BANCHE E POLITICA/ La nuova svendita dietro i “rally” delle ex popolari

- Paolo Annoni

L’inizio dell’anno ha visto i titoli di alcuni ex popolari brillare particolarmente a Piazza Affari. Per PAOLO ANNONI c’è poco da festeggiare per questi rally in Borsa

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Il sistema bancario italiano ha regalato molte emozioni negli ultimi mesi a partire dalla conclusione della vicenda Monte Paschi di Siena con l’ingresso dello Stato italiano dopo che per mesi il mercato è stato costretto a interrogarsi su un piano di salvataggio privato che col passare dei mesi diventava sempre più oscuro fino a diventare una sorta di leggenda; nemmeno commissioni record riuscivano a produrre una garanzia sull’aumento di capitale. I primi giorni dell’anno hanno visto alcune fiammate sulle azioni delle ex-popolari. Qualcuno ha persino gridato al miracolo attribuendo i rialzi di borsa a una scommessa sulle prospettive “industriali” dei titoli in oggetto. L’osservato speciale è stato il primo prodotto della riforma delle popolari di Renzi e cioè Banco Bpm.

Vorremmo a questo proposito puntualizzare l’ovvio, e cioè che parlare di “riforma delle popolari” è profondamente scorretto; è chiaro a tutti che l’abolizione per legge delle popolari quotate non è una riforma, ma appunto un’abolizione al termine della quale non ci sono “popolari” diverse da prima. Quelle popolari non ci sono più e basta, e infatti oggi sono delle public company quotate senza azionisti di riferimento esattamente come una Google qualsiasi. Il limite al possesso azionario del 2,5% scade a fine marzo e da quel momento il fragilissimo argine a qualsiasi ipotesi di acquisizione verrà sostituito dalla capacità di condizionamento del governo italiano. Come noto, una certezza su cui contare a occhi chiusi dopo le vicende Telecom Italia, Mediaset, Parmalat, Edison, ecc.

I rialzi in borsa sono sempre da prendere con le pinze; per esempio, dovrebbero essere ancora freschi nella memoria di chi segue i mercati con il mignolo della mano sinistra i rialzi che hanno accompagnato le settimane precedenti e immediatamente successive l’avvio della riforma nella prima metà del 2015. Rialzi che avvenivano tra rumour assordanti di insider trading. Non sappiamo per certo se chi comprava azioni sul mercato lo faceva per le prospettive industriali, per la speranza di una governance migliore oppure per la prospettiva irresistibile della contendibilità o, con un altro nome, della speculazione. Possiamo anche pensare male perché finita la fiammata iniziale e di fronte alla prospettiva di aspettare un anno e mezzo, fino alla effettività della “riforma” su titoli di un Paese con prospettive economiche traballanti e un governo che regalava bonus e ottanta euro a tutti sono scappati a gambe levate. I titoli di cui si festeggiavano le performance a inizio anno sono gli stessi che nell’anno e mezzo precedente hanno lasciato sul mercato i due terzi della loro capitalizzazione; diciamo che siamo un filo lontani dal “recupero”.

Ma torniamo all’oggi. Siamo proprio sicuri che le scommesse sul mercato non siano per caso scommesse sulla speculazione e basta e in particolare sul fatto che le ex popolari siano società contendibili e appetibili e comprabili ai minimi per pochi, svalutati, euro? Non lo sappiamo, ma la domanda è ineludibile. Il terzo gruppo bancario italiano e novello prodotto della fusione tra due ex popolari capitalizza come una media azienda industriale italiana, appena poco più di quattro miliardi, è diffuso nella zona più ricca d’Italia e in una delle più ricche d’Europa e controlla, direttamente e indirettamente, decine di miliardi di euro di risparmio italiano. Se su Monte Paschi si era palesata un’offerta cosa dovremmo aspettarci sulle ex popolari più o meno sane?

La “riforma delle popolari” che non è altro che la loro abolizione ha lasciato sul mercato società appetibili e contendibili e da un punto di vista sistemico ha causato la “vendibilità” e la perdita di qualsiasi presa del sistema Paese italiano su un terzo del suo sistema bancario; questo non solo in una fase in cui la spoliazione dei gioielli industriali e finanziari italiani continua a opera “dell’Europa”, alimentando un circolo vizioso ovvio ed evidente, ma in un contesto in cui ci sarebbe assoluto bisogno di un sistema bancario “amico” in grado di sintonizzarsi e finanziare le imprese italiane; perché un americano, un tedesco o un francese invece sono sensibilissimi alle esigenze del loro sistema Paese, ma molto meno a quello degli italiani mangiaspaghetti che emigrano.

Vorremo continuare dicendo che le banche cooperative continuano a esserci e a essere difese in tutto il mondo soprattutto dopo la bella figura fatta dalle “spa” dopo il fallimento di Lehman. Certo le riforme sono opportune e a volte necessarie, ma l’abolizione è un’altra cosa. Oggi ci chiediamo se il risultato attuale, e cioè l’aver consegnato al “mercato” nella sua accezione peggiore o agli amici europei, magari quelli che bombardano la Libia, sia l’incidente di percorso di una riforma sbagliata o il suo obiettivo iniziale e finale. Le performance azionarie non aiutano a dare una risposta; nell’anno 2017, tra guerre ed elezioni europee, è più facile pensare male e credere che molto più che le prospettive industriali di cui si beneficia in anni, oltre l’orizzonte temporale di qualsiasi investitore a tre mesi dalle elezioni francesi, siano i guadagni facili e veloci della speculazione a muovere i titoli. Soprattutto se così strategici e locali.

Speriamo di sbagliarci; ci accontenteremmo in alternativa di qualche correttivo che prevenga i risultati più infausti, per il sistema Paese e per noi che non ce ne siamo andati, della situazione attuale. Pare però che chi ha fatto la riforma nel 2015 sia molto contrario e faccia di tutto per non cambiare niente. Poi ci dicono che non dobbiamo pensare male…

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