INDUSTRIA E POLITICA/ Perché l’Italia fatica ad avere campioni nazionali ed europei?

- Giuseppe Pennisi

L'Ue cerca ancora una risposta all'Ira statunitense. Non è facile trovarla dato che non è nemmeno facile arrivare a creare campioni europei

operai_turbina_industria_lapresse (LaPresse)

Questa settimana è densa di momenti importanti per la politica economica europea (e, quindi, nazionale). A metà settimana, quasi contemporaneamente si riunisce il Consiglio della Banca centrale europea per definire le linee di politica monetaria (e decidere se, e di quanto, aumentare i tassi) e la Commissione ha annunciato la presentazione di proposte in materia di aiuti di Stato anche e soprattutto per rispondere al massiccio intervento pubblico varato negli Stati Uniti. Soffermiamoci su questo secondo punto.

Secondo le indiscrezioni che vengono da Bruxelles, queste proposte potrebbero includere un fondo sovrano europeo non molto dissimile alla facility del Next Generation Eu e ai Piani nazionali di ripresa e resilienza. Non è difficile prevedere che ci sarà un’aspra battaglia tra gli Stati “frugali”, con ampia capacità di bilancio, e quelli, invece, con un forte debito delle rispettive pubbliche amministrazioni rispetto al Pil.

Per semplificare, è utile ricordare che in economia ci sono, da sempre, due scuole di pensiero: la prima, alla Hayek, sostiene che la mano pubblica debba astenersi dall’intervenire in settori direttamente produttivi (come quelli dell’industria), il cui sviluppo dovrebbe venire orientato dal mercato; la seconda, alla Colbert (che non era un economista e non scriveva trattati, ma da ministro delle Finanze di Luigi XIV emetteva decreti con cui già alla metà del Seicento orientava le attività produttive in Francia), ritiene, invece, che la mano pubblica debba non solo guidare ma anche intervenire direttamente.

In Italia, un bel saggio di Pierluigi Ciocca (Tornare alla crescita, Donzelli 2018) ricorda che i periodi di maggior sviluppo economico e industriale sono stati nell’età giolittiana e nei trent’anni del “miracolo economico”, fasi in cui si garantivano le regole e un’efficace diritto pubblico dell’economia, le infrastrutture fisiche e istituzionali, e misure mirate solo per le aree depresse. Il sistema cresceva quasi spontaneamente e la politica industriale era in effetti orientata dal mercato.

Nell’Unione europea, di cui siamo soci fondatori, e in un mondo caratterizzato da un forte grado d’integrazione economica internazionale – ci si deve chiedere – che spazio c’è per politiche industriali “nazionali” ed “europee”? In effetti, per utilizzare un termine giuridico, la “dottrina prevalente” nell’Ue è che lo sviluppo industriale deve essere garantito dalla libera concorrenza, dalla mancanza e di aiuti di Stato e di posizioni dominanti tra i player. Da decenni, la Francia – Patria di Colbert – propone una “politica industriale europea” che, nel rispetto delle regole sulla concorrenza, incoraggi campioni europei tali da superare i confini nazionali e da gareggiare efficacemente con gigantesche multinazionali di impronta americana e asiatica. Due importanti documenti in tal senso, il Rapport Beffa del 2005 e il Rapport Gallois del 2012, tracciano prospettive e includono proposte concrete in materia.

Hanno avuto relativamente poca attenzione in Italia e non sono stati formalmente recepiti in sede Ue, ma sono la cornice intellettuale e di politica economica in cui è nata, ad esempio, Stellantis, un chiaro elemento per far sì che il comparto europeo dell’auto possa rispondere efficacemente alla sfida della trasformazione tecnologica e del mercato mondiale. La Francia – vale la pena ricordare – ha anche creato “campioni europei”, ma con un forte accento “nazionale”, acquisendo aziende un tempo italiane, soprattutto nel comparto del lusso. Ciò dovrebbe essere un monito per l’Italia, dove non ci sono state acquisizioni significative di aziende straniere da incorporare in aziende italiane e fare così nascere “campioni europei” con il profumo e il gusto italiano.

Alcuni anni fa, Franco Debenedetti, che è stato alla guida di grandi aziende, oltre che politico e saggista, ha analizzato gli insuccessi della politica industriale italiana in un volume dal titolo eloquente: Scegliere i vincitori, salvare i perdenti. L’insana idea di una politica industriale, Marsilio, 2016. Circa cinquant’anni fa, Giuliano Amato, che non può certo essere tacciato di iper-liberismo alla Hayek, nel volume Il governo dell’industria in Italia (Il Mulino, 1972), caratterizzava l’intervento pubblico nell’industria nel nostro Paese quale impiccione e pasticcione.

