FINANZA/ Campiglio: da Usa e Germania i “siluri” contro la ripresa in Italia

- int. Luigi Campiglio

Per LUIGI CAMPIGLIO, le crisi in Ucraina e medio Oriente riducono le esportazioni italiane aumentando i rischi che la crescita della nostra economia quest’anno sia ridimensionata

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Dall’inizio della crisi le esportazioni sono stata l’ancora di salvezza che ha consentito all’economia italiana di non finire alla deriva. Dagli ultimi dati Istat emerge però che nel maggio 2014 il fatturato estero dell’industria italiana ha subito una flessione dell’1,9% rispetto ad aprile. Un dato negativo che si aggiunge al -0,6% del fatturato interno, mentre il fatturato totale ha segnato il -1%. Gli ordinativi nel mese di maggio scendono del 2,1% rispetto ad aprile, dopo che nei due mesi precedenti erano aumentati. Ne abbiamo parlato con Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Professore, come valuta questo -1,9% del fatturato estero dell’industria italiana?

Le esportazioni, sia pure in modo graduale, sono aumentate nel corso di questi anni di crisi. Questo rallentamento sconta un’incertezza più generale dovuta anche al clima che riguarda i cosiddetti “Paesi Brics” o emergenti, ma soprattutto alla situazione di instabilità politica nei rapporti tra Russia, Europa e Stati Uniti e alla crisi palestinese-israeliana.

Queste crisi politiche determinano un effetto negativo sull’economia che è passeggero o destinato a perdurare?

Per come si è evoluta la situazione, gli sbocchi diplomatici positivi non sono dietro l’angolo. L’auspicio è che la situazione migliori, ma non credo che a questo punto i tentativi di mediazione avranno un impatto immediato. È un fatto che mette l’economia italiana un po’ in difficoltà, in quanto la domanda nazionale continua a ristagnare, con il dato sul fatturato interno che registra una flessione dello 0,6%. In questo quadro generale un’ulteriore caduta del fatturato estero con il -1,9% proprio non ci voleva. Aumentano infatti i rischi che la crescita quest’anno sia ridimensionata.

Fino a che punto il calo dellexport è condizionato dal cambio dell’euro?

Quello dei cambi è uno dei mercati più difficili da prevedere e fior fior di finanzieri a partire da Soros hanno fatto grandi profitti su questo. Non è facile, e l’unico dato robusto che rimane è il fatto che l’avanzo tedesco delle partite correnti continua a essere sostanzioso. Quanto si sta verificando potrebbe avere conseguenze più profonde, perché se l’economia tedesca rallenta ciò determina anche effetti sul fatturato e gli ordinativi dell’industria del Nord Italia.

Un intervento della Bce per far scendere l’euro nel mercato valutario può aiutare l’export?

Non rientra strettamente nella sfera di competenza della Bce un intervento sul tasso di cambio dell’euro. Paradossalmente quello che potrebbe avvicinarsi di più a una politica come quella che lei suggerisce è una ripresa della dinamica inflazionistica, che oggi tende pericolosamente verso lo zero e in molti paesi già lo ha oltrepassato. Per scongiurare i rischi di deflazione occorrerebbe però che l’economia europea crescesse, in tutti i paesi e non soltanto in Germania. Inoltre, non va dimenticato che, anche se la Merkel non lo dichiara esplicitamente, un euro forte non dispiace all’economia tedesca. La Germania continua comunque a esportare e l’euro forte le consente di pagare meno l’importazione dei prodotti soprattutto energetici. L’euro forte in buona sostanza va bene alla Germania, ma non a tutto il resto dell’Europa.

 

In che modo la crisi ucraina sta influenzando le esportazioni italiane?

È il clima generale determinato dalla crisi ucraina a influenzare le esportazioni. Le guerre non sono una notizia positiva per l’economia, se non per i mercanti di armi. È quindi quasi un destino che l’economia rallenti.

 

Da che cosa è determinata l’incertezza dei Brics in questa fase?

È determinata dalla politica monetaria americana, che ha già la prospettiva di un aumento dei tassi d’interesse, o comunque di una riduzione delle manovre non convenzionali di politica monetaria. Già da un anno ciò è stato all’origine di una situazione più difficile per i Paesi emergenti, che ha determinato una maggiore instabilità e volatilità. Se si vuole cercare di interpretare quanto sta avvenendo adesso nei Paesi emergenti il primo elemento cui fare riferimento è la politica monetaria americana.

 

(Pietro Vernizzi)

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