FINCANTIERI E ILVA/ I problemi (rimasti) aperti dopo il decreto del Governo

- Augusto Lodolini

Il decreto legge approvato dal Governo riapre l’attività a Monfalcone e Taranto, ma lascia aperti molti problemi, tra cui lo scontro tra poteri dello Stato. Di AUGUSTO LODOLINI

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Venerdì il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che permetterà, a quanto pare, la ripresa delle attività alla Fincantieri di Monfalcone e di evitare il blocco totale dell’Ilva di Taranto. A quanto pare, perché sarà meglio attendere la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale e perché entrambe le vicende ci hanno abituato a repentini colpi di scena. Ciò non frena l’entusiasmo di Matteo Renzi, pronto ad appuntarsi una nuova medaglia per aver salvato posti di lavoro e avviato la costruzione del futuro, ovviamente radioso.

Un intervento diretto a ripristinare la produzione nei due siti è senza dubbio apprezzabile, ma il numero e la gravità dei problemi che rimangono rendono fuori luogo imbarazzanti proclami autocelebrativi. Credo che a nessuno, al di fuori di Renzi, sfugga la gravità di questo ennesimo scontro tra poteri e ordini dello Stato, tra potere esecutivo e magistratura, se non altro perché si esautora per decreto legge il provvedimento di un tribunale. Pur essendo d’accordo sul merito, sarebbe deleterio non rilevare questo fatto che, se non risolto, sarebbe un passo in avanti nel deterioramento della nostra democrazia.

Come evidenziato in un precedente articolo, nel caso della Fincantieri il comportamento della magistratura lascia parecchio perplessi. Non è facile, infatti, capire come un singolo procuratore possa appellarsi in Cassazione contro le decisioni del Gip e del tribunale della sua stessa procura, senza pensare a una lotta interna alla magistratura stessa. Né è facile capire con quali motivazioni il tribunale di Gorizia si sia rimangiato la precedente decisione ordinando il sequestro prima negato: il cambiamento di motivazione conferma il motivo del primo rigetto, l’inesistenza di pericoli ambientali, appurando invece la mancanza delle debite autorizzazioni. Queste mancavano anche precedentemente, però allora ciò non influì sulla decisione di concedere il sequestro, a differenza di quanto accaduto ora.

Secondo un articolo del Giornale, negli ultimi 30 mesi a Monfalcone sono stati effettuati ben 280 controlli da parte di vari organismi, come Asl, Inail, Inps, ispettorato del lavoro. Sarebbe utile sapere da chi e perché sono stati predisposti e, soprattutto, con quali esiti, visto il dispendio di risorse.

Senz’altro per mia incapacità, non sono riuscito a trovare il testo del rinvio della Cassazione al tribunale e neanche ne ho letto nei vari commenti, ma la sua lettura sarebbe utile per capire qualcosa sulle reali motivazioni delle decisioni dei giudici, altrimenti è facile considerare il tutto una storia di ordinaria follia. Rimane pertanto condivisibile la richiesta del deputato Pd di Monfalcone, Giorgio Brandolin, che in un’interrogazione ha richiesto l’intervento ispettivo del ministero della Giustizia per chiarire la vicenda. Sarebbe anche auspicabile un parere dell’alto magistrato che presiede, oltre il Colle, anche l’organo di autogestione della magistratura.

Anche governo e Parlamento non possono tirarsi fuori, visto che il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, ha dichiarato che il decreto serve a fare chiarezza sull’interpretazione di norme alla base della decisione della magistratura. Le norme cui ci si riferisce sembrerebbero essere quelle che nel 2009 hanno recepito le disposizioni europee relative al trattamento degli scarti da lavorazione al centro dell’attuale vicenda. In sei anni e nonostante le indagini iniziate dalla procura di Gorizia nel 2013, nel Parlamento, nei governi che si sono succeduti e in tutti gli altri ambiti, politici , sindacali e imprenditoriali coinvolti, nessuno sembra essersi posto il problema e avviata una soluzione, finché non è arrivato il blitz dei giudici.

Il decreto affronta anche i problemi dell’Ilva di Taranto, ma qui non si tratta di interpretazione di norme, ma di un orribile incidente che è costata la vita a un operaio. È impensabile che si possa eliminare del tutto la possibilità di incidenti sul lavoro, che continueranno purtroppo a mietere vittime, ma è indispensabile attuare tutte le misure di sicurezza e di organizzazione del lavoro che ne riducano al minimo possibile la probabilità. È quindi essenziale stabilire quali misure di sicurezza, non attuate o non efficaci, sono alla base del tragico incidente di Taranto e se per la loro messa in opera fosse realmente necessario il blocco dell’intero altoforno. L’intero impianto è sotto costante controllo della magistratura ed è affidato a una gestione commissariale, sembra quindi difficile pensare all’intero altoforno 2 totalmente fuori sicurezza. Ma se così fosse, il decreto governativo che lo riapre sarebbe solo una irresponsabile tragica sfida alla sorte. C’è da augurarsi che sia la magistratura ad aver esagerato per eccesso di prudenza.



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