nonostante l’aumento dell’occupazione

lavoro azienda impresa 1 lapresse1280 640x300
(LaPresse)

Crescono i lavoratori dipendenti, ma per molti lo stipendio non basta per arrivare a fine mese. Secondo una nota del ministero del Lavoro, di Banca d’Italia e di Anpal, da giugno 2021 i contratti di lavoro dipendente sarebbero tornati sul sentiero di crescita precedente alla pandemia. Leggendo banche dati amministrative le tre istituzioni (Anpal è l’agenzia del ministero del Lavoro che si occupa di politiche attive) disegnano un quadro positivo per il solo lavoro dipendente e solo per alcuni settori dell’economia nazionale. La nota sottolinea che “nel complesso del 2020-21 sono stati infatti attivati, al netto delle cessazioni, circa 560.000 nuovi posti di lavoro alle dipendenze, rispetto ai 605.000 del biennio precedente”, attribuendo a blocco dei licenziamenti e cassa integrazione il merito di avere ridotto le cessazioni e di avere rimandato, in maniera graduale, il problema ai prossimi mesi del 2022.

Come sempre accade, a fine anno molti contratti a termine scadono. I contratti a termine sono la principale forma di flessibilità di molti settori economici, quando si verificano fatti straordinari la prima cosa che i datori di lavoro fanno è lasciarli scadere. La nota sottolinea che i licenziamenti in senso stretto sono stati un numero limitato (27.000 al mese circa nel 2021) e comunque inferiori al 2019. 

Il settore industriale è ancora in fase di recupero, mentre l’edilizia compensa le perdite dell’industria e supera i valori del passato spinta anche dai vari bonus di settore.

Al centro-nord riprende anche la crescita dei contratti a tempo indeterminato, non altrettanto al sud. Le donne conquistano solo un terzo di questi contratti, un’ulteriore conferma dei divari di genere e di territorio che conosciamo.

La nota si conclude con una valutazione dei dati sui disoccupati rilevati attraverso le dichiarazioni di immediata disponibilità rilasciate ai Centri per l’impiego o a Inps o a Anpal. La dichiarazione di immediata disponibilità è spesso rilasciata in occasione di una richiesta di sussidio o di adesione a percorsi di politica attiva come Garanzia Giovani. Con la crescita dell’occupazione il dato cala, come atteso.

Come interpretare questi dati? I numeri sugli occupati sono tratti dalle Comunicazioni obbligatorie che i datori di lavoro sono obbligati a rilasciare in via telematica a ogni assunzione, cessazione, proroga o trasformazione di un contratto di lavoro dipendente. Quello che sappiamo da questi dati amministrativi è quanti lavoratori iniziano o concludono un contratto ogni giorno. In questo modo per ogni periodo di tempo si può valutare se il saldo è stato negativo (e quindi ha contribuito a far scendere l’occupazione) oppure se è stato positivo. Il settore pubblico e le famiglie sono esclusi dagli analisti. Per conoscere i livelli dell’occupazione nel complesso dell’economia dobbiamo continuare a guardare i dati di Istat. 

Tutto sommato possiamo dire che i dati amministrativi e quelli della statistica ufficiale non si contraddicono fra di loro e ci confermano la crescita dell’occupazione a fine anno. Detto questo non va tutto bene. Lo stesso Ministero ha presentato il 18 gennaio il documento finale del gruppo di lavoro sulla povertà lavorativa. Basandosi sui dati dell’indagine Eurosat-Istat sulle condizioni di vita e di lavoro delle famiglie, il gruppo di lavoro rileva che nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani apparteneva al gruppo lavoratori poveri. C’è da aspettarsi che la percentuale rilevata nel 2019 sia cresciuta con la pandemia. 

Il dato è calcolato ordinando i lavoratori per livello di stipendio; dividendo in due parti uguali la popolazione si individua il livello di stipendio che costituisce il massimo per il gruppo di chi guadagna meno e il minimo per il gruppo di chi guadagna di più. Questo valore è la mediana. Se guadagni meno del 60% della mediana sei un “lavoratore povero”. Allo stesso modo se vivi in una famiglia dove la somma dei redditi è sotto il 60% della mediana, sei un “povero su base familiare”. Spesso le due cose coincidono.

Il rapporto, assieme a molti altri dati analitici, spiega chiaramente che i lavoratori poveri sono quelli che lavorano pochi mesi l’anno. Ed è proprio questa platea di lavoratori che ha perso il lavoro a inizio pandemia e lo sta ritrovando oggi.

Il rapporto del gruppo di lavoro continua con proposte per combattere la povertà lavorativa, destinate a far discutere, e ne discuteremo ancora su queste pagine. Mentre si discute, sui buoni dati della ripresa si stende l’ombra cupa di salari troppo bassi.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA