CASO BLUTEC/ Le domande tornano a galla: stavolta è davvero tutto finito?

Un’inchiesta ha portato presidente e a.d. agli arresti domiciliari, con il sequestro dello stabilimento di Termini Imerese e malversazioni di beni per 16 milioni di euro

13.03.2019 - Manlio Viola
Fca Operaio Melfi Lapresse1280
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“Solo 5 milioni di euro, dei 21 erogati a Blutec, sono stati destinati allo scopo del programma di sviluppo finalizzato alla riconversione e riqualificazione del polo industriale di Termini Imerese. Gli altri 16 milioni di euro sono scomparsi”. Parole del sostituto procuratore di Termini Imerese, Guido Schininà, che insieme al procuratore Ambrogio Cartosio ha condotto l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari nei confronti di Cosimo Di Cursi e Roberto Ginatta, presidente e amministratore delegato di Blutec. A entrambi è stato contestato il reato di malversazione di fondi pubblici e nei loro confronti è stata disposta la misura del divieto per la durata di 12 mesi di esercitare “imprese e uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese”. L’operazione della Guardia di finanza ha portato al sequestro dell’intero complesso aziendale Blutec spa, oltre allo stabilimento di Termini Imerese, e di beni per un equivalente di oltre 16 milioni di euro.

La Blutec ha stabilimenti in diverse parti d’Italia e il provvedimento della Procura di Termini Imerese riguarda l’intero gruppo e le quote societarie. La società, costituita nel 2014, ha sede a Pescara e un altro stabilimento si trova nel torinese. “Da domani sarà un amministratore giudiziario a occuparsi della società”, ha sottolineato il comandante del nucleo di Polizia economico-finanziaria delle Fiamme gialle di Palermo, colonnello Cosmo Virgilio.

In queste poche battute ci sono le risposte a quasi tutte le domande che, all’alba di ieri, erano piovute sugli operai della ex Fiat. Insomma, non verrà meno la cassa integrazione straordinaria, visto che resterà in piedi l’attività sotto un amministratore giudiziario; non verrà meno il lavoro di chi sta lavorando. E poi si spiegano le tante stranezze che lavoratori, sindacati, regione, denunciavano da tempo su tutto il progetto.

Ci sono, dunque, quasi tutte le spiegazioni perché alcune domande restano senza risposta. 1) Senza fondi l’amministratore giudiziario come potrà portare avanti il piano per Termini? 2) Se le accuse saranno provate, per recuperare questi 16 milioni Invitalia come potrà procedere? 3) Possibile che nessuno si sia accorto di nulla?

Le prime due domande resteranno a lungo senza risposta, anche se una risposta ce l’hanno. L’amministratore giudiziario rischia di non avere altra scelta che chiudere Termini, perché, se dovesse essere anti-economico (e probabilmente senza contributi pubblici lo è), lo stabilimento non può essere mantenuto, pena pesanti ripercussioni per chi amministra. E il recupero dei soldi per Invitalia appare una strada in forte salita e comunque non certo dai tempi rapidi.

A fronte del rischio concreto che si completi un disastro annunciato per il territorio di Termini Imerese (con tensioni sociali tenute a bada a fatica e senza grandissimi successi a fronte di consistenti esborsi di denaro pubblico) non ci resta che interrogarci sul terzo quesito: nessuno sapeva nulla?

Sul fronte penale probabilmente no, nessuno oltre gli indagati (di oggi e forse di domani) sapeva nulla. Ma che qualcosa non quadrasse era chiaro a tutti (che fosse questo il problema o che si trattasse di un tema più squisitamente industriale piuttosto che criminale non era dato capirlo). Ma in fondo Termini è abituata a queste operazioni in chiaroscuro, a queste vicende “grigie” nelle quali non si comprende mai cosa è bene e cosa male; cosa è fatto per il territorio e cosa per motivi diversi.

Sì, perché sullo stabilimento Fiat si srotola una storia di fondi pubblici spesi nei modi più disparati e un’intera stagione di Stato e Regione imprenditori con scarsi successi, di contributi rilasciati a privati anche negli anni d’oro dell’industria automobilistica quando lo stabilimento lavorava a ciclo continuo e occupava 3.200 persone. Una storia che inizia nel 1967 con il nome di “Sicilfiat”, lo stabilimento apparteneva a una società a partecipazione pubblica, di cui la Fiat deteneva il pacchetto di maggioranza con il 60% delle azioni e la Regione Siciliana il restante 40%, tramite la Sofis prima e poi tramite l’Espi (Ente siciliano per la promozione industriale).

Lo stabilimento fu completato nel 1970 grazie a un consistente contributo della Regione erogato al gruppo Fiat per ottenerne la localizzazione nel territorio, con un’occupazione iniziale di 350 addetti. Parte da lì una storia di contribuzione pubblica durata oltre un trentennio. Nel 1977 la Fiat acquisì la totalità delle azioni, per cui lo stabilimento divenne uno dei tanti del gruppo con una forza lavoro che era in quel momento di circa 1.500 addetti.

La fabbrica di Termini Imerese era diventata un modello produttivo; con 1.500 dipendenti nel 1979 quando inizia la produzione della Panda. Era uno stabilimento a ciclo continuo ovvero non fermava mai le macchine di produzione e divideva gli operai in tre turni da 8 ore per produrre anche la notte.

La produzione crebbe a dismisura grazie ai contributi dell’Agenzia per lo Sviluppo del Sud, che garantiva incentivi per compensare il gap dovuto al trasporto dalla Sicilia verso il resto d’Europa, tanto che nella seconda metà degli anni Ottanta a Termini la forza lavoro era più che raddoppiata, arrivando a 3.200 operai con almeno 1.200 nell’indotto.

Nel 1993 iniziò la crisi del settore auto, in concomitanza con l’inizio della produzione della Tipo, e si verificò la prima ristrutturazione aziendale; ebbe così inizio la cassa integrazione a rotazione. Il numero di occupati continuò a scendere fino ai 1.900 dell’ultimo periodo di vita, in seguito alle ripetute riorganizzazioni della forza-lavoro.

In conseguenza del calo delle vendite del gruppo Fiat lo stabilimento di Termini Imerese venne inserito tra quelli economicamente poco competitivi secondo i piani aziendali, in quanto buona parte della componentistica per l’assemblaggio delle vetture era prodotta nel Nord Italia e ciò faceva aumentare i costi a causa del trasporto. Tra il 1991 e il 2001 il numero di addetti occupati si ridusse di 1.134 unità. Ma a determinare questa classificazione fu la fine dei contributi al trasporto, visto che lo Stato non investiva più nel Sud, l’Agenzia era ormai chiusa da tempo e lo sviluppo era affidato, in modo crescente, più ai fondi comunitari che non a quelli statali. Fondi con regole diverse, che non potevano e non possono essere erogati a un privato perché rappresenterebbero concorrenza sleale.

Nel 2002 inizia la fase più grave della crisi con il licenziamento di 223 dipendenti e si comincia a parlare di chiusura. Nonostante scioperi e battaglie, la forza lavoro scese a 1.536 unità con il calo anche dell’indotto a circa 800.

Nel giugno 2009, dopo lunghe trattative e promesse di intervento regionale e nazionale, la Fiat confermava la produzione della Lancia Ypsilon fino al 2011, ma dietro revisione dell’accordo di programma. In poche parole, altri soldi pubblici a compensare la sostenuta anti-economicità dello stabilimento. Quelli investiti in quegli anni furono quasi 100 milioni. Ma nel gennaio 2010 arriva ugualmente la notizia della chiusura della fabbrica siciliana, che avverrà formalmente il 26 novembre 2011 con l’ufficializzazione dell’accordo sulla parte economica riguardante gli incentivi alla mobilità (altri soldi pubblici) per gli ultimi lavoratori dello stabilimento, e dismesso definitivamente dalla Fiat il 31 dicembre 2011.

Da allora è stato uno stillicidio di idee poco credibili o addirittura fantasiose, che sono andate dalla possibilità di insediare la Dr Motors (mai approdata davvero) fino alla realizzazione di studi televisivi e cinematografici nello stabilimento le cui “mura” restano di proprietà pubblica.

Tutte vicende che apparivano chiaramente “peregrine”, ma utili a spendere altro denaro pubblico fra contributi rilasciati da Invitalia ai progetti di riconversione e cassa integrazione straordinaria o mobilità rinnovata per gli operai “diretti” ex Fiat ben oltre i limiti di legge. La scusa ufficiale era sempre la possibilità di rilancio o di riapertura, possibilità alla quale, in realtà, non ha mai creduto nessuno o quasi.

Ma veniamo ai giorni nostri. Dal primo gennaio 2015 lo stabilimento passa alla Blutec (dietro la quale si dice sempre ci sia Fiat), società del gruppo Metec (Stola) per la produzione di componenti per auto, con il sostegno di finanziamenti erogati da Invitalia. Il piano prevede riconversione e aggiornamento della linea produttiva e progressivo reimpiego degli operai a iniziare dai primi novanta riassunti a ottobre del 2015 per fare la formazione sulla nuova linea e poi trasmettere le conoscenze man mano agli altri che andavano rientrando e che nel frattempo potevano contare sulla cassa integrazione straordinaria.

Lo stabilimento avrebbe dovuto tornare a produrre auto, ma di nuovo tipo: ibride ed elettriche. Il programma, tuttavia, non è di fatto decollato e sono sorti problemi relativi al finanziamento Invitalia. Nonostante i propositi e i programmi nessuna attività concreta ha avuto inizio.

Nei giorni scorsi a Termini Imerese è arrivato anche il ministro Di Maio dopo l’ennesima protesta degli operai rimasti senza cassa integrazione con l’arrivo del 2019. Anche in quella occasione il progetto Blutec è stato al centro di critiche e diffidenze, ma la delibera di una nuova cassa integrazione straordinaria è stata promessa ugualmente.

Adesso arriva la Guardia di Finanza che sequestra tutto su mandato della Procura e parla di malversazione di fondi pubblici. E tutte le domande tornano a galla, nonostante le rassicurazioni: stavolta è davvero finito tutto?

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