ARTIGIANO IN FIERA/ Micelli (Ca’ Foscari): da Francia e Olanda i “modelli” per crescere all’estero

- int. Stefano Micelli

Non siamo ancora riusciti a individuare con sufficiente precisione un modello di management e di gestione che riesca a salvaguardare il patrimonio di competenze, dice STEFANO MICELLI

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Foto: www.artigianoinfiera.it

Un momento di incontro per conoscere e abbracciare le tradizioni e le culture del lavoro di 110 paesi, in un’atmosfera di festa e condivisione. Un luogo dove il visitatore può entrare in contatto diretto con il mondo degli artigiani per nove giorni. Torna, dall’1 al 9 Dicembre, AF-L’Artigiano in Fiera nei padiglioni della fiera di Rho-Pero: più di 2.900 artigiani da tutto il mondo per esporre i loro manufatti in un percorso colorato, pieno di sapori, suoni e odori tutti da scoprire. Tra le aree tematiche dell’edizione 2012 di AF-L’Artigiano in Fiera si segnalano: AF-Abitare la Casa, interamente dedicata all’arredamento artigianale su misura e di qualità, AF-Moda, con il meglio della sartoria artigianale, AF-Giovani e Design, per scoprire le produzioni dei talenti emergenti, AF-Passione Creativa, regno dell’hobbistica e delle arti manuali. Novità assoluta: AF-Festival del Cake Design, per incontrare gli artigiani della pasticceria e scoprire le tecniche per realizzare dolci artistici. Per ilSussidiario.net, abbiamo interpellato Stefano Micelli, professore di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e autore del libro dal titolo “Futuro Artigiano”, edito da Marsilio. 

Cosa rende davvero speciale un prodotto di artigianato? 

Quando parliamo di un prodotto frutto di un lavoro artigiano ci riferiamo a varie cose. La prima che ci viene in mente è un manufatto di ciò che oggi chiamiamo “artigianato artistico”: un artigiano che produce pezzi unici, in cui l’oggetto, oltre a essere frutto di una lavorazione storica di eccellenza, ha anche una sua specificità artistica, un gusto particolare, che lo distingue nettamente dalle altre proposte che offre il mercato. Finora, il lavoro artigiano aveva consentito livelli di qualità piuttosto elevati e di pregevolezza nella finitura: questo aveva reso la creazione diversa e più interessante rispetto a quella industriale, con un gusto dozzinale e finiture mediocri. Sebbene oggi lo scenario sia diverso e il prodotto abbia soglie qualitative particolarmente elevate, il manufatto artigianale mantiene ancora un margine di personalizzazione impossibile per quelli fatti in serie e comprende una specificità del processo che in molti casi include l’utilizzatore finale. Si tratta di aspetti che rendono unico il prodotto finale, non tanto per le sue caratteristiche fisiche, ma per la procedura che lo ha generato e la competenza che racchiude. Tutto ciò viene riconosciuto dagli acquirenti e apprezzato come valore. 

Il lavoro artigiano è solo quello che lei definiva “artigianato artistico”?

No, sarebbe riduttivo. C’è un lavoro artigiano anche nei prodotti che noi consideriamo industriali e che, nel senso stretto del termine, non lo sono. Molti dei prodotti italiani come i mobili, i pezzi di design, le biciclette, le borse o le scarpe racchiudono una quota di lavoro artigiano che li rendono inimitabili. E’ uno dei tratti più interessanti del nostro Made in Italy.

Quali sono i punti di forza e quelli di debolezza delle piccole imprese artigiane italiane?

Oggi la piccola impresa artigiana ha dalla sua parte uno straordinario know-how che molti nel mondo ci invidiano. Quello che manca è un modello di crescita e di internazionalizzazione. Non lo dico perchè le piccole aziende devono crescere a tutti i costi, ma perché è legittimo e auspicabile che alcune di queste lo possano fare su scala internazionale. Purtroppo, non siamo ancora riusciti a individuare con sufficiente precisione e chiarezza un modello di management e di gestione che riesca a salvaguardare il patrimonio di competenze e conoscenze che rendono speciali queste aziende. 

 

C’è un modello a cui è possibile ispirarsi? 

 

Ce ne sono vari, sia in Europa, che in Italia. C’è la lezione del lusso che viene dalla Francia e, per alcuni aspetti, si poggia sull’Italia. Altri casi si possono riscontrare in Paesi come l’Olanda o la Danimarca, dove designer e artigiano vanno a braccetto anche con percorsi virtuosi molto interessanti. Nel nostro Paese abbiamo Bottega Veneta che, pur rimanendo fedele ai propri valori, negli ultimi anni ha visto crescere in maniera esponenziale il proprio fatturato. Un altro caso emblematico riguarda i pianoforti Fazioli dove la ricerca tecnologica vanno di pari passo con grandissime competenze artigiane e con numeri che sono diventati importanti a livello mondiale. 

 

Come le istituzioni possono aiutare a rilanciare le pmi nel nostro Paese?

 

Occorrerebbe lavorare sull’apertura all’estero, ma anche su un sostegno economico per le imprese meno estese proprio per incoraggiarle ad aprirsi a scenari esteri e, magari, a mercati emergenti ancora “vergini” sui prodotti italiani Un altro tema, complementare al primo, è l’informatizzazione, poichè per aprirsi a mercati esteri occorre avere strumenti adeguati. Il pubblico potrebbe fornire aiuto non sostituendosi all’imprenditorialità, ma abbassando i costi di coordinamento e di comunicazione a banda larga. 

 

Qual è il segreto del successo di una manifestazione come “AF- L’Artigiano in Fiera”? 

 

Credo che il vero successo sia stabilire relazioni vere con i venditori e partecipare a una dinamica sociale del tutto unica. Non è un mercato dove semplicemente si esibiscono delle merci, ma è soprattutto un posto di relazione dove si accede a una comunità che accetta di confrontarsi e di dialogare. Mi pare che questo sia davvero un ingrediente originale e di specificità unico nello scenario nazionale ed internazionale.

 

(Federica Ghizzardi)

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