LAVORO POVERO/ Ecco perché sbaglia chi pensa di cancellarlo col salario minimo

- Angelo Colombini

Salario minimo e lavoro povero non sono le due facce della stessa medaglia. Il primo non è la soluzione per contrastare il secondo

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Con le notizie degli ultimi giorni sul lavoro povero è tornato in auge il dibattito sul salario minimo; tuttavia il salario minimo e lavoro povero non sono le due facce della stessa medaglia. Il lavoro povero non nasce da una scarsa copertura contrattuale, ma dal non rispetto o da un uso distorto dei Ccnl. Elenchiamo solo alcune possibili cause: i contratti pirata, cioè quelli siglati da sedicenti confederazioni nazionali di datori di lavoro e di lavoratori, che spesso hanno sede entrambi negli uffici di un qualunque consulente del lavoro/commercialista; l’uso scorretto di istituti come il part-time, che copre orari di lavoro più che ordinario; la piaga del lavoro nero; l’abuso dei contratti a termine, con periodi anche di pochi giorni.

C’è una evidente questione di cultura imprenditoriale italiana, dove viene spesso presentata come necessità la tendenza a non valorizzare adeguatamente le risorse umane e la professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori, con la perdita di competitività delle imprese, fortemente destrutturate, e del sistema economico nel suo complesso. Ritenere che l’applicazione del salario minimo consenta di superare questi problemi probabilmente è illusorio, in quanto non andrebbe a superare le illegalità o le evidenti distorsioni, ma rischierebbe, dato il contesto culturale italiano, di dare una copertura proprio a queste illegalità.

Lavoro povero e salario minimo hanno ragioni e finalità diverse e come dicevamo l’uno non può essere la soluzione dell’altro. Basti pensare che il primo ha bisogno di un rafforzamento del sistema contrattuale, mentre il salario minimo ha portato spesso, nei Paesi dove è stato introdotto, l’esatto contrario, con un indebolimento della copertura contrattuale, che in Italia è comunque tra le più alte d’Europa, cioè all’85%, e della rappresentanza sindacale sia dei lavoratori che delle imprese, innescando meccanismi di disgregazione del sistema e diminuzione della copertura contrattuale.

Vi è inoltre una questione importante che spesso il dibattito non approfondisce adeguatamente. Il costo contrattuale previsto dai Ccnl, siglati da Cisl, Cgil e Uil, contiene anche i costi di istituti come la tredicesima e la quattordicesima, del Tfr, del welfare integrativo, della previdenza integrativa, dei fondi interprofessionali per la formazione, ecc. Il costo orario del salario minimo è spesso inteso un lordo tout court, che poi nella realtà si trasforma in un netto molto inferiore e che copre una bassa percentuale del salario contrattuale vero e proprio. La proposta che si è fatta in Italia, di una cifra di 9 euro, dovrebbe stare intorno al 60% del salario medio contrattuale italiano e non coprirebbe assolutamente le voci collaterali, che rappresentano importanti conquiste sindacali.

Come accennavamo, non dimentichiamo poi il contesto italiano, dove la percentuale di lavoro nero è una patologia che non si è mai riusciti a curare; la micro dimensione delle imprese e la loro destrutturazione in termini organizzativi e di professionalità è spesso motivo di impossibilità a un controllo efficace per evitare usi distorti di strumenti come il salario minimo, come è stato per i voucher; questi ultimi, destinati a settori parziali e minimi del mercato del lavoro, rischiano di essere nella pratica sostituiti in grande scala proprio dal salario minimo, laddove rimarrebbe comunque difficile quantizzare le ore di lavoro realmente effettuate.

Nel dicembre scorso dal Parlamento europeo è arrivato il primo via libero alla proposta di direttiva sul salario minimo. Non potendo fissarlo in modo uniforme, la direttiva si muove su due direzioni: da un lato con un salario minimo legale e dall’altro con la contrattazione collettiva portandola almeno all’80% dei lavoratori.

Per la Cisl questa direttiva è un passo importante perché contrasta il dumping salariale in Europa, è positiva perché interviene in modo diverso secondo le condizioni esistenti negli Stati europei valorizzando la contrattazione come soluzione per la crescita salariale, dei diritti e delle tutele dei lavoratori ma soprattutto perché esclude interventi obbligatori per chi, come in Italia, ha una contrattazione che copre almeno l’80% dei lavoratori.

Ad avviso della Cisl, come più volte evidenziato anche a livello europeo, il salario minimo non è un istituto che si addice al nostro mercato del lavoro. È necessario invece perseguire un costante rafforzamento del sistema contrattuale e di relazioni industriali che consenta di ampliare la copertura contrattuale e sostenere un aumento dei livelli salariali netti, che sono oltremodo bassi rispetto alla media europea.

È questa probabilmente la strada regina per superare le cause del lavoro povero che rischia di essere un grande problema per il sistema economico italiano e una delle cause che vedono i lavoratori qualificati, specialmente quelli più giovani, preferire in molti casi anche l’emigrazione. 

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