Si potrebbe continuare con citazioni e riferimenti. La domanda di fondo è come mai Oltralpe si riesce a teorizzare i campioni europei, e anche a facilitarne la realizzazione, mentre da noi si finisce ad attuare interventi impiccioni e pasticcioni? La risposta è in gran misura in Colbert e in Napoleone Bonaparte che ne seguì le tracce e diede un inquadramento più completo alla strategia. In una Francia dove l’industrializzazione tardava a venire, Napoleone creò les grandes écoles perché lo Stato disponesse di un corpo altamente qualificato per valutare e guidare l’attuazione di interventi piccoli e grandi. La tecnocrazia prodotta da les grandes écoles era fedele alla Nation e non cambiava funzione e ruoli a seconda del vento politico del momento. Ancora oggi, La Documentation Française, pubblicata dall’equivalente del Poligrafico dello Stato, diffonde le analisi perché tutti possano giudicarne la qualità. In effetti, quando la crisi del 1929 comportò una forte di intervento pubblico per salvare la finanza e l’industria italiana, Benito Mussolini non si rivolse a un camerata di stretta osservanza e fedeltà, ma a un socialista riformista, che non aveva mai preso la tessera del Partito come Alberto Beneduce per porre ordine al sistema.

Da solo, tuttavia, questo elemento non basta. In primo luogo, al capitale intellettuale di cui dotare il settore pubblico occorre affiancare un capitale fisico di infrastrutture (dalla logistica alle forme più avanzate di telematica) per far sì che le imprese “nazionali” possano competere efficacemente con quelle straniere e irrobustirsi sul piano interno e poi diventare “campioni europei”: gli storici dell’economia sottolineano che sia l’età giolittiana, sia quella del miracolo economico furono caratterizzate da un grande sviluppo delle infrastrutture (finanziate in gran misura dallo Stato): il Pnrr mira proprio a questo. In secondo luogo, è imperativo un diritto pubblico dell’economia semplice, trasparente e stabile – altra caratteristica e dell’età giolittiana e dei lustri del miracolo economico, mentre purtroppo in questi anni l’Italia è stata travagliata da un diritto pubblico dell’economia confuso e spesso cangiante (si vedano, ad esempio, i casi dell’impianto siderurgico di Taranto e delle concessioni autostradali).

A questo punto occorre chiedersi se una politica industriale “nazionale” con la prospettiva di dare vita a “campioni europei” può prevedere interventi finanziari diretti a sostegno di alcune imprese. Un’analisi interessante si ha in un saggio di Ernest Liu, un giovane professore dell’Università di Princeton (Industrial Policies in Production Networks in The Quarterly Journal of Economics Novembre 2019). Liu ha studiato con cura le politiche industriali del Giappone, della Corea del Sud, di Taiwan e anche della Repubblica Popolare Cinese. Giunge a una conclusione interessante: l’intervento pubblico diretto per la politica industriale può essere efficace quando mira a settori o industrie “a monte” che producono input per settori o industrie “a valle”. Sulla base di queste analisi, si possono sviluppare alcuni criteri di politica industriale sia nazionale sia europea. ITA ex Alitalia non è certo un’industria “a monte”. L’ex Ilva ha, invece, tutte le caratteristiche di un’industria “a monte”. Da qui a determinare come modulare un eventuale intervento pubblico la strada è ancora lunga. Ed è particolarmente complessa in una fase come l’attuale in cui le prospettive di una recessione, aggravata dall’emergenza del Covid e dall’aggressione della Federazione all’Ucraina e la possibile esplosione di una bolla finanziaria creata dell’indebitamento privato e dell’emissione di obbligazioni di dubbia consistenza.

Uno studio di Cerdar Selik e Mats Isaksson dell’Ocse ha stimato in 13,5 milioni di miliardi di dollari il totale del debito delle imprese non finanziarie, accumulato, in gran misura tramite emissioni di obbligazioni, in anni di crescita in molti Paesi industriali a economia di mercato. Paradossalmente, una crisi finanziaria sommata alla recessione potrebbe spazzare via non solo singole imprese ma anche interi comparti e rendere più facile individuare potenziali resistenti “campioni nazionali”. E anche “europei”.

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