FINANZA/ I numeri che ci condannano a “lacrime e sangue”

- Giuseppe Pennisi

In un mondo globalizzato in cui un miliardo di persone sono uscite dall’indigenza assoluta, come può un Continente stanco come l’Europa, si chiede GIUSEPPE PENNISI, continuare a crescere?

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Con il cannocchiale si vede meglio che a occhio nudo. Non solo le case lontane altrui, ma anche la propria in cui si vive ogni giorno. Questa riflessione mi è venuta a Nizza sulla Baie des Anges, nella spiaggia del mitico Negresco. La Francia ha problemi, per molti aspetti, simili a quelli dell’Italia: un elevato tasso di disoccupazione, un forte debito pubblico, una produttività stagnante o quasi, un’economia dualistica a cui a un settore industriale pari solo al 15% del Pil ma fortemente avanzato fa riscontro un’economia agricola sorretta dai contribuenti europei tramite la Politica agricola comune e i suoi sussidi. Il Governo francese, al pari di quello italiano, si barcamena tra austerità (è stata appena annunciata una nuova riforma delle pensioni) e crescita tra le maglie delle regole che ci si è dati quando si è costruita l’Unione monetaria europea.

Sulla spiaggia, sotto l’ombrellone, mi sono trovato a leggere l’ultimo numero di Esprit, mensile vagamente ispirato alla sinistra cattolica solidarista fondato nel 1937 quando al Governo c’era il Fronte Popolare, a cui parte del mondo cattolico reagì con l’Action Française di Charles Maurras e i suoi “Camelots du Roi” ufficialmente monarchici ma sostanzialmente filo-fascisti ove non filo-nazisti. Non pensavo che Esprit vivesse ancora: non lo si trova in edicola, ma in libreria o in abbonamento o sul web. Mi ha colpito il secco editoriale (due paginette): rivolto ai problemi della Francia, ma egualmente adatto a quelli dell’Italia.

In sintesi, si rimproverava a Hollande e alla sua squadra di vantare piccole vittorie (in sede europea), di fare una politica dei piccoli passi e, soprattutto, di non dire ai francesi, come fece Winston Churchill, ci vogliono “lacrime e sangue”. Non “lacrime e sangue” di austerità, ma “lacrime e sangue per la crescita”. L’Europa sta diventando (con l’eccezione di qualche Paese) una piccola area provinciale che ristagna mentre il resto del mondo galoppa: negli ultimi dieci anni, nel resto del mondo oltre un miliardo di persone è uscito dall’indigenza assoluta (un reddito di meno di 2 dollari al giorno) e ha potuto cominciare a nutrirsi con proteine almeno una volta la settimana. L’aspettativa di vita alla nascita è cresciuta anche in paesi, come l’Etiopia, lontani per millenni dalla moderna scienza e tecnologia. Si sono sconfitte pandemie, come l’Aids che distruggeva le risorse umane dell’Africa.

Può una regione (gran parte del continente vecchio) che sembra condannata al declino riprendere a crescere? Esprit non fornisce una risposta, ma rievoca le “lacrime e sangue” di Churchill.
Cerchiamo di approfondire un paio di aspetti. Da alcuni anni, si è sopito (in Europa) un dibattito sulle ore effettivamente lavorate in Europa e nel resto del mondo che era stato innescato da un saggio dell’economista Edward Prescott pubblicato (ma si tratta di mera coincidenza) lo stesso anno (il 2004) in cui gli è stato conferito il Premio Nobel. Sulla base di un’elaborata analisi statistica, Prescott documentava che, mediamente, un americano lavorava il 50% di più degli europei dell’Ue a 15 (in termini di ore effettivamente lavorate in 12 mesi).

Se – come hanno sempre ritenuto gli economisti “classici” – c’è un nesso tra lavoro e crescita, è questa una ragione per cui  a partire dagli anni Ottanta, l’Europa arranca e l’America galoppa. Non è sempre stato cosi: Alberto Alesina e Bruce Sacerdote hanno ricordato che all’inizio degli anni Settanta, le ore effettivamente lavorate degli occupati americani ed europei si equivalevano, ma da allora è iniziato uno strisciante divario che ha portato alla situazione documentata da Prescott.

Prima che scoppiasse la crisi finanziaria e rallentasse l’economia, un contributo importante è venuto dall’Organizzazione internazione del lavoro (Ilo) i cui rapporti periodici sugli indicatori chiave del mercato del lavoro affermano che gli stakanovisti non sono gli americani (con le loro 1824 ore l’anno effettivamente lavorate, mediamente, da ciascun occupato), ma i coreani del sud (con 2380 ore – ossia 48 ore la settimana, tenendo conto di due settimane di vacanza). In Europa, poi, gli sfaticati (per così dire) non sono gli spagnoli con le loro mediamente 1799 ore, che lavorano più delle 1669 dei britannici, per non parlare delle 1450 ore circa dei francesi e degli italiani.

Gli Stati Uniti galoppano non solo perché gli americani lavorano più ore degli europei, ma anche perché la loro produttività oraria (output per ora lavorata) è maggiore di quella rilevata nel continente vecchio. La produttività oraria dei francesi è quasi pari a quella degli americani (quella degli italiani è il 70% di quella Usa). La determinante principale sono i congedi annuali per ferie, per malattia o studio e le festività ufficiali. Lavorare di più, e lavorare in modo meglio organizzato, comporta fatica, quindi “lacrime e sangue”.

Un dibattito analogo dovrebbe emergere dai raffronti dell’imprenditorialità in Europa con la situazione in Asia e negli Usa a ragione della cronica carenza europea di incoraggiare gli imprenditori ambiziosi. Secondo “Global Entrepreneurship Monitor”, che raccoglie dati analoghi comparabili fra diversi paesi, nel 2010 i nuovi imprenditori hanno rappresentato solamente il 2,3% della popolazione adulta in Italia, il 4,2% in Germania, il 5,8% in Francia: molto al di sotto degli Usa (7,6%), per non parlare della situazione della Cina (14%) o del Brasile (17%). Inoltre, uno studio di Ernst & Young mostra il pessimismo degli imprenditori europei (in particolare imprenditori tedeschi, italiani e francesi) che non ritengono il loro Paese di origine come un posto adatto a intraprendere una nuova attività imprenditoriale, rispetto a posti come Usa, Canada, o Brasile. Anche l’imprenditorialità richiede coraggio e le “lacrime e sangue” che esso comporta.

Questi due temi appartengono a “dibattiti proibiti”. Vogliamo lanciarli questa estate, invece tra trastullarci con i dilemmi tra austerità e crescita?

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