IL CASO/ Siamo in crisi? Tutta colpa di Luca, Giulio e Marco

- Mauro Artibani

La crisi non nasce dal nulla e ad alimentarla contribuiscono certamente alcune scelte e comportamenti, anche delle imprese, come spiega a suo modo MAURO ARTIBANI

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C’era una volta Anchise, con la sua impresa vendeva vino ma non faceva granché. Quando arrivò a governare la baracca, Luca, suo figlio, fece quel che andava fatto per rimettere insieme i cocci. Con l’automazione aumentò la resa di alcuni processi; con poca gente e tutta astemia fece il resto: carica l’uva, spreme l’uva, la fa fermentare, scarta la vernaccia; mette bottiglie, leva bottiglie, le rabbocca ben bene, con il tappo le attappa… e vai: nessuno a tracannar, manco a far cicchetti; niente ciucchi a rallentare i processi. Fa di più, riduce il costo del lavoro. Giust’appunto di un mercato del lavoro sovraffollato approfitta: riduce i lavoranti, le ore di lavoro e pure quanto mette loro in tasca. Che gli importa, i suoi clienti bevono, mica sono astemi. Fa bene il suo lavoro, aumenta la produzione, ancor più la produttività; lima pure i prezzi, si rifà competitivo.

C’era pure Giuseppe. C’era, se n’è andato. Ora tocca a Giulio, amico di Luca, che deve rimettere in sesto l’antica bottega del trapassato genitore. In onor suo lo fa. Fa strumenti musicali, ficca dentro l’automazione fin dove è possibile. Il resto s’ha da fare con la gente che gli serve. Tutti opportunamente sordi non cercano i suoni, non battono, non pizzicano, non sparano fiato, anzi alacri piegano tubi, stendono pelli, incollano legni. La paga? Quel che passa il convento! Tanto loro non comprano musica. Sì, insomma, fa come Luca: stessi eroici genitori, stessa scuola di management.

Non c’è 2 senza 3, 4, 5, 6: Franco, Claudio, Antonio, Marco; tutti junior, pure loro figli di cotanto padre, a fare merci. Con un mare di latte fanno fare dolci a diabetici che stanno a dieta; stampare giornali a illetterati; pure far fare farmaci a gente che scoppia di salute e che manco si assenta per malattia: bella no? Marco fa ancor di più, non ha bisogno di alcuno, prende il già fatto e lo smercia in rete. Beh, che dire, quando si smuove quella sempiterna dottrina economica che avvolta dal tricolore loda e accredita il fatto, cos’altro vuoi dire?

Manager insomma, e che manager, stirano al massimo le risorse produttive che hanno a disposizione. Con una reputazione tanta, incasseranno lauti profitti. Incasseranno? Già, quelli in salute, dopo aver acquistato quel che gli tocca, avranno ancora spiccioli per farsi una bevuta? E al diabetico resterà quanto gli serve per acquistare salute? Gli astemi, è noto, non bevono, mangiano però robe di zucchero. Quando possono! Gli illetterati poi mettono una pezza al leggere suonando. Se non possono fischiettano!

Lo vedo male Marco vendere a quegli irretiti dalla rete che mancano del becco d’un quattrino per abboccare all’amo. Non vedo meglio Claudio che con i giornali non venduti il giorno dopo incarta il pesce. Franco, forte? Un cacchio, quel latte in magazzino dopo tre giorni caglia: non ci fai più manco lo yogurt!

Non per tirargliela, ma, a proposito di latte, così finisce tutto in vacca: Claudio denuncia in Procura Antonio per procurato danno. Antonio ribatte citando per danni Marco che non se la tiene e fa un esposto a Franco che incacchiato querela proprio Luca e Giuseppe già denunziatisi a vicenda. Questo dà la stura a un vortice di corsi e ricorsi che dura ancora oggi.

Se questo fanno i generali, la truppa fa pure peggio: botte dagli orbi ai diabetici che, timorati del sangue, arretrano; arretrando sgambettano proprio quelli abili: diversamente vendetta? Sì, vendetta, vendetta, tremenda vendetta: infuriati gli astemi bevono, si esaltano e si battono con chiunque gli si pari dinanzi. Tutti contro tutti, insomma: quelli che hanno merci in magazzino ce l’hanno con quelli che non l’acquistano; quelli che rischiano il posto con quelli che li hanno pagati poco e quelli che hanno bisogno di acquistare, ma poco da spendere, con chi ha guadagnato poco. Un trambusto tira l’altro e un altro ancora, fin quando interviene quel molosso della quiete pubblica che prende al volo l’obbligo dell’azione penale e confeziona un bell’illecito economico: “Sconquasso da produttività aziendale”. 

Alla sbarra quella sbandierata signora che aveva fornito ai Nostri il sostegno dell’ideologia economica. La dottrina che ha consentito di mettere in piedi proprio quelle imprese abborracciate. Il capo d’imputazione, grosso così, recita: “Quella produttività d’impresa che pensa il lavoro come un costo da abbattere con gli stipendi da tagliare, mentre esclude la risorsa della spesa dal controllo dei processi. Proprio quella spesa, che quando non acquista, non fa quel che gli tocca e quando non può non smaltisce per far riprodurre, non crea occupazione e manco reddito”.

Manca pur essa; non c’è, è stata vista altrove. Irreperibile, la signora viene dichiarate contumace. Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia. Mia, del Professional Consumer!

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