IDEE/ La “bussola” per non far chiudere le imprese

- Mauro Artibani

A causa delle sofferenze bancarie, entro il 2013 un’impresa su tre rischia il fallimento. MAURO ARTIBANI ci spiega a quale bivio si trovano di fronte consumatori e produttori sul mercato

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Entro il 2013 rischia il fallimento un’impresa su tre. Non è iella, lo dice Unimpresa che ha analizzato i dati sulle sofferenze bancarie. L’Ansa riferisce: l’analisi focalizza la “probabilità di ingresso in sofferenza entro l’arco di un anno’’. Viene stimata attraverso una metodologia statistica che utilizza indicatori desunti dal bilancio dell’impresa e dalle segnalazioni delle banche alla Centrale dei rischi.

Santi numi, un processo di de-industrializzazione inaudito: un terzo in meno di prodotti alimentari, lo stesso per abbigliamento, mobilità, comunicazione, informazione e chissà quant’altro ancora. Già, quant’altro ancora: meno produzione, meno occupazione, meno lavoro, meno acquisti e la crisi si avviterà ancor di più. Maledetti Produttori? Macché, questi producono se vendono il già prodotto, altrimenti chiudono! Allora, maledetti Consumatori? Macché, questi possono acquistare se non dispongono di salari e stipendi insufficienti? Un bel casino, anzi due!

Sì, perché se questi sono i fatti poi ci sono le interpretazioni: al mercato verrà a ridursi l’offerta di pane, pasta, acqua, vino, verdura, abbigliamento, divertimenti e, per l’amor di Dio mi fermo qui. Se mancano i denari per acquistare questo e altro le Imprese smetteranno di produrli e toccherà stare su questa terra ignudi e affamati? Niente affatto: non più prodotte quelle merci occorrerà tornare a produrle; occorrerà riacquisire quella perizia, già data in comodato d’uso ai Produttori, poi: terra, terra! Già, un pezzo di terra, zappata e coltivata darà uva, grano, cereali; vi pascola una mucca, qualche gallina becca, tre pecore e un porco fanno quel che sanno. Mescitando ben bene il tutto avremo latte, vino, pane, frittate, carne, salumi, prosciutti; cuoio per fare scarpe, lana che filata diverrà stoffa poi abito.

Giacché ci abito e ci lavoro avrò meno bisogno di spostarmi tanto con la rete posso andare oltre pur restando lì. Tutto questo lavoro Occupa, dall’alba al tramonto; Retribuisce pure: mangio, bevo, mi calzo, mi vesto. Sazio, scambio quel che più ho con quel che mi serve. Eh già, meno dipendente dal denaro. Vita grama? Oddio, per alcuni buona a malapena per sopravvivere; per altri, l’Eden cercato, ritrovato. I primi non ci stanno, non si accontentano del meno, vogliono di più. Vogliono un mercato finalmente liberato dai trucchi reflattivi. Lo reclamano, anzi vanno dritti al sodo: se non vendete l’offerta, con quel che vi resta, potrete acquistare la domanda, l’unica merce scarsa al mercato. Farà guadagnare noi per poter tornare a spendere e voi a vendere!

Due opzioni, insomma, distinte e distanti da mettere sul tavolo e contrattare: dar retta ai quei di portatori di suggestioni neoromantiche o seguire i suggerimenti di quegli sfrontati pragmatisti? Gli Esercenti a quel tavolo dovranno ben scegliere per tornare a esercitare l’Impresa.

A proposito, a quegli sfrontati ho sentito dire d’essere pure “internazionalisti”. Professionalmente impeccabili dicono: non c’è trippa per gatti, al di là del bel suolo natio, si spende da chi fa meglio a meno, ovunque esso sia. Alfin chiosano: La nostra domanda comanda! A buon intenditor, poche parole.

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