ILVA/ Il Governo, l’immunità penale e l’incertezza per il sistema industriale

- Giuseppe Sabella

Nel Decreto crescita è stato previsto lo stop allo scudo penale per l’area dell’ex Ilva. Una decisione che non piace agli industriali

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ArcelorMittal, Ilva di Taranto (Lapresse)

La Camera ha votato a favore della fiducia posta dal Governo sul Decreto crescita. Uno dei passaggi più controversi, che ha fatto molto discutere in questi giorni, è l’eliminazione dello scudo penale per le società che operano nell’area ex-Ilva, limitando l’immunità (sull’attuazione del piano ambientale) al 6 settembre 2019 per proprietari e amministratori dello stabilimento tarantino.

Ne avevamo già parlato in tempi non sospetti: nel momento del passaggio di Ilva ad Arcelor Mittal, la mancata abrogazione dell’articolo 2 della legge 4 marzo 2015 n° 20 – “ai fini della valutazione delle condotte connesse all’attuazione dell’Aia e delle altre norme a tutela dell’ambiente, della salute e dell’incolumità pubblica le condotte poste in essere non possono dar luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario” – aveva fatto arrabbiare molti interlocutori sul territorio. Anche perché, al tempo della campagna elettorale per le politiche 2018, Luigi Di Maio si era preso l’impegno, poi non mantenuto, di far saltare il “salvacondotto”. È evidente, tuttavia, che nel momento dell’accordo con Mittal l’operazione difficilmente si sarebbe chiusa senza quella garanzia.

La scelta di cancellare l’immunità penale è stata comprensibilmente avversata da parte dell’azienda che in queste ore ha avuto molto sostegno da parte di Confindustria e, anche, di Federacciai. E in simultanea con il voto della Camera, si è tenuta a Taranto – proprio nell’acciaieria Ilva -l’Assemblea di Federmeccanica. L’ad di ArcelorMittal Matthieu Jehl, che è stato accolto da un lunghissimo applauso, ha rimarcato l’impegno e gli investimenti in atto per bonificare la più grande acciaieria d’Europa. Anche Alberto Dal Poz, Presidente di Federmeccanica, ha usato parole forti: “Il Governo sta andando contro gli impegni presi con ArcelorMittal”.

L’introduzione della responsabilità penale per eventuali reati ambientali sulla bonifica dell’Ilva di Taranto è un fatto che genera inquietudini tra gli industriali fondamentalmente per due ragioni: in primis, ancora una volta chi investe non si sente garantito dall’incertezza del perimetro regolatorio in cui opera; in secondo luogo, tutti conoscono la complessità dell’operazione Ilva: la questione vera non è punire Mittal nel momento in cui si verificasse qualche criticità, ma che istituzioni, sindacati e impresa lavorino insieme per dare attuazione al piano di recupero ambientale.

Non si possono portare a termine operazioni di tale complessità puntando il fucile – l’immagine ha appeal di questi tempi – contro chi per primo si rende partecipe di un rischio. Si tratta tuttavia di un’incognita che per Taranto e per l’Italia è una grande occasione. Consideriamo l’analisi di Svimez di questi giorni: da quando l’impianto è stato sequestrato fino ai giorni nostri (2012/2019), sono andati in fumo 23 miliardi di euro di Pil, l’1,35% cumulato della ricchezza nazionale. Da questo studio, effettuato per il Sole 24 Ore, è emerso che “l’impatto sul Pil nazionale è pari ogni anno, fra il 2013 e il 2018, a una perdita secca compresa fra i 3 e i 4 miliardi di euro, circa due decimi di punto di ricchezza nazionale. Nel 2019, questa riduzione verrà resa più onerosa dalla decisione di Arcelor Mittal di mantenere a 5,1 milioni di tonnellate la produzione di acciaio, anziché i 6 milioni promessi appena arrivati a Taranto: nel 2019, la ricchezza nazionale bruciata sarà di 3,62 miliardi. Negli anni perduti dell’Ilva, fra 2013 e 2019 è stato quindi cancellato Pil per 23 miliardi di euro, l’equivalente cumulato di 1,35 punti percentuali di ricchezza italiana”. Inoltre, “il modello econometrico della Svimez, questa volta, evidenzia un dato mai emerso prima: di questi 23 miliardi di Pil, quasi sette e mezzo (7,3 per la precisione) riguardano il Nord industriale, cioè il Veneto, l’Emilia Romagna, il Piemonte, la Liguria e la Lombardia”.

Non serve altro per dire quanto vi è in gioco. Come la cosa possa evolvere non è di facile previsione; anche perché, al di là di leggi e accordi, la magistratura non resta indifferente allorquando si verificano agitazioni sociali pesanti, che a Taranto sono sempre dietro l’angolo. Ecco perché togliendo l’immunità penale si espone l’azienda a rischi imprevedibili e perché l’ordine del giorno votato dalla maggioranza – dopo la fiducia al decreto – che invita “a tutelare la salute e mantenere gli impegni presi” con ArcelorMittal non offre nessuna garanzia.

Come dice Vincenzo Boccia, questo Governo deve chiarire se vuole portare alla paralisi l’industria italiana oppure pensa che la questione industriale sia un elemento centrale per il nostro Paese.

Twitter: @sabella_thinkin

